Novembre 2016. si parla di Miami più per il caso Bosh che per quello che gli Heat si pensa (non) possano fare sul campo.

E il fatto che Bosh non indosserà più la maglia Heat, fa pensare a tanti che, nonostante non sia assolutamente nel DNA di Pat Riley e Erik Spoelstra, pensare il tanking come opzione stagionale possa essere un percorso reale.

Aprile 2017. Quattro partite da giocare per chiudere la regular season e gli Heat scendono in campo ancora con l’obiettivo di conquistare un posto nella griglia dei play-off.

I giocatori base del roster, che venivano definiti poco attraenti per poter richiamare un top free agent, sono pronti a discutere i loro contratti per numeri che non erano pensabili, e forse non reali. Ma questa stagione li ha resi possibili.

 

“Quattro Fuori e uno Dentro”

Un roster definito poco attraente necessita di una visione. Non è possibile giocare scegliendo chiamate per un giocatore piuttosto che per un altro, e poi scoprire che il talento non è sufficiente.

In queste clip la sintesi del gioco di Miami. Guardando lo sviluppo dell’azione, prendiamo appunti su un pezzo di carta: prima penetrazione, movimenti senza palla per avere sempre quattro giocatori fuori dalla linea dei 3 punti, passaggi per giocare il P&R in movimento e conseguente seconda penetrazione, scarico e terza penetrazione, scarico ancora ed ulteriore extra-pass per finire con un tiro da 3 punti.

La visione in un modello di gioco è sì sviluppo tecnico, ma anche – e soprattutto – come giocarlo, come costruirlo, come far sentire i giocatori appartenenti a quel modello.

Giocare “4 Fuori e 1 Dentro”: da più stagioni il gioco va in quella direzione, quindi è un modello che se non trova dettagli di identità, rimane solo un’etichetta quasi banale.

A.   Quattro giocatori fuori senza differenza di ruoli. Indifferente chi entra nella situazione di gioco. Non esiste l’1 o il 4. Anzi dopo Dragic, il giocatore che inizia più frequentemente attaccando dal suo palleggio, è James Johnson, realmente point forward.

B.   Linea dei 3 punti come spacing e come riferimento di ogni passaggio.

C.   Costruire con le penetrazioni. Prima, seconda e terza. Costruire piccoli vantaggi e poi, senza fermarsi, continuare con la penetrazione successiva.

D.   Non solo penetrazione, anche l’uso di passaggi skip (passaggi da un lato all’altro del campo) proprio per costruire piccoli vantaggi e attaccare da lì con la successiva penetrazione.

Questo è un modello a cui ogni giocatore Heat si sente di appartenere. Non è solo una bella paginetta di “regole del nostro motion”, ma qualcosa che è diventato efficienza e che viene fotografato anche dalle statistiche.

Guardate qua.

Penetrazioni e palleggi per ogni tocco le due voci scelte per questo grafico: Miami è prima per penetrazioni e seconda a Toronto per palleggi per tocco. Ma per punti segnati dalle penetrazioni Miami esce dalle prime otto.

Cosa significa? Le penetrazioni non sono percorsi individuali per arrivare a fare un tiro, ma strumenti per costruire.

L’attaccare con penetrazione e scarico, con quattro giocatori, per costruire piccolo vantaggio che si somma a piccolo vantaggio, è modello ormai proprio. Arrivato ad essere efficiente nella sua semplicità.

Tutti si sentono coinvolti, sia nel costruire che nel chiudere i piccoli vantaggi. La palla non si ferma, continui tocchi per  attaccare tecnicamente e mentalmente insieme. Con l’ulteriore vantaggio che ogni costruzione, essendo di squadra, rende ogni tiro più leggero di responsabilità a livello individuale.

E poi ci sono le penetrazioni e i tagli in continutà. Guardate come il taglio di Dragic non solo non sorprende chi ha la palla in mano, ma addirittura il taglio è fatto non per finire (se non si può), ma è come fosse una penetrazione. Costringe la difesa a reagire, e da quel piccolo vantaggio si continua con penetrazione e tocchi. In una parola, coinvolgente.

