“Avete mai sbagliato una fidanzata? Io sì, lui” – “Il più grande talento sprecato da quando Elvis guidava il camion e cantava sotto la doccia” Federico Buffa

“And every tongue that shall rise against thee in judgement, thou shalt condemn” Isaia 54:17 (già tatuaggio da spalla destra)

9 dicembre 2004, Toyota Center, Houston, abbiamo un problema. Un problema con un nome e un cognome, anzi tre: Tim Duncan, Tony Parker, Manu Ginobili. Nel derby texano i San Antonio Spurs sono avanti sui Rockets 76-68. Jeff Van Gundy, in panchina, scuote la testa pensando a come scuotere, in realtà, la squadra. Mancano 44.2 secondi alla sirena quando Scott Padgett rimette la palla in campo. Quel che succede dopo è storia:

Per chi in preda all’estasi, ai tagli di montaggio o alla connessione ballerina, non avesse capito di cosa è stato testimone, riassumiamo qui (…vale anche per chi in ufficio sprovvisto di cuffie non può far partire il video con annesso audio a tutto volume).
McGrady porta su palla, elude il pressing a tutto campo e, con la manona di Malik Rose stampata in faccia, scocca una tripla dalla punta. Pochi decimi dopo, con 35 secondi ancora da giocare, il segnapunti recita 76-71. Altra rimessa, figlia di due liberi nero argento, altra partenza all’arrembaggio. Bowen si arena sul blocco di Yao, T-Mac si arresta da 3. La finta fa saltare tutti gli antifurti delle auto nel parcheggio, più Duncan. Canestro. E fallo. Gioco da 4 punti e Houston sotto 78-75 con 24.3 sul cronometro. Tracy impassibile come Timmy dalla lunetta. In uscita dal time-out i Rockets sudano sette canotte per non fare infrazione di 5 secondi (e forse la commettono pure). Per prendere palla il numero 1 deve allungarsi più di Mr. Fantastic, ma riesce a portarla giù stretto nella morsa del trio Parker-Bowen-linea di metà campo. Carica a testa bassa e appena vede l’altra linea, quella dei 7.25, si eleva. Bang!* Due soli punti da recuperare con 11.2” da giocare. Segue ennesimo time-out con rimessa e, sullo scivolone di Devin Brown, gli dei del basket spingono l’arancia proprio tra le mani più roventi della serata. McGrady scappa verso l’arco e si alza. Il resto sono una selva di maglie biancorosse attorno a lui mentre sul tabellone luccica l’80-81 finale. Quelli che erano usciti dal palazzo in anticipo per evitare il traffico prendono a testate l’autoradio e rimpiangono ancora oggi di non essere rimasti dentro fino alla fine, a saltare tra i tifosi come antifurti impazziti.

tracy-mcgrady-2004

13 punti in 35 secondi (ma anche 33 se fa fede il tempo effettivo) costituiscono una delle rimonte più elettrizzanti della storia del gioco. Come elettrizzante era il giocatore che li ha messi a segno. Uno one-man show degno dei prestigiatori sui palcoscenici della vicina Las Vegas. Una fuga per la vittoria ancor più sorprendente del career-high di 62 punti contro Washington del 10 marzo 2004, della striscia vincente di 22 partite nella stagione 2007-08, dei numeri commoventi durante le partite di Natale, e forse persino più della Remix, la schiacciata che ha ipnotizzato Nash, Nowitzki, Flavio Tranquillo e il resto del mondo durante l’All-Star Game del 2002:

A discapito del soprannome infatti (The Big Sleep, guadagnatosi perché in grado di dormire in qualsiasi momento e condizione) il nativo di Bartow, Florida, era capace di prestazioni che avrebbero svegliato anche un narcolettico, o la ragazza in coma cantata dagli Smiths.
Sguardo soporifero e mano mortifera. Talento illimitato quanto la lunghezza delle braccia. Movenze feline e capacità di rimanere concentrato anche sotto pressione. Freddo. Come l’altro lato del cuscino. Praticamente immarcabile. E non lo dico io, lo dice Kobe Bryant. Uno di cui avrebbe potuto emulare la carriera ma che i continui infortuni (suoi e dei compagni), supporting cast non sempre degni di Hollywood (per usare un eufemismo) e doti da leader non pervenute, hanno impedito accadesse.

