Mychal Thompson, Sam Bowie, Greg Oden da una parte, Larry Bird, Michael Jordan e Kevin Durant dall’altra. Voi chi scegliereste? Il 99,9% oggi non esiterebbe. Ed invece i Portland Trail Blazers di Paul Allen, la metà oscura dietro l’impero Microsoft, hanno fatto proprio quello: puntare troppo spesso sui cavalli sbagliati. Sfortuna, poca lungimiranza, l’affidabilità di Windows Vista, di tutto un po’. E per la squadra dell’Oregon è nata una vera e propria psicosi da draft

La maledizione inizia nel 1978. I Blazers sono reduci dal primo ed unico titolo Nba della loro storia dell’anno precedente, vinto grazie alle prodezze di Bill Walton, pivot bianco dalla tecnica sopraffina e padre del decisamente meno dominate Luke (che però qualche anello al dito in più se l’è infilato. Thank you, Shaq & Kobe) e possono scegliere alla numero 1, visto che la stagione, causa infortuni del suddetto, non va per il meglio e la dirigenza vuole rinnovare (due anni dopo Walton passerà ai Clippers dopo una stagione ai box, in polemica con lo staff medico di Portland che non lo avrebbe curato per il meglio). Portland vuole puntellarsi sotto le plance e, con acume javalesco, sceglie Mychal Thompson, ala-pivot, anche lui padre d’arte (suo figlio Klay la mette con discreta continuità dalle parti di Oakland), snobbando niente popò di meno che Larry Bird, che i Celtics chiameranno alla 6. Thompson si dimostrerà giocatore di buonissimo livello (nella sua miglior stagione, la ’81-’82, chiuderà a 20,8 punti e 11,7 rimbalzi) ma verrà ricordato essenzialmente come portaborracce di Jabbar negli ultimi anelli dei Lakers dello “Showtime”.

Fallito il colpo Bird, Portland riesce comunque a mantenersi a buoni livelli negli anni ’80, nonostante, ad esempio, nel 1981 ne combini un’altra niente male. In possesso delle scelte numero 15 e 16, i rossoneri virano su “Gianni e Pinotto” Jeff Lamp e Darnell Valentine, che non sfondarono in Nba per fare invece bene in Italia (tra Rimini e Venezia il primo, ancora Rimini, Modena e Reggio Emilia per il secondo), e lasciano sul piatto Danny Ainge, pronto a sbarcare tra i big del basket mondiale dopo due anni da pro nel baseball. Curiosità, lo stesso anno i Blazers scelgono al terzo giro Petur Gudmundsson (do you remember Iceland?)

Decisamente meglio va nel biennio 1982-1983, quando la dirigenze rossonera chiama prima Lafayette “Fat” Lever, tra le migliori point guard del decennio seppur spedito troppo frettolosamente a Denver nel 1984, e poi Clyde “The Glyde” Drexler, vero colpo della lottery dell’1983 con la scelta numero 14.

Il “capolavoro” i Blazers lo confezionano però nel 1984. La dirigenza reputa la squadra coperta sugli esterni con il duo Lever-Drexler e va a caccia di un lungo da affiancare a Thompson per poter puntare al titolo. Potendo scegliere alla 2, dopo un’annata più zeppa di infortuni che il volto di Oden di rughe, l’obiettivo primario è Hakeem Olajuwon, compagno di Drexler al college e suo grande amico. I Rockets, però, fiutano l’affare e lo chiamano alla 1 anticipando i rossoneri, che così virano su un’altra grande promessa dell’epoca: Sam Bowie. Il pivot da Kentucky ha problemi alla tibia della gamba sinistra, ma fa un provino prima del draft con lo staff di Portland nel quale “trattiene” il dolore pur di farsi scegliere. Quando Stern lo chiama come numero 2 di quel draft, non gli consegna il cappellino ma il passamontagna dei Blazers.

Schermata blu della morte a casa Allen. Dopo Bowie, in quel draft vengono scelti non solo Michael Jordan, scelto da Chicago alla 3, ma anche Charles Barkley (n° 5, Philadelphia), Alvin Robertson (n°7, San Antonio), Otis Thorpe (n° 9, Kansas City), Kevin Willis (n°11, Atlanta) e John Stockton (n° 16, Utah). Bowie disputa solo 139 partite in 5 anni a Portland, martoriato dagli infortuni, prima di transitare dai Nets e dai Lakers, dove chiude una carriera dignitosa (10,9 punti e 7,5 rimbalzi di media) ma distante anni luce da quelle dei suo compagni di draft.

