Guardando la statuetta di fianco a lei con l’occhio timido e imbarazzato di chi non ama essere da sola al centro dell’attenzione, Elena Delle Donne comincia il suo discorso di ringraziamento con le solite frasi di circostanza. Sono onorata, ci sono grandi giocatrici nella Lega, è un premio che devo dividere con i miei compagni e i membri dell’organizzazione, eccetera eccetera. Ma poco dopo il tono del suo discorso varia impercettibilmente. Le parole sembrano uscirle con un filo di fatica in più, mentre dice: “c’è stato un giorno in cui non avrei mai neanche sognato di essere qui, un giorno in cui ho lasciato giù la palla da basket e pensavo che l’avrei lasciata lì per sempre. Per questo è un po’ uno shock per me essere seduta qui ora”. Elena Delle Donne, ala delle Chicago Sky, in quel momento sta ricevendo il premio di Mvp della WNBA dopo che, su 39 giurati chiamati ad assegnare il premio, in 38 hanno fatto il suo nome. Però c’è stato davvero un giorno in cui sembrava che la pallacanestro dovesse uscire definitivamente dalla vita di questa bella ragazza bionda dal sorriso dolce, e che il basket femminile dovesse rinunciare a conoscere una delle giocatrici potenzialmente più forti di tutti i tempi.

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Elena Delle Donne nasce nel settembre del 1989 a Wilmington, nel Delaware da una famiglia di chiare origini italiane, sebbene queste vengano quasi del tutto annacquate nella cacofonica pronuncia americana del suo nome. Il Delaware è uno stato piccolo e di tradizione cestistica tutt’altro che luminosa. Il miglior giocatore nella storia dello stato fu Walt Hazzard (poi ribattezzatosi Mahdi Abdul-Rahman) che vinse un titolo NCAA con UCLA e venne chiamato una volta all’All Star Game NBA nel corso della sua migliore stagione in carriera (chiusa a 24.0 punti e 6.2 assist di media con la maglia di Seattle), ma per il resto il Delaware non ha prodotto molto altro, sempre che non vogliate pensare a Devin Smith, ex Avellino e Maccabi Tel Aviv, come ad un pilastro nella storia del gioco. Elena però si dà presto al basket e, complice anche un fisico straordinario, già fin da giovanissima diventa uno dei migliori prospetti d’America.

Che non sia una ragazzina come le altre si capisce presto: a 3 anni gira già sulla sua biciclettina senza le rotelle; a 7 anni stressa un giocoliere alla festa della scuola per farsi spiegare un giochino con le palline, questo alla fine spiega con fastidio a Elena come fare solo per arrestare le sue insistenti richieste, tanto una bambina così piccola non può riuscire in un virtuosismo del genere. Inutile dire che cinque minuti più tardi sta ripetendo pari pari il numero di giocoleria, per lo stupore del suo improvvisato insegnante. Ai tempi delle medie batte regolarmente in 1vs1 il fratello Gene, di tre anni più grande di lei. North Carolina le offre una borsa di studio in anticipo di 5 anni sulla sua eleggibilità collegiale, quando è ancora 13enne. Al liceo diventa definitivamente una stella e alla fine del suo ultimo anno da high school viene classificata come la miglior giocatrice di basket liceale del paese. In una partita in cui viene raddoppiata sistematicamente fin dalla prima azione segna 51 punti nei primi tre quarti prima di sedersi a partita ormai vinta, addirittura si scomodano dei paragoni con LeBron James.

La cosa più incredibile è che, nel frattempo, anche nelle liste delle migliori giocatrici di pallavolo di high school d’America compare il nome Elena Delle Donne, e non si tratta di un’omonima. Elena al liceo a Ursuline High domina in entrambi gli sport, ma non nel senso che se la cava benone in uno e discretamente bene nell’altro, domina proprio in entrambi. Però il suo meglio lo dà nel basket e basterebbe anche solo guardare mezza partita delle sue per capirlo. E’ un tipo di giocatrice che non si è mai visto prima e che difficilmente si vedrà ancora in futuro. Infatti su di lei piomba UConn, non una semplice università, ma probabilmente LA università numero 1 nella storia del college basketball femminile, sebbene esista la chance che quelli di Tennessee University possano trovarsi personalmente in disaccordo. Elena accetta la borsa di studio offerta da una leggenda vivente come Geno Auriemma, un altro italo-americano come papà Ernesto Delle Donne, e nel giugno 2008 parte per Storrs. Lì resisterà per poco più di 50 ore. Al terzo giorno fugge e torna a Wilmington. Non tornerà più indietro.