Coinvolgente appunto. E non solo come sensazione.

Tutti sono coinvolti. Comparando otto squadre (avendole scelte tra quelle in lotta, come Miami, per un posto nel tabellone play-off) su tre statistiche individuali di “coinvolgimento” (oltre 30 passaggi; oltre 45 tocchi; oltre 9 tiri dal campo), gli Heat sono in testa ad ognuna per numero di giocatori che superano quei criteri.

7 giocatori che fanno oltre 30 passaggi a partita, 7 che toccano la palla oltre le 45 volte a partita, 8 giocatori che tirano almeno 9 volte a partita. Coinvolti non solo a parole.

 

 

James Johnson, the real point forward

James Johnson aveva girovagato nelle in sei stagioni in NBA tra 5 squadre (con doppio passaggio a Toronto). Mai un disastro, ma una presenza a cui si poteva sempre rinunciare.

Nella tabella il rendimento di James Johnson stagione dopo stagione. Minuti, punti e percentuale assist (sui suoi possessi). I numeri sono significativi. E il grafico fotografa la differente stagione che sta giocando per produzione, propria e per gli altri: avendo la palla in mano; iniziando l’azione e attaccando dal palleggio; chiudendola e attaccando dal palleggio; giocando il P&R e attaccando dal palleggio; giocando l’ISO dal mezzo angolo e attaccando dal palleggio.

Un point forward attacca dal suo palleggio anche entrando in DHO (cioè andando in palleggio a consegnare la palla ad un compagno, un blocco fatto correndo e passando la palla).

Nella prima azione finge di consegnare e poi, in controllo e con linea di palleggio aggressiva, attacca dal palleggio. Nella seconda consegna taglia, giocando poi in post basso 1c.1.

Creatività unita a ball-handling, letture e controllo del corpo, per evitare di essere prevedibile, anzi per sorprendere.

E quando senti di essere nella tua stagione voli e attacchi con sicurezza. Spettacolo.

 

Dion Waters senza ma

La carriera di Dion Waters era sempre stata accompagnata da qualche ma. Ma nella sua testa, si sentiva escluso dal potere tecnico a Cleveland, o appartenente solo ad una rotazione a Oklahoma. Ma anche riguardo al livello del suo gioco ci sono sempre stati molti dubbi: Quale ruolo e quali situazioni di gioco sono per lui? Il traballante tiro è un limite ? Merita ISO per lui?

Cominciamo da appunti di report, nel guardare il suo modo di giocare a Miami.

Parte con la palla in mano. Abbiamo detto prima, semplicità di modello. Entrando nel gioco correndo. Spacing sempre abituale, trovando con facilità letture per attaccare con la sua accelerazione.

Spacing chiaro e appartenente a tutti, allargando gli spazi per poter attaccare dal palleggio e trovare poi gli scarichi sia dentro l’area che fuori dai tre punti, avendo riferimenti chiari, cercati e costruiti.

Semplicità di sistema. Coinvolti, abbiamo detto. E allora si trova energia, soprattutto mentale, per attaccare con il sistema e trovare punti facili.

E anche il tiro da 3, se senti che quello che stai facendo, ti appartiene. Lo prendi senza esitazione e con percentuali più alte.

E anche i numeri lo confermano.

Appartenenza e sicurezza che si traducono sia nel miglioramento della percentuale nel tiro da 3, che nel numero degli assist. che nei punti segnati. Comparando questa stagione a quelle precedenti, Waiters ha normalizzato le statistiche di ogni anno su una proiezione di 36 minuti.

 

Miami Heat: un roster poco attraente diventato, attraverso la visione di un modello di gioco, molto intrigante. Per questo motivo facciamo il tifo per Miami nei PO. Per completare una bella storia. Una bella Storia che dimostra come le scelte, il metodo e la visione facciano andare oltre. Sempre.

 

 

Articolo a cura di Marco Crespi

Grafici a cura di Fabio Fantoni