«Quando Earl andò in campo in quella data fatidica del 1950, questo uomo straordinario si è giustamente guadagnato il suo posto nello storico movimento per i diritti civili e, cosa più importante, ha aperto la porta all’uguaglianza in America»

(Brian Hemphill, president di West Virginia State)

 

Dopo che Abraham Lincoln promosse il XIII emendamento negli anni ’60 dell’800, che riconosceva l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, furono le leggi Jim Crow, a partire dal 1876, a riportare e a mantenere la segregazione razziale. Il nome deriva probabilmente da un motivetto caricaturale sugli afroamericani (‘Jump Jim Crow’), la loro approvazione coincise con la ripresa del potere dei democratici bianchi negli stati del Sud. Divisione nelle scuole pubbliche e nei mezzi di trasporto, differenziazione nei bagni e nei ristoranti, lo status di essere “separati, ma uguali”.

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Ciò di cui parlava Harper Lee nel celebre Il buio oltre la siepe, pubblicato nel 1960, non era che un possibile, frequente caso di razzismo nell’Alabama, la Sweet Home Alabama degli anni ’30. Sì, perché se ti piacciono i cieli blu, siete bianchi e sapete suonare del blues come sapevano fare i Lynyrd Skynyrd (pace all’anima loro), in effetti potrebbe essere un posto bellissimo. Ma se chiedete a Ben Wallace cosa ne pensa, uno che prima di dominare delle serie finali faceva il barbiere in strada per le vie di White Hall, come minimo vi spacca il muso. E ha ragione.

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“Mi ricordo benissimo la prima partita che giocai nell’NBA. Era la notte di Halloween del 1950. Per questo, ci furono dei commenti da parte del pubblico e dei giocatori dell’altra squadra… ‘oh, hai visto? Quello si è vestito da giocatore di basket!’ ‘Ha sbagliato festa!’ Per fortuna giocavo a Washington, dove la questione razziale si sentiva molto meno che altrove. Con i compagni mi trovavo benissimo, non ero per nulla nervoso.”

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Earl Lloyd, per tutti ‘the Big Cat’, venne scelto con la numero 100 (non è una gag), al 9° giro del draft ’50. Se ripensate alle sua carriera collegiale, è assurdo: due titoli di conference con i Yellow Jackets di West Virginia State, due volte All-American, 14 e 8 rimbalzi di media nella sua stagione da Senior. Nel 1947-48, i gialloneri furono l’unica squadra imbattuta in tutti gli Stati Uniti.

Lloyd, ala piccola tecnica e di buona prestanza fisica, entrò nella lega assieme ad altri due coloured: Chuck Cooper e Nat ‘Sweetwater’ Clifton, chiamato così per la sua orrenda predisposizione ai soft drinks. L’uomo da WV fu il primo afroamericano a giocare una partita NBA, solo per questioni legate al calendario: tutti e tre ebbero carriere NBA solide, ma non di prima fascia.

Dopo l’esperienza di Washington con i Capitols (la squadra si ritirò dopo 7 partite, che razza di tempi!), Earl vestì per sei stagioni la maglia degli storici Syracuse Nationals, gli antenati dei Philadelphia 76ers.

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Ricoperto da una marea di insulti ad ogni partita, poco tutelato dal commissioner e dalla classe arbitrale (nel 1954 chiuse l’anno guidando la classifica dei falli fatti e delle squalifiche), si tolse parecchie rivincite nel ’55: doppia cifra di media e titolo NBA, battendo in finale 4-3 i Fort Wayne Pistons. Lloyd si ritirò nel 1960, giocando le ultime due stagioni proprio con la maglia dei pistoni che, nel frattempo, si erano trasferiti a Detroit. Nella squadra della città dei motori fece anche una comparsata in panchina, annata 1971-72, prima di diventarne scout a tempo pieno per le 5 stagioni successive. Nel 2003, la soddisfazione più grande: con l’ingresso nella Hall Of Fame la sua figura, simbolica e rivoluzionaria, venne ufficialmente riconosciuta.

“Uno dei miei idoli in assoluto è Joe Morgan, il giocatore di baseball. L’ho visto salutare Jackie Robinson* commosso, l’unica cosa che è riuscito a dire è stato ‘grazie’, in mezzo alle lacrime. Tutte le volte che incontro qualche figura afroamericana che ha fatto la storia dell’NBA, è così che mi rivolgo sempre. Non saprei dire nient’altro, neanche per quello che ha fatto Earl Lloyd.”

(Charles Barkley, giocatore in cui Lloyd ha dichiarato di rivedersi nel basket moderno. * Jackie Robinson è stato il primo giocatore afroamericano nella storia della MLB, diventato famoso per la celebre frase:  ”non sono interessato alla vostra simpatia o antipatia, tutto quello che vi chiedo è che mi trattiate come un essere umano” )

 

E’ in quegli anni, a partire dal decennio che ha coinvolto la carriera di Lloyd, che la situazione negli States comincia a cambiare davvero. Rosa Parks rifiuta di cedere a un bianco il proprio posto sull’autobus, dando così luogo al Boicottaggio degli autobus di Montgomery (Alabama, ovviamente) nel 1955. E’ del 1963 il celebre discorso di Martin Luther King al Lincoln Memorial di Washington: cestisticamente parlando, Bill Russell e Wilt Chamberlain stavano riscrivendo qualsiasi tipo di record all’interno dell’NBA, mentre coach Don Haskins portò i Texas Western Miners di El Paso ad uno storico titolo NCAA nel 1966, contro Kentucky, schierando un quintetto composto da soli giocatori di colore… Glory Road, esatto. Se non l’avete mai visto, rimediate. Immediatamente.

Le leggi Jim Crow furono abrogate entro la fine degli anni ’60, dove vennero dichiarate anticostituzionali tutte le forme di segregazione. Alla morte di Earl Lloyd, avvenuta lo scorso Giovedì a Crossville, i ragazzi di colore rappresentavano il 78% dei giocatori NBA.

Kareem, Michael o Lebron, Hakeem, Magic, i due Malone. Senza contare che le figure esterne più importanti delle due squadre di New York sono Jay-Z e Spike Lee, o che il Presidente degli Stati Uniti sa rilasciare con efficacia la palla dal suo mancino. Un omaggio alla prima perla nera dell’NBA era dovuto e doveroso, “Mr. Lloyd”. Ora puoi andare ad abbracciare Martin Luther King.

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