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Prima ancora che quelli di UConn riescano a capire cosa sia successo, Elena fa sapere che non giocherà a basket per loro e che ha bisogno di un “personal break” a causa di alcune questioni private. La realtà ci mette poco a venire a galla: dopo soli due giorni dal primo trasferimento della sua vita, Elena viene colta da qualcosa di simile ad un attacco di ansia dovuto alla lontananza dalla sua famiglia, con cui è cresciuta e da cui non si è mai staccata. In particolare, non riesce a stare fisicamente lontano dalla sorella maggiore Lizzie, affetta da una gravissima serie di handicap. Lizzie è cieca e sorda fin dalla nascita, soffre di paralisi cerebrale e di autismo, ha subito oltre 30 interventi nel corso della sua vita per migliorare la propria condizione. Essendo cieca e sorda, logicamente non ha mai neanche potuto imparare a parlare, quindi Lizzie è quasi isolata dal mondo esterno. C’è solo un modo in cui comunica: con il tatto. E lei ed Elena passano ore a comunicare toccandosi le mani, abbracciandosi, baciandosi. Se Lizzie ha fame o sete o freddo, tocca le mani di Elena in un determinato modo e lei capisce al volo quale sia la necessità della sorella. Elena è legatissima a quella che considera la sua sorellina minore, nonostante la carta d’identità ricordi come in realtà sia lei la più giovane. Ma la condizione di vulnerabilità e precarietà di Lizzie, oltre ai suoi numerosi handicap, la portano a richiedere le attenzioni che potrebbe necessitare normalmente un bambino di un anno, non avendo alcun tipo di autonomia o autosufficienza. Elena ama alla follia Lizzie e al momento del primo vero grande distacco della loro vita capisce che no, non può abbandonarla e non può stare lontano da lei. Entrambe hanno bisogno l’una dell’altra. Quindi la scelta di Delle Donne matura in poche ore: quella che poteva essere una carriera da stella della pallacanestro universitaria, piena di titoli NCAA, fama e soddisfazioni personali, si chiude ancora prima di cominciare.

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Elena torna a casa e si rimette a vivere la vita di prima. Sta con Lizzie, comunica con lei col linguaggio del tatto, la porta in giro a sentire il soffio del vento sulla faccia, una delle poche sensazioni di vita che la sorella può provare nella sua situazione di grave handicap. Ma ovviamente deve pensare anche al proprio futuro, e quindi si iscrive alla University of Delaware, piccolo ateneo a poco più di 10 miglia da casa. Un compromesso perfetto per proseguire negli studi senza allontanarsi da Lizzie. Però Elena decide di non riprendere a giocare a basket. Nella sua mente la pallacanestro è ancora legata a doppio filo al trasferimento a UConn e allo stress che tutto ciò le ha provocato. Addirittura si parla di “basketball burnout”, ovvero una sindrome patologica dovuta ad un forte stress causato da un impegno personale o lavorativo, in questo caso la pallacanestro. Si sente tradita, come se il basket l’avesse posta di fronte ad un bivio e costretta a scegliere tra la carriera e la famiglia. Elena abbandona quindi la palla da basket senza sapere quando e soprattutto se tornerà mai a riprenderla in mano.

Nel suo primo anno a Delaware si dedica esclusivamente alla sua altra grande passione, la pallavolo. Il suo allenatore Bonnie Kenny la presenta dicendo che diventerà una giocatrice di volley più forte di quanto sarebbe potuta esserlo nel basket, profezia paragonabile a quella del magnate che rifiutò a Walter Disney di produrre il primo cortometraggio di Mickey Mouse, sostenendo che un topo non sarebbe mai potuto piacere ai bambini. Nella stagione 2008-09 quindi, a poco più di 6 anni di distanza dalla conferenza stampa di qualche giorno fa, la Mvp pressoché unanime della WNBA 2015 non gioca neppure a pallacanestro, bensì a pallavolo. La stagione va abbastanza bene, le Blue Hens vincono il loro toneo di conference e approdano al grande ballo del Torneo NCAA per la seconda volta nella storia dell’ateneo. Ma in quella stagione Elena riesce anche a sgombrare la propria testa e a ritrovare la serenità e le certezze perdute per colpa di quel trasferimento che l’aveva turbata nel profondo. La quotidianità con Lizzie e l’amore della sua famiglia le fanno superare lo stress causato da quell’allontanamento repentino al quale non era ancora pronta. In una notte del gennaio 2009 Delle Donne entra nel palazzetto di Delaware University, col campus ancora semideserto per il break invernale. Ci sono solo lei e la palla.Nel silenzio della palestra Elena torna a tirare a canestro per la prima volta dopo oltre 8 mesi. Poi tira ancora, e ancora. Il risultato è sempre lo stesso, col fruscio della retina e il rimbalzo del pallone sul parquet a interrompere il religioso silenzio che regna in quella cattedrale profana. Tutto le sgorga naturale dalle mani, è come se non avesse mai smesso. La brace sotto la cenere si riaccende e riprende vigore nel giro di pochi minuti e qualche tiro in sospensione. “The love for the Game” è ancora lì. E dopo un anno sabbatico Elena si sente pronta a tornare a fare ciò che di gran lunga le riesce meglio, al pari di essere il punto di riferimento di sua sorella: giocare a basket.

