Ci sono i buoni giocatori, ci sono i campioni e poi c’è Dimitris Diamantidis

Zelimir Obradovic

 

Dicono che Kastoria sia una delle più belle cittadine di Grecia. Una perla incastonata sull’istmo del lago Orestiada, tra chiese bizantine e paesaggi mozzafiato a due passi dal confine con la Macedonia. Un borgo dove la vita scorre tranquilla e gli echi della Dittatura dei Colonnelli mormorano da molto lontano.

Il 6 maggio 1980, però, la piccola cittadina diventa centro dell’Ellade per un giorno. La squadra di calcio locale, sbarcata nel massimo campionato da qualche stagione ma senza particolari velleità, è arrivata fino in finale in Coppa di Grecia. Allo stadio Goumas di Atene l’atto finale è contro il ben più prestigioso Iraklis. I giallorossi, stendono il team di Salonicco e centrano un improbabile trionfo che li catapulta in Coppa delle Coppe e sotto le luci dei riflettori di tutta una nazione.

In quel giorno di festa per tutta la città, una giovane coppia, Thomas e Maria, non è ad Atene, né incollata al televisore. È in ospedale. Niente di grave, anzi. Mentre bomber Takis Tsironis sigla la leggendaria (…) tripletta dei suoi, un altro miracolo sta per compiersi in città: è appena nato Dimitris. Di cognome fa Diamantidis.

diamantidis

Il virus calcistico è entrato nelle vene kastoriane e anche il piccolo Dimitris non ne può essere immune. Fa il portiere, ma non ci è dato sapere se fosse una scelta “alla brasiliana”: sei il più scarso, vai in porta. Fatto sta che lui si avventa come un ragno sui Tango degli amichetti e l’esperienza gli farà comodo in seguito. Del virus pallonaro, però, si trova presto una cura e arriva da Spalato: si chiama Toni Kukoc, le prime immagini delle prodezze del giovane jugoslavo mandano via di testa lo sbarbatello kastoriano (e non è il solo) e l’amore per il basket si intrufola sotto pelle. Il resto lo fa papà Thomas comprandogli un pallone con il quale lui prova ad emulare il suo idolo nei campetti della città.

È già grandicello quando, a 14 anni, decide che è ora di provarci sul serio, varcando la soglia della palestra comunale che qualche anno dopo prenderà il suo nome. Il diamante è ancora tutto da sgrezzare, ma brilla, oh sì che brilla. A notarlo per primo, ironia della sorte, è proprio lo staff di quell’Iraklis che, evidentemente, un occhio a Kastoria l’ha tenuto pure cestisticamente parlando. E così a 19 anni arriva l’ora di spiccare il volo, lasciare la città e la locale squadra di serie C per trasferirsi in città, a Salonicco.

È lo sbarco nel grande basket per il giovane Diamantidis, che anno dopo anno guadagna spazio all’ombra di veterani come Hatzivrettas e Dinkins. Ma la strada verso l’Olimpo è ancora lunga. “Molti pensano che le cose gli siano venute semplici con quel talento, ma non è stato cosìha raccontato Lefteris Kakiousis, suo allenatore negli anni di Salonicco – all’inizio la squadra era molto centrata sugli americani, lui doveva solo difendere sui 2-3 avversari. La sua umiltà e sensibilità lo fecero entrare in un tunnel di mancanza di fiducia tale che pensò anche di smettere. Ne uscì grazie all’aiuto della famiglia, che gli è sempre stata vicina (e che porta tatuata sul braccio destro con le iniziali di madre, padre e fratello in cinese, ndr), e grazie ad un compagno e amico come Papadopoulos”.

