Credo fosse il Natale del 1992 quando mio padre mi regalò il tanto desiderato Sega Mega Drive. Oltre all’immortale Sonic e al gioco di Formula 1 Super Monaco Gp, che aveva comprato più per giocarci lui che io, papà mi promise che per il compleanno mi avrebbe regalato un’altra cartuccia. Fu di parola: con la torta, il 13 febbraio arrivò anche David Robinson’s Supreme Court.

David Robinson's Supreme Court

Un giochino dove si sfidavano quattro immaginarie squadre americane per accedere alla grande sfida contro il totem degli Spurs. Michael Jordan, per dire, non aveva un suo videogioco. “L’Ammiraglio” sì. Questo per farvi capire di che considerazione godesse all’epoca il pivot degli Spurs, che insieme ad Hakeem Olajuwon e Patrick Ewing (ma anche Alonzo Mourning e Dikembe Mutombo) formò quella che è stata la più splendente generazioni di centri della storia del basket. Quella che ha avuto l’unica sfortuna di nascere all’ombra di Sua Ariosità.

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A Robinson Madre Natura ha semplicemente dato tutto: un fisico scultoreo, talento in quantità, un computer dentro la scatola cranica. Il basket fu solo l’ultima delle scelte, dopo aver provato col baseball, con la musica, con la Marina. In campo, una forza della natura: un lungo capace di correre come una guardia e inchiodare al ferro con la tipica schiacciata portando la palla fin dietro la nuca veleggiando sopra l’impotente difensore di turno. Gentiluomo in campo e fuori, i suoi detrattori facevano della mancanza di cattiveria agonistica (“La musica, ecco cosa c’era nel Dna di David”, diceva di lui Jordan alla vigilia di Barcellona ’92) il suo vero limite, quello che gli impedì di vincere un anello prima del 1999, quando a fargli da spalla, raccogliendone il testimone di leader degli Spurs, arrivò un tale di nome Tim Duncan. Robinson, a testimonianza della sua completezza come giocatore, è ancora l’ultimo nella storia ad aver realizzato una quadrupla-doppia. Il 17 febbraio 1994, nel match vinto dai suoi Spurs contro i Pistons, l’Ammiraglio stava volando verso il titolo di capocannoniere della stagione regolare. La sfida viene vinta agevolmente da San Antonio per 115-96 e sul finire della partita strappa il 10° rimbalzo per andare a completare una serata che, oltre alle carambole, parla di 34 punti, 10 assist e 10 stoppate.

Prima di Robinson, l’ultimo a realizzare una quadrupla-doppia era stato Hakeem Olajuwon, che la completò il 29 marzo 1990 nella sfida vinta per 120-94 dai suoi Houston Rockets sui Milwaukee Bucks. 18 punti, 16 rimbalzi, 10 assist ed 11 stoppate consegnarono “The Dream” ai libri di storia dopo che appena tre settimane prima, il 3 marzo, nel match contro i Golden State Warriors, aveva sfiorato l’impresa mettendo a referto 29 punti, 18 rimbalzi, 11 stoppate ma “soltanto” 9 assist, con un passaggio non considerato smarcante nel primo quarto annullato dagli statistici della Nba.

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Cifre che delineano solo a tratti grossolani la magia nei movimenti del nigeriano sbarcato a Houston a 16 anni senza aver mai preso la palla a spicchi in mano. Impossibile non venire travolti dalla poesia dei suoi movimenti in post basso, del quale è tutt’ora il santone cui tutti si rivolgono (vedi Bryant, Durant, Stoudemire, Howard…). Anche lui, però, dovette attendere il suo turno per vincere il tanto sospirato anello. Con MJ a svernare sui diamanti del baseball, la corsa alla successione nella stagione 1993-1994 è all’ultimo sangue. Hakeem viene nominato MVP e miglior difensore della stagione ma in finale lo aspetta la sfida stellare contro quel Pat Ewing che 10 anni prima gli aveva tolto dalle mani un titolo NCAA. In una delle serie meno spettacolari ma più intense di sempre, Olajuwon vince nettamente il confronto diretto contro il giamaicano e con la celebre stoppata su John Starks nel finale di gara 7, raggiunge il tanto sospirato titolo, bissato l’anno successivo spazzando via un giovanissimo Shaquille O’Neal.

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Robinson e Olajuwon. Due nomi che ricorrono spesso nella carriera di Patrick Ewing, che a differenza dei succitati non riuscì mai a coronare la sua grande carriera con il titolo NBA. Meno potente dell’Ammiraglio, meno poetico di The Dream, Ewing è stato comunque uno dei maggiori interpreti del ruolo di centro del basket moderno, sia per la durezza mentale e fisica con la quale giocava che per la mano educatissima. Tre finali NCAA, una vinta (quella dell’84 contro Hakeem), poi lo sbarco tra i pro in maglia Knicks. Tanti applausi, la presenza nel Dream Team originale al fianco dell’Ammiraglio, New York riportata in alto ma non in altissimo visto che ad Est i Pistons prima e i Bulls poi non lasciano mai strada. Nel ’94 la prima vera chance per Pat, che però subisce l’amara vendetta di Hakeem. Poi anni difficili, nei quali si conferma come un grandissimo ma con l’ingenerosa etichetta di perdente. La beffa delle beffe nel 1999. Sembra l’ennesima stagione così così per i Knicks, che si qualificano come ottavi ed Est. Ed invece nei playoff cambia qualcosa. Il 36enne Ewing sta imboccando il viale del tramonto, New York sta passando sotto la guida della lucida follia di Latrell Sprewell e delle mani dolcissime di Allan Houston (nomen omen…). Proprio quest’ultimo sigilla gara 5 del primo turno spazzando via gli Heat di Alonzo Mourning dominatori della Eastern, poi tocca agli Hawks e ai Pacers. New York torna in finale 5 anni dopo la debacle contro i Rockets, ma in gara 2 della finale di conference contro Indiana Ewing si rompe parzialmente il tendine di Achille. Con anche Larry Johnson a mezzo servizio, New York supera l’ostacolo trascinata dal duo Houston-Sprewell ma arginare le “Twin Towers” Robinson e Duncan in finale contro gli Spurs è impresa improba per i Knicks, unica squadra nella storia ad arrivare alle Finals partendo dall’ottava piazza. Robinson si consegna agli annali e bisserà poi nel 2003, chiudendo la carriera con il secondo anello. Ewing non riuscirà mai a infilarsi nemmeno il primo.

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Nel frattempo il Mega Drive era andato, il pc arriva sulla scrivania e con esso il mio primo Nba Live, quello del 1996. In copertina l’ultimo grande pivot: Shaquille O’Neal. L’eredità dei tre grandi poggiava su solide spalle.

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