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da così…

... a così

… a così

La stagione seguente si rende disponibile a giocare per la squadra di pallacanestro femminile di University of Delaware. Il programma delle Blue Hens ha avuto qualche stagione discreta in un passato neanche troppo lontano, però ovviamente non è mai nemmeno minimamente andato vicino a poter disporre di una delle migliori giocatrici del paese. Le due stagioni precedenti sono terminate con i record di 7-24 e 15-15. Nel suo anno da freshman Delle Donne scrive 26.7 punti e 8.8 rimbalzi a partita (compresa una partita irreale persa all’OT contro James Madison University in cui segna 54 punti), aiutando Delaware a chiudere la stagione con un record di 21-12. Il tempo sembra essersi fermato a quando dominava al liceo e tutte le università erano sulle sue tracce, la ruggine dell’anno di inattività è inesistente e anche la serenità e la voglia di giocare a basket di Elena sembrano essere tornate.

Nella stagione da sophomore i suoi numeri hanno una leggera flessione, ma al terzo anno poi esplodono definitivamente. Delaware arriva al Torneo NCAA con un record di 31-1 dopo aver vinto a mani basse il proprio torneo di conference. Le Blue Hens hanno una testa di serie numero 3 nel proprio lato di tabellone, ma al secondo turno cadono a sorpresa contro Kansas, numero 11. Elena chiude la stagione con numeri che raramente si erano visti prima, tanto più in quella particolare zona degli States: 28.1 punti, 10.3 rimbalzi, il 52% al tiro e l’89% ai liberi. Non riesce a trascinare le sue compagne fino al momento più nobile della stagione, ma negli USA, in vista dell’anno da senior, già iniziano a tratteggiare le similitudini con la storia di Larry Bird: la borsa di studio con Indiana, la fuga dopo pochi giorni, l’anno di inattività senza basket, il ritorno con la maglia di una piccola università a due passi da casa, Indiana State, fino a diventare uno dei giocatori più dominanti del panorama collegiale e trascinare il proprio college fino ad una finale NCAA fuori da ogni logica, ovviamente mai giocata prima dai Sycamores e mai più rigiocata dopo. La storia di Elena è da film, ma non fino a questo punto. Dopo aver vinto il torneo di conference per il secondo anno consecutivo, le Blue Hens chiudono la stagione con un record di 32-4 perdendo alle Sweet 16 contro Kentucky e dicendo addio al sogno, mai più ripetibile o anche solo immaginabile, di un approdo alle Final Four.

L’unico modo per fermare Elena Delle Donne al college: triplicarla.

L’unico modo per fermare Elena Delle Donne al college: triplicarla.

Il cammino NCAA di Elena Delle Donne finisce quindi senza essere riuscita a raggiungere un grosso traguardo (cosa che al 99% le sarebbe riuscita con Connecticut) ma con numeri egualmente incredibili: 26.7 punti e 8.9 rimbalzi nella sua carriera collegiale pur giocando in una squadra modesta, tirando oltre il 40% da tre e il 90% ai liberi. Poche settimane dopo la sua ultima partita con la maglia di Delaware va in scena il draft WNBA 2013: con la prima chiamata viene scelta Brittney Griner, giocatrice di cui probabilmente avrete sentito parlare e che meriterebbe un articolo a parte solo per lei. Giusto per darvi un’idea: prima che arrivasse lei, il record di schiacciate totali in carriera per una giocatrice WNBA era di due, stabilito da Candace Parker, la strepitosa sorella del “Ragno” Anthony, ex Roma e Maccabi. Griner lo eguaglierà già nella sua gara d’esordio. Con la seconda scelta -dietro a quella che è già ora la più grande giocatrice difensiva di tutti i tempi dopo soli tre anni da professionista- viene chiamata Elena Delle Donne. I suoi diritti vengono presi dalle Chicago Sky, squadra fondata nel 2006 che nelle prime sette stagioni d’esistenza non è mai riuscita a chiudere oltre il 50% di vittorie. Nella stagione 2013 termineranno la regular season come miglior squadra della Eastern Conference, con il 70.6% di successi. Il tutto grazie a Elena che, superati tutti i problemi che l’avevano colpita al momento della scelta del college, chiude il suo primo anno da professionista con 18.1 punti e 5.6 rimbalzi di media, vincendo il titolo di Rookie Of The Year davanti anche alla stessa Brittney Griner.