Qui Diamantidis alle audizioni per entrare nei Backstreet Boys

Qui Diamantidis alle audizioni per entrare nei Backstreet Boys

Passati i momenti difficili, torna il sereno e la visionarietà dei suoi passaggi, le lunghissime leve che lo rendono ancora più terribile in difesa quando si tratta di rubare palloni o stoppare i pariruolo (visto che mai fare il portiere…) e la capacità di esaltarsi quando il pallone scotta non possono restare nascoste a lungo. Il Kukoc della Macedonia Occidentale man mano prende le redini della squadra, accumulando esperienza in Europa (giocando la coppa Saporta) e in patria fino alla vera esplosione, nel 2003/2004, la stagione che chiude con il titolo di Mvp del campionato greco. Sotto l’ala di Hatzivrettas e al fianco degli amici Schortsanitis e Papadopoulos, l’Iraklis è cresciuto passo dopo passo, volando fino ad uno storico terzo posto in campionato. E il quartetto va di fatto a costruire l’ossatura della Nazionale che si prepara al suo Rinascimento, un decennio ed oltre dopo le imprese leggendarie di Galis e Fasoulas.

Il Panathinaikos lo snobba nel 2003 quando dall’Iraklis pesca l’amico Papadopoulos, ma è il suo sogno vestire la canotta biancoverde. Tanto da rifiutare la corte (e un’offerta con qualche euro in più) dell’Olympiacos per aspettare la fatidica chiamata. Che arriva 12 mesi dopo, nell’estate del 2004. Lo vuole fortemente Obradovic, convinto che per tornare sul tetto d’Europa fosse lui l’erede ideale di quel Dejan Bodiroga che lassù li aveva portati due anni prima. Ci ha visto lungo, altroché.

bodiroga

Non ci mette molto Diamantidis a diventare il centro di gravità permanente dell’universo Pana. Il coach serbo gli affida subito il quintetto, col compito di armare le mani torride di Jaka Lakovic e Vlado Scepanovic. Ma scopre una particolare affinità con un lungo americano che aveva faticato ad esplodere davvero nella sua prima stagione in verde: Mike Batiste. Ne nasce la versione europea dello “Stockton to Malone”, il pick and roll più temuto del Vecchio Continente. E non sto usando eufemismi. Mike conferma.

Dimitris si trova a meraviglia sul parquet di Oaka (anche su quelli del resto d’Europa, a dire la verità), ma il suo carattere schivo e riflessivo contrastano con il caos della grande capitale greca. Lui che non ama la bella vita, si è sempre tenuto lontano da vizi e belle donne e che non ha nemmeno un computer fa fatica ad integrarsi nella baraonda ateniese. Lo aiuta molto, in tal senso, l’amico Hatzivrettas, arrivato anche lui al Pana e con cui passa gran parte del tempo. Un film, una cena e tanto tanto basket. Perché il bimbo di Kastoria ossessionato da Kukoc non ne ha mai abbastanza. Vuole migliorare e lo fa lavorando ossessivamente su quello che è il suo (unico) limite: il tiro da fuori. L’ultima stagione all’Iraklis lo vedeva tirare al 33%, quella precedente addirittura il 28%. Non lo può accettare. Serie di tiro infinite mentre Obradovic da lontano lo scruta con sguardo di approvazione. Un lavoro costante che lo porta a risultati incredibili in quella che, probabilmente, è l’annata d’oro della sua carriera, la 2008/2009: 53,8% in Esake, una percentuale esagerata per un tiratore tutt’altro che puro come lui.

La prima stagione al Pana, chiusa con la scontata doppietta campionato-coppa in patria e il 3° posto alle Final Four di Eurolega, con inchino soltanto all’immenso Maccabi del futuro compagno Jasikevicius, è il preambolo ad un’Eurobasket 2005 dove tutti si aspettano la consacrazione della nuova nidiata di talenti greci dopo l’amara eliminazione nei quarti alle Olimpiadi casalinghe dell’anno prima. A Belgrado, la Grecia zoppica nella prima fase, ma sbarca comunque ai quarti, dove elimina la Russia. In semifinale c’è la Francia di Rigaudeau e un giovane Parker. Ve l’avevo detto di quella storia del tiro da fuori, no?

