Verona. Cinema Pindemonte. Sabato. Sabato prima della partita con Treviso. Un Big Game. Spettacolo delle 3.45. Netto anticipo. Solo in sala. Sala con atmosfera.

locandina

“La felicità è un sistema complesso”. Vero. Il talento di Valerio Mastrandrea. Attesa. Solitaria. Come la vita dell’allenatore.

E (all’improvviso, non sullo schermo) l’immagine della testa di Duncan vicino a quella di Popovich. Quasi in un abbraccio. Prima immagine. Poi altre.

 

 

Imagine. Sfogliando l’Espresso. Pubblicità. Imagine. Un’idea di Roberto Saviano. Il lancio di una trasmissione che andrà in onda il 28 dicembre. Fotografia e Racconto. Il Racconto che c’è dietro una fotografia. Che si può cercare dentro una fotografia. Casualità sfogliando.

 

Gavetta. Olimpia Milano. Chi allenava il settore giovanile veniva formato alla laboriosità. (dopo anni- ringraziando- il pensiero è questo. Allora era più tendente “bisogna fare di tutto in via Caltanisetta”).

Uno dei compiti era andare in aeroporto ad accogliere ed accompagnare arbitri, agenti, giocatori, ospiti speciali. La nebbia di allora, il non voler-dover essere  in ritardo, mi faceva arrivare in grande anticipo o costringeva a lungo attese. Guardare la gente in attesa. O in arrivo. Agli orari più normali e strani. Persone sole. Gruppi..

E mi piaceva immaginare, meglio inventare storie da abbinare a persone e incontri.

 

Abbraccio. Abbracci. Basket. Meglio vita.

 

Tim Duncan e Popovich. Il dettaglio che si definiva, nella sala del cinema,  era la testa di Duncan inclinata verso Popovich.

duncan pop

Immaginando l’energia che univa una visione sviluppata in tante stagioni, dentro tante vittorie, e anche sconfitte, forse sentendosi insieme quasi dal primo giorno. Un abbraccio quasi inchino.  Un abbraccio che entra. Quell’inclinare la testa. Come riconoscimento. Ad occhi chiusi per sentire tutto quello che si può sentire in un attimo che è meta. Ad occhi chiusi per ascoltare la gioia.

Senza la mano. Che avvolge Parker e Ginobili. Gli altri due dei Big Three. E che avvolge anche il pallone. Il pallone simbolo. Quella mano, la mano di Duncan, che accompagnata all’inclinare elegante della testa, ti farebbe sentire protetto e con la voglia di sfidare (per primo te stesso) sempre e dovunque. Quella mano, quelle mani che, davanti a Popovich, erano indietro. Aspettavano. Per abbracciare. Devozione.

ginobili duncan

 

Simone Pierich. Arrivo a Casale Monferrato Lui è il primo giocatore che ho in mente e che propongo al mio Presidente. Cinque anni insieme. Ogni giorno. Più di ogni giorno. Con una visione. Dal primo momento comune. Anche se con occhi diversi. Cinque anni. Vincendo e perdendo. Teneri e “meno” teneri. Ma sempre insieme.

Arriva gara cinque. Chi vince è promosso. Avversario Venezia. Campo di Casale Monferrato. Una città quasi quel giorno dentro. Vinciamo. Forse lo avevo pensato. Anche, senza il forse, avevo immaginato il salire in piedi sul tavolo. Non era una foto. Era quasi un quadro, immaginando una pennellata alla volta, per gustarlo di più.

pierich

E succede che mi ritrovo li con il mio Capitano. Senza accorgersi. Ma è subito abbraccio. Forte. Nelle forza c’è dentro la gioia. La soddisfazione del percorso. Che conta più della meta. Ma adesso c’è anche la meta, serie A. Nella forza le lacrime di gioia. Il bello della vita. Nella forza dell’abbraccio (e non solo di quello) mi sento –davvero- mancare. Quasi mancare e finisco in uno spogliatoio. Bevendo acqua e zucchero. E ascoltando la gioia di una città.

 

Matt Janning. Ho dimenticato la data. Era febbraio. Dopo quasi sei anni non allenavo più la Junior Casale. E questo può capitare nella vita di un allenatore. Ma era diverso.

Telefono a Matt Janning. Dopo cinque mesi di lavoro insieme. Voglio comunicarlo di persona. Inizio a parlare. Dopo 15 secondi, la comunicazione (non il freddo comunicato) diventa piangere insieme. Senza parole. Più di ogni parola. Anzi un abbraccio telefonico.

Stagione successiva, Siena. Assistente. Correndo, sale forte l’idea di proporre a Luca e al Club di pensare a Janning. Poi Matt arriva a Siena con, per me il piacere –non il peso- della responsabilità.

E quell’abbraccio sul campo di Roma, dopo aver vinto lo scudetto. Dopo aver vissuto lui  più di una giornata da Brutto Anatroccolo. Quell’abbraccio quasi in un angolo. Non eravamo gli attori protagonisti. Quell’abbraccio che solo noi capivamo così forte. E ancora lacrime. Diverse. Molto.

mj

E different sarà anche quell’abbraccio quasi per terra nel primo quarto di gara 7. Era stato proprio lui a tirare per il titolo da leggenda nella stagione da sogno. Primo quarto e pare che Milano ci stesse passando sopra. Un suo tuffo. Un abbraccio per rialzarsi. Per sentire che eravamo ancora in piedi. Fino alla fine. Oltre la fine. Sentendo orgoglio e appartenenza.

janning

 

Steph Curry e Steve Kerr. Quando lo scorso giugno Golden State o i Warriors o GSW, insomma Loro vinsero il titolo, mi misi a cercare qualche foto. Per cercare l’emozione. Per ricordarmi della vittoria di una Idea.

Ne trovai una. Steph Curry in abbraccio con Steve Kerr. (Ho avuto la fortuna lavorando a Phoenix di conoscere Kerr. La tranquillità semplice di un genio).

Curry si nasconde e si immerge in Kerr.

curry kerr

Kerr guarda avanti con il sorriso negli occhi. La riconoscenza. L’ammirazione. Reciproca. Il sentirsi realizzati dentro un’Idea. Dentro l’unione e il rispetto dei propri ruoli. Un abbraccio che rimane di due persone. Vicine, ma non ancora abbastanza.

Forse.

Forse perché non basta un solo anno. Forse perché senza il dolore della sconfitta..

 

Abbracci su un campo. Su un campo che è vita. Idee e uomini che si incrociano. Che si vogliono bene. Che si rispettano. Che soffrono e gioiscono. Spesso insieme.

Poi succede anche di ascoltare che conta solo fare canestro.

Anche questa capita nella vita.

Come di sognare di sollevare una persona felici in un abbraccio.