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Oggi, a soli due anni da quel premio, Elena Delle Donne è la sesta donna capace di vincere sia il titolo di Rookie Of The Year sia quello di Mvp, aggiungendosi ad un club da paura formato da cinque leggende come Candace Parker, Diana Taurasi, Tamika Catchins, Tina Charles e Maya Moore. In questa stagione impreziosita da sprazzi di dominio purissimo ha messo, assieme cifre vicine a riscrivere la storia del Gioco. I numeri al termine della regular season parlano di 23.4 punti e 8.4 rimbalzi, ma non devono ingannare venendo paragonate alle cifre degli Mvp NBA, esponenti di un gioco logicamente più ad alto ritmo e frutto anche di partite lunghe 8 minuti in più. Due cifre in particolare possono dare l’idea di quello che ha fatto quest’anno Elena Delle Donne.
1) La prima è il 32.7 di PER (il Player Efficiency Rating ideato da John Hollinger per valutare in maniera più scientifica della classica “valutazione” la prestazione di un giocatore, se siete scimmiati di matematica qui potete trovare la formula intera: https://en.wikipedia.org/wiki/Player_efficiency_rating#Calculation ), una cifra notevole se pensate che LeBron James nella sua miglior stagione in carriera, quella del 2008/09, ha totalizzato un 31.7 di PER e mai nessun giocatore nella storia della NBA ha chiuso oltre il 32.0.
2) In una stagione in cui è stata mandata in lunetta spesso e volentieri, ha chiuso con il 95% ai tiri liberi, portando la sua percentuale in carriera al 93.9%. Giusto per capirci, il miglior tiratore a cronometro fermo della storia della NBA, Steve Nash, è andato a godersi la meritata pensione vantando una percentuale in carriera del  90.4%.

 

Ma questi numeri raccontano solo un infinitesimo del valore di Elena Delle Donne, che appare invece lampante e cristallino a chiunque veda una sua partita. Elena è una giocatrice unica nella storia del basket femminile. E’ sostanzialmente la versione femminile di Dirk Nowitzki (quello di circa 8-10 anni fa all’apice della carriera) con qualche leggero sprazzo di Kevin Durant, sebbene in realtà il suo modello di riferimento sia proprio l’asso degli Oklahoma City Thunder. Il paragone più calzante resta però sicuramente quello con il tedesco dei Mavs, che viene subito richiamato alla mente ogni volta che Delle Donne esegue il suo semi-infallibile tiro in fade-away, fisicamente impossibile da stoppare se fatto partire da quella altezza. Elena gioca da ala, ma è sostanzialmente un esterno di 1.95 in un basket come quello femminile dove le giocatrici di quell’altezza sono delle interne fatte e finite. Il suo QI cestistico è altissimo, la capacità di leggere il gioco e coinvolgere le compagne è innata, non si spaventa quando il gioco si fa duro. E’ una giocatrice eccellente in post ma quando fronteggia il canestro è ancora meglio. Probabilmente è già ora una delle migliori tiratrici della storia, oltre ad essere molto brava a guadagnarsi viaggi in lunetta, che poi converte con le percentuali di cui sopra. Alcuni tiri costruiti dal palleggio o in penetrazione sono impraticabili ed impensabili per giocatrici alte 15 o 20 cm meno di lei, figurarsi per una che dovrebbe fare il centro. Solo Candace Parker -che ai tempi di Tennessee era listata nel roster come F/C/G perché poteva davvero ricoprire tutti i ruoli- è ed è stata una giocatrice dalla versatibilità paragonabile a quella di Delle Donne.