Diamantidis, Papaloukas, Kakiouzis, Zisis, Spanoulis…. La generazione di fenomeni greca va a prendersi l’oro, che in finale strappano di forza alla Germania di un Nowitzki in missione ma troppo solo per farcela contro l’esercito del condottiero di Kastoria. Diamantidis è miglior assistman del torneo a 5 di media e, ovviamente, finisce nel miglior quintetto. Rituali che diventano comuni anno dopo anno, premio dopo premio, titolo dopo titolo, in una progressione che a suon di magie vincenti portano Diamantidis a venire riconosciuto unanimemente come uno dei giocatori più dominanti d’Europa. Ma non solo. Anche uno dei più rispettati e amati per, passatemi la storpiatura, il “genio e regolatezza” e non si intende solo sul campo. Perché lui è sì uno di quelli che mette in ritmo il compagno con l’assist al bacio, che cancella l’avversario più pericoloso oscurandolo con i suoi tentacoli, che si prende le responsabilità nei momenti difficili. Ma è anche campione nella compostezza delle reazioni, nell’essere esempio per i compagni e avversario leale per chi ne incrocia la strada.

Sarebbe stato bello vedere cosa avrebbe potuto fare dall’altra parte del globo, in America. Quel ragazzo schivo venuto dal profondo Nord non si è mai sentito adeguato a spiccare il grande salto. Flirt, chiacchiere, timidi corteggiamenti, ma mai un vero incontro con quell’America vissuta come un pianeta alieno. Vera consapevolezza o eccesso di modestia? “Non sono mai voluto andare in Nba perché credo non si adatti al mio modo di giocare. Ho preferito sempre l’Europa ed il Panathinaikos, non ho mai voluto giocare altrove”, spiegò qualche anno fa ai microfoni di Contra. Sicuramente non sarebbe stato un problema di talento, quanto di ritmo. Ritmo in campo e ritmo nella vita per uno come lui che già ci aveva messo del tempo ad abituarsi alla frenesia ateniese. Pensatelo catapultato nella giostra multicolore della Nba. Uno stravolgimento cui non si è voluto sottoporre come il suo idolo Kukoc, seguendo invece l’esempio del suo predecessore in maglia Pana, Bodiroga. Eppure sarebbe stato affascinante vederlo disegnare magie dal pick and roll, alzare alley-hoop al pivottone di turno o inchiodare al vetro qualche avventuroso playmakerino. Tipo Chris Paul.

Ma anche un altro fenomeno che, come lui, ha deciso di ritirarsi qualche tempo fa: Kobe Bryant.

La sua America il Diamante l’ha trovata in Eurolega, il suo Popovich l’ha trovato in Obradovic. E il suo Larry O’Brien, per la prima volta, nel 2007. Una stagione che la famiglia Giannakopoulos ha focalizzato per intero sulle Final Four da ospitare in casa. E il Pana esegue, sbagliando il minimo indispensabile e sbarcando in finale senza rischiare nulla sotto la guida attenta dell’ammiraglio Obradovic e del capitano di vascello Diamantidis. Qui c’è il Cska campione in carica dell’eterno rivale Theo Papaloukas, già votato Mvp della stagione. Dimitris dà vita ad un duello stellare con il pari ruolo compagno di nazionale e alla fine l’ha vinta lui: coppa e corona di Mvp della finali che lo consacrano semidio in terra. A 27 anni, la cima dell’Olimpo è sotto i suoi piedi.

obradovic

L’annata nella quale, però, tocca vertici di dominio divini è probabilmente quella 2008/2009. La stagione, a dire la verità, con una delle versioni più irripetibili del Pana: Diamantidis, Jasikevicius, Spanoulis, Nicholas, Batiste, Fotsis, Pekovic, Perperoglou… Roba da leccarsi i baffi. “3-D”, il soprannome che meglio ne descrive la poliedricità, non ha bisogno di imporsi a livello offensivo, c’è talmente tanto talento in quella squadra, una delle più forti mai assemblate alle nostre latitudini, che può serenamente concentrarsi sugli altri aspetti del gioco dei quali è maestro: la costruzione, la leadership emotiva, la difesa. Le cifre non gli rendono giustizia, di fatto restano invariate rispetto ai due anni precedenti. Ma Dimitris si prende per la quinta volta consecutiva il titolo di miglior difensore d’Europa, con lo sfizio di affossare gli odiati rivali del Pireo in finale di Coppa di Grecia a suon di triple. Ovviamente nei minuti che contano:

Naturalmente, arriva anche la seconda Eurolega in carriera, quella di Berlino con Siskauskas a graziare il Pana sulla sirena e Spanoulis a prendersi la corona di Mvp.