Dopo il “fattaccio”, i Blazers riescono comunque a ricavarsi un ruolo di outsider insidiosa (con la triste beffa della Finale 1992 persa al cospetto proprio di quel Jordan snobbato anni prima). Negli anni successivi, i draft consegneranno a Portland ottimi giocatori come Terry Porter nel 1985 e il trio Walter Berry – Arvydas Sabonis – Drazen Petrovic nel 1986. I buoni risultati di quegli anni spingono i Blazers a scegliere molto indietro nelle lottery successive. Nel 1988 fu un bel colpo Anthony Mason, scelto alla 58 ma lasciato partire alla volta della Turchia (sponda Efes Pilsen) per poi vederlo diventare un signor giocatore con le maglie di Knicks (Sesto uomo dell’anno nel 1995), Hornets e Heat.

Il nuovo decennio è avaro di soddisfazioni. Nel 1994, alla 17, viene selezionato Aaron McKie, lasciato però partire dopo un paio di stagioni (nel 2001 fu Sesto uomo dell’anno nei Sixers di Iverson), mentre l’anno successivo, il 1995, è il primo anno post-Drexler, passato intanto a Houston per dare la caccia al titolo al fianco del vecchio amico Olajuwon. Portland deve così ricostruire e per farlo, in un draft carico di talento come quello del 1996, i Blazers puntano su un giovanissimo lungo di belle speranze, Jermaine O’Neal, scelto alla numero 16 ed appena 18enne. Dopo tre stagioni all’ombra di Sua Tranquillità Rasheed Wallace, arrivato nella stessa estate dopo la stagione da rookie a Washington, la dirigenza preferisce scambiarlo in direzione Indiana. La squadra torna a veleggiare in alto grazie a scambi che portano in riva al Pacifico, tra gli altri, Scottie Pippen e Damon Stoudemire ad affiancare “Sheed”, ma le scelte degli anni successivi vengono spedite altrove nell’ambito di trade atte a rinforzare la squadra, così i Blazers tornano alla pesca solo nel nuovo millennio.

Nel 2001, alla 19 viene chiamato Zach Randolph, uno dei cardini della squadra negli anni a seguire, anche se non riuscirà mai a riportare davvero in alto i tremendi “Jail Blazers” di quegli anni. L’anno dopo, alla 21, sarà la volta di un altro chierichetto come Qyntel Woods, talento enorme sprecato tra party e marijuana (chiedere nei locali bolognesi).

Nel 2006, forse l’unico, vero colpaccio della storia della franchigia. Con la sola carta Tyrus Thomas in mano (scelto alla 4), la dirigenza dei Blazers scambia il giocatore con la scelta numero 2 dei Bulls, tale LaMarcus Aldridge, ed in un giro di trade arrivano pure alla numero 6, tale Brandon Roy. Una coppia potenzialmente illegale. Peccato che anche stavolta ci si mettano gli infortuni di mezzo e Roy, dopo qualche stagione di altissimo profilo, sia costretto al prematuro ritiro.

#FazzolettiTime Brandon Roy

#FazzolettiTime Brandon Roy

Dopo un grande colpo, però, ecco un’altra pesante caduta. Nel 2007, a 29 anni dalla scelta di Thompson anziché Bird, Portland ha di nuovo la possibilità di chiamare alla numero 1. I dominatori della stagione Ncaa sono il pivot Greg Oden e l’ala Kevin Durant. Il lungo da Ohio State ha le ginocchia più molli dei Galbusera nel latte bollente in una mattina d’inverno, in maniera sinistramente simile a quella del buon Sam Bowie. Ma i Blazers vogliono un centro possente da piazzare in area e lo scelgono, mentre Durant finisce a Seattle. Tutti sapete com’è andata a finire. Con un pizzico di fortuna, Portland si sarebbe potuta ritrovare, nelle posizioni di 2-3-4, il trio Roy-Durant-Aldridge. Non male per niente.

La “vendetta” dopo anni di errori è arrivata solo nel 2012, con la scelta alla numero 6 di Damian Lillard, che con Aldridge è stato uno degli artefici della splendida stagione appena chiusa sulla costa del Pacifico. Il draft dà, il draft toglie. La variabile C (non la “conoscenza”) fa tutta la differenza del mondo.