Eppure l’arrivo in NBA era stato promettente per il prospetto da Mount Zion Christian Academy, passato al piano di sopra direttamente dalla high-school. Un grande salto tentato da altri prima (Kobe Bryant, Kevin Garnett, Jermaine O’Neal) e dopo di lui (ci hanno provato in 35), a volte con più (LeBron James) a volte con meno successo (Kwame Brown, Eddy Curry e Robert Swift su tutti).
Scelto dai Raptors con la chiamata numero 9 al draft del 1997, lo swingman classe 1979, anticipa di un anno l’arrivo a Toronto del cugino di terzo grado, Vince Carter, uscito fresco fresco da North Carolina. Vincent Lamar e Tracy Lamar, oltre al secondo nome e a un po’ di dna da parte dei nonni, hanno in comune la piacevole tendenza a staccare forte da terra per mettere sul poster il lungagnone di turno.
Il rispetto sui parquet d’America si guadagna prendendosela con qualcuno della propria stazza. Se più grande meglio; un trattamento che di solito lascia orde di lunghi brutalizzati in coda dal terapeuta.
Probabilmente a tutt’oggi lo psicologo di Bradley è cugino di terzo grado di quello di Weiss:

weis

Mentre Air Canada spicca il volo però, il cuginetto, dopo tre anni tra i ghiacci, fa lo stesso alla volta della più mite, soleggiata e natia Florida. Firma con la squadra che era stata del suo idolo di gioventù, Penny Hardaway, di cui eredita le aspettative insieme alla maglia numero 1.
A Orlando esplode. Come la caviglia del fido scudiero Grant Hill. A Houston è pronto a fare il botto. Come il piede del grande amico Yao Ming. Dieci anni di solitudine cestistica (4 ai Magic e 6 ai Rockets) in cui colleziona un trofeo di Most Improved Player (2001), due presenze nel primo quintetto NBA (2002 e 2003), due titoli di capocannoniere della lega (2002-2004), e sette convocazioni consecutive all’All-Star Game (dal 2001 al 2007). Sette però sono anche le eliminazioni consecutive al primo turno dei playoff. Nel 2000 si mette in mezzo New York, poi è il turno di Milwaukee, Charlotte, Detroit (che passa a gara 7 nel 2003 dopo che il sonnambulo praticamente da solo aveva portato i suoi sul 3-1), Dallas (nel 2005, in 7 partite) e Utah (doppietta: nel 2007 dopo un altro bruciante game 7 e ancora l’anno successivo).

collage

Le critiche sono tante, spesso troppo aspre, per un fenomeno che ha fallito la caccia all’anello ma che non per questo è un perdente. Un giocatore che non ha avuto abbastanza leadership ma nemmeno dei comprimari degni di questo nome. I pochi dotati di pedigree non sono assistiti dalla salute e lo stesso vale per lui. A quel punto, forse più per frustrazione che per altro, cedono anche schiena e ginocchia, tenendolo fuori dai giochi nel 2009 (unico anno in cui, ironia della sorte, il maledetto primo turno viene superato in sua assenza). Tra un intervento e l’altro, tra una clinica tedesca e l’altra, prova a fare il miracolo di rimettersi in piedi, cambiando aria e passando per quattro squadre in altrettanti anni:

tiro

In fondo alla valigia, tuttavia, non trova redenzione né resurrezione. Tracy pellegrino tenta pure la carta dell’esilio dorato (solo economicamente) in Cina, che sta all’NBA come il Qatar alla Serie A. Lo riesumano proprio gli Spurs spettatori non paganti di quei 13 punti in 35”, richiamandolo oltreoceano con un contratto a gettone. Pop, per prepararsi ad affrontare Miami, vuole faccia “il LeBron” in allenamento, il che la dice lunga su un uomo benedetto da un talento, e da una sfortuna, non comune: un multiruolo erede di Scottie Pippen e George Gervin, predecessore di King James e Paul George. È solo l’assenza di gioielleria a non essere in linea con le statistiche principesche e i più illustri paragoni.
L’ultima comparsata la fa così nei playoff 2012-13, quando approda alle Finals giocando scampoli di partite e superando finalmente l’odiato scoglio del primo turno, anche se da figurante piuttosto che da protagonista. Un cammeo reso ancora più amaro dal fatto che agli speroni il titolo sfugge per un soffio. Un altro dolore, un’altra sconfitta. Pochi mesi dopo segue il ritiro dalla NBA. Prima prova a darsi al baseball, sulle orme dell’irraggiungibile MJ, poi torna in Oriente, dove ancora adesso non disdegna i buzzer-beater e una birra fresca:

Oggi, magnum di Moretti alla mano, brindiamo anche noi alla sua salute. E a quel 9 dicembre di dieci anni fa. Il giorno in cui San Tracy da Bartow ha compiuto il miracolo. Trasformando una sconfitta pressoché sicura in una vittoria che l’ha reso immortale.
*nota sonora: in Texas, terra di cowboy, le triple non possono fare Splash, al massimo Boom

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