Elena non ha sconfitto solo la sindrome da burnout che l’aveva colpita alla fine della sua carriera liceale, ma ha dovuto combattere anche per due volte con la malattia di Lyme, una sorta di disturbo che ti fa sentire perennemente spossato come se si fosse influenzati ogni giorno della propria vita. La prima volta è capitata quando ancora giocava a Delaware, la seconda invece nella scorsa stagione. Dopo numerose visite, un controllo medico a settimana, un’alimentazione disegnata appositamente per lei, cure, ricostituenti e un po’ di palestra, Delle Donne è riuscita a superare anche questo disturbo, saltando metà delle partite di regular season nel suo secondo anno nella Lega ma senza che ciò le impedisse comunque di segnare 17.9 punti di media nelle gare giocate, leggermente meno rispetto alla stagione da rookie ma assolutamente non male per una che è scesa in campo al 40% della forma in quelle occasioni e che è riuscita comunque a trascinare le Sky fino alla finale WNBA, poi persa 3-0 contro le fortissime Phoenix Mercury di Diana Taurasi e Brittney Griner. Fuori dal campo si è data da fare anche per aiutare ragazzi e ragazze nella stessa condizione della sorella Lizzie, diventando ambasciatrice e promotrice di Special Olympics, la più famosa associazione sportiva internazionale dedicata agli atleti con disabilità intellettiva. Ha fondato la Elena Delle Donne Charitable Foundation ed è sempre estremamente disponibile con tutti i suoi fan, specialmente bambini e bambine.

Nonostante le sue straordinarie abilità sul campo e i suoi lodevoli impegni fuori dal parquet, spesso è stata vittima di messaggi sessisti o denigratori. Il fatto di essere contemporaneamente una bellissima ragazza e un’atleta famosa, l’ha portata spesso ad essere uno dei bersagli preferiti dei cosiddetti “leoni da tastiera”. Anche in un paese dove in 27 milioni di persone hanno guardato la finale dei Mondiali di calcio femminile, purtroppo esistono persone piene di pregiudizi che si sentono in dovere di svilire la dignità dello sport femminile, come spessissimo accade anche in Italia. Per cui un giorno Elena, dopo aver segnato 45 punti in una partita ed essere stata bersaglio di alcuni tweet ignoranti e sessisti, si è divertita a rispondere così:

Nel momento in cui leggete questo articolo, la stagione di Elena è finita da tre giorni. Le sue Chicago Sky hanno perso 2-1 in semifinale di conference contro le Indiana Fever di Tamika Catchings, nonostante i 40 punti con 15/22 al tiro di Delle Donne nella decisiva gara3. A breve il campionato WNBA finirà e buona parte delle giocatrici volerà verso l’Europa per la stagione invernale. Elena non sarà tra loro: giocando nei campionati più ricchi, come ad esempio quello russo, dove giocano Diana Taurasi e Candace Parker, o quello cinese, dove si spostano Brittney Griner e Maya Moore, potrebbe guadagnare anche 10 volte rispetto al suo stipendio di circa 100mila $ annuali con le Chicago Sky. Indicativo in tal senso è stato il contratto fatto firmare quest’estate dall’UMMC Ekaterinburg a Diana Taurasi: la squadra vice campione d’Europa si è offerta di pagare la cifra che Taurasi avrebbe guadagnato giocando per le Phoenix Mercury, 107mila $, perché la tre volte campionessa olimpica NON giocasse in WNBA e si riposasse in vista della stagione europea, dove è profumatamente pagata un milione e mezzo di dollari per vestire la casacca dell’UMMC. Se Elena Delle Donne decidesse di spendere la stagione invernale in Turchia, in Russia o in Cina, verosimilmente le sue cifre non si discosterebbero di molto da quelle che incassa Diana Taurasi. Soldi che possono comprare tutto, ma non possono colmare la distanza di una persona cara. Per questo motivo Elena preferisce invece rimanere a casa, passare il suo tempo con la sua famiglia e soprattutto con la sorella Lizzie, come spiega in questo bellissimo pezzo autobiografico per il sito Players’ Tribune: http://www.theplayerstribune.com/elena-delle-donne-sister/.

E poi quest’anno c’è da portare a casa da la statuetta di Mvp, mica male per una che sei anni fa neanche giocava più a basket e sembrava non dovesse più calcare il parquet in vita sua. Una che era arrivata ad odiare lo sport che amava, per averla portata a lasciare casa, senza che fosse pronta per farlo. Uno sport che però le sgorga dalle mani come per magia e che poi fortunatamente è tornata ad amare, una volta ritrovato l’equilibrio personale grazie al ricongiungimento con la sorella. Magari con il tocco delle mani riuscirà a spiegare anche questo a Lizzie. Che non può vederla, non può sentirla e non può parlarle, ma può toccarla, può percepire la sua presenza e può farla sentire più importante di quanto non lo sia un milione di dollari.

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(disegno della copertina a cura di http://fanciullodelghetto.blogspot.it/)