Camminare e muoversi in massa sono due concetti chiave del popolo ebraico. Immettersi a piedi in Tangenziale Ovest a Milano non è previsto dal regolamento, comunque; per questo, io e un mio amico raccattiamo dalla strada un paio di maglie gialle, come se fossero due banconote da cinquanta. Siamo pronti per la prima semifinale del Venerdì.

 

In macchina, quasi per sdebitarsi, uno dei due bomber decide di prendersi il proscenio. Dice che il Maccabi rappresenta Israele come e quanto la nazionale, afferma di conoscere bene Guy Pnini, con cui era poco prima in chat su whatsapp, esalta la cosiddetta marea gialla. “Quando siamo così tanti a vedere la partita, in casa come all’estero, è come se il Maccabi partisse con 6-8 punti di vantaggio”. Io penso sempre che il pubblico non abbia la facoltà di tirare a canestro, sul momento una frase del genere lascia il tempo che trova. Non avevo ancora visto niente.

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Salutati i ragazzi, ci rendiamo conto che quello cui avevamo assistito in centro la mattina era, in realtà, un assaggio piccolissimo di tutto il resto. Bandiere, sciarpe e giallo, giallo ovunque. Famiglie, vecchi con il copricapo o la chierica, qualche passeggino. Se non li conoscessi, non ci crederei.

Dopo aver evitato la fila prendiamo posto in alto, non sono nuovo a questi avvenimenti ma li sento sempre in maniera particolare. Faccio l’errore di presentarmi al Forum con la maglia di Petrovic.

Sento urlare il nome di Drazen, di fianco a me.

“Hey Petrovic! You wanna change? We can change!”

Immaginatevi l’equivalente del vostro pizzaiolo napoletano sui 65, in canotta e pelazzo fuori. Quello con cui vi incazzate puntualmente, più che per la grammatica, per i ritardi clamorosi del sabato sera. Voleva la mia maglia, chiaramente, gli rispondo la più sincera delle verità, “It’s my brother’s jersey, I’m sorry.” Non si schioda, offre 20, 40, 50, CENTO. In un altro contesto gli avrei ruttato in faccia, ai “cento” mi mangio le mani e lo ringrazio comunque, mi siedo. Mi siedo giusto quei due minuti. Non ce n’è uno di Tel Aviv che non sia in piedi.

 

Il nostro settore è la linea di confine fra la marea gialla e i tifosi del Real. I cori sovrapposti delle due tifoserie durante la finale, in continua cerca di superarsi l’uno con l’altro, saranno forse l’immagine più bella delle Final Four. In semifinale, il Maccabi è in palese difficoltà: va sotto di dieci, undici punti. Non c’è mai l’impressione di poterla ribaltare davvero, anche perché Mosca trova ogni volta dei canestri che spezzano il ritmo e la rimonta degli avversari. Sul 64-59 sento a pelle l’importanza dell’evento storico, sentenzio “Questa il CSKA non la perde mai”. Follia russa. Blu strappa un po’ di carta igienica, Krhyapa la butta nel cesso e Tereso Riso, ovvero Tyrese Rice, tira lo sciacquone. 67-68.

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Apoteosi. Impazziamo. Due o tre volte a dirci che non è vero. Baci, abbracci, selfies, fumogeni ovunque. Fumogeni, certo, sembra Tel Aviv, ma siamo in Italia, dove, se lo fai, alla fine è concesso. Dove gli steward di vent’anni ci chiedono quanto manchi alla fine, perché non sanno un cazzo di basket, e dopo due ore che vedono dei gialli muoversi sono allucinati, non ne possono più. Mi volto un momento, vedo il pizzaiolo che salta come un fagiolo messicano. Con la maglia del CSKA…

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Mettere una città sotto scacco non è facile, ma quando si è in 10000 diventa molto, molto più semplice. Pochissimi avrebbero dato vincente il Maccabi, alla fine tutti hanno convenuto che, per una serie di motivi, è giusto così. Perché hanno l’allenatore migliore (giocare il pick & roll come esercizio al posto della normale ruota è una piccolezza geniale), per il gruppo che hanno creato dentro il campo, per la passione dei propri tifosi.

Io e il mio amico siamo stati a vedere Slovenia-Italia agli Europei. Noi eravamo a cantare l’inno con altri cinquanta sparsi, in mezzo a 12000 sloveni. Un’emozione unica, ma questa è un’altra cosa. Loro giocavano in casa, mentre qui si parla di un esodo clamoroso: gente da tutte le parti d’Europa, “non solo da Tel Aviv”, come ci spiega l’ebreo berlinese dietro di noi. Al suo fianco ci sono due ragazzi di Latina, gli unici due italiani di quella zona del palazzo. “Ci aspettavamo tantissimi tifosi israeliani. Mosca è lontana e da Barcellona non c’è quasi nessuno, sapevano di essere sfavoriti e non volevano veder festeggiare il Real”. Ecco… ce lo si può immaginare, ma non si riesce a raccontare. Cantare un’ora prima della partita, non sedersi mai, come iniziare un coro in piazza e sentirsi rispondere da qualcuno. Nel mentre, stavo pensando a quello che stavo guardando. Assurdo.

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In quei tre giorni Assago e Milano sono diventati la succursale di Tel Aviv. Di primo impatto, giustamente, un po’ di preoccupazione: siamo usciti dal forum cantando con loro.

Abbiamo visto una storia, una cultura in festa. Spendendo i soldi migliori della nostra vita.

 

(il mini-film della finale: video clamoroso)