Ah già, Vassilis.

spanoulis

L’amico-nemico, un nomen omen, visto che ha lo stesso nome di suo fratello. Un dualismo silenzioso e strisciante quello che lega due personalità e leader così maestosi. Come due magneti che provano ad avvicinarsi: è la fisica ad impedire loro di abbracciarsi. Quattro gli anni insieme in maglia verde più le estati a dividere l’armadietto in Nazionale. Ma non poteva durare per sempre. Ognuno aveva bisogno del proprio spazio per emanare a pieno tutta la propria aura. Nel 2010, quando V-Span tradisce il quadrifoglio per il rosso dell’Olympiacos, non c’è voglia di rivalsa in Dimitris. Solo quella di continuare a vincere e dimostrare che anche senza Spanoulis (e Jasikevicius, non ce lo dimentichiamo) quel ragazzo da Kastoria sa essere decisivo anche dovendo prendersi maggiori responsabilità a livello offensivo. E così nella prima stagione dopo il divorzio, Diamantidis è scintillante: sale da 9,4 a 12,5 punti a partita in Eurolega, nella quale è Mvp della stagione, Mvp delle Final Four e miglior difensore d’Europa (per la 6° volta). Ah, e si porta a casa la sua terza corona europea. Anche con prestazioni come questa, da versione europea di T-Mac:

La vendetta di Spanoulis si consuma però sul lungo periodo, quando il viale che porta il generale verde verso l’immortalità è battuto dagli ultimi raggi del tramonto. L’Oly sorpassa il Pana sia in patria, con tre titoli su cinque in bacheca, che in Europa, con due Euroleghe e una finale negli ultimi cinque anni a fronte di un digiuno da Final Four che per il Pana va avanti dal 2012. Lo sfiorire del quadrifoglio, non a caso, coincide con lo sfiorire del suo totem. La classe di Dimitris resta sempre scintillante ma con un fisico sempre più appesantito ed un supporting cast di livello ben inferiore a quello di qualche anno fa non si possono certo chiedere miracoli. Ma guai a non fare i conti con il cuore di un campione. Citofonare Fernando Buesa Arena:

L’ultima fermata si avvicina ed è quella di sempre: la finale del campionato, Pana contro Oly, Dimitris contro Vassilis. L’ultimo faccia a faccia, l’ultimo duello. E per un grande duello ci vuole un grande finale. “E’ stato uno dei migliori di sempre. È tempo di smetterla di chiedersi chi sia il più forte. Dobbiamo renderci conto di questo quando un grande giocatore come lui si ritira. E ci mancherà”. Ad esultare, nel modo più beffardo, è V-Span, che riconosce ben più dell’onore delle armi al suo avversario. Ma che mette il sigillo conclusivo su una storia impareggiabile nella maniera più spettacolare ed atroce: prima così e poi così.

SPAN

“E’ un momento difficile, perché so che vorrò stare con la squadra a settembre per iniziare la preparazione per la nuova stagione. Non riesco nemmeno a focalizzare il fatto che mi ritiro. Lo farò a tempo debito. La mia decisione è stata ben pensata e per questo ho annunciato quando l’avrei fatto. D’ora in poi giocherò a pallacanestro solo per divertimento”.

Chissà da dove partirà la nuova vita dell’uomo che si fece semidio. Magari da Kastoria, dalla palestrina cui intanto hanno dato il suo nome. Di sicuro non da quell’America che l’aveva saputo indicare solo come un numero (vero, coach K?).

“Se una cosa è certa è che non farò mai l’allenatore”.

Zeljko, convincilo tu.

 

 

(disegno di Diamantidis in copertina, a cura di David Agapito)