Se Mario leggesse cagate tipo “vai a insegnare il pick’n’roll agli angeli” riderebbe e manderebbe tutti bonariamente a quel paese dove non batte il sole.

Mario se n’è andato, e io sono fiero di averlo conosciuto e di avergli voluto bene.

Ospitale, burbero al punto giusto, attento a tutto ciò che lo circonda, movimenti di cose o persone, sguardo vivace, vivido e attento, parole proferite a mitraglia con una attenzione e una proprietà di linguaggio superiore. Lucido. Vero.

Io lo ascoltavo, ammaliato. Entravo nella sua dimensione, cercavo di figurarmi la palestra, il palasport, lo spogliatoio, cercavo di sentire l’odore, il suono di quelle parole riverberate dagli ampi soffitti e i piccoli sibili delle suole di gomma umidicce che tagliano il parquet, cercavo di immaginare quegli urli per uno schema sbagliato, l’interminabile e fastidioso viaggio in aereo (“ero arrivato ad un punto che prendevo un aereo alla settimana, e ad un certo punto ho detto basta” disse, parlando del suo trascorso di Ambasciatore FIBA).

Ero seduto al tavolino, e imparavo, progredivo, le sue parole mi nutrivano, parola dopo parola crescevo, venivo catturato e catapultato dentro la loro realtà.

Per uno che ama il Gioco come me, sentire parlare Mario De Sisti di basket era l’equivalente di sentire parlare Lemmy Kilminster di musica rock on the road.

Dopo il nostro primo incontro “ufficiale” per la stesura della sua biografia, rigorosamente al Bar Rex in via 25 Aprile, quando arrivavo (puntuale come sempre, ma Mario –come ogni volta-, era già lì ad aspettare leggendo la Gazzetta) per il nostro secondo incontro, Coach De Sisti esordisce dicendo, memore della nostra prima seduta “ciao Daniele, vuoi un fruttino?” (un “fruttino” è un termine usato venti, trenta o quaranta anni fa per chiamare un “succo di frutta”).

Io rido e declino, ma più avanti nella seduta la sete si fa sentire, e quando Mario propone una pausa mi chiede ancora se voglio bere qualcosa. Io annuisco e lui parte in quarta dicendo ad alta voce, rivolgendosi alla ragazza del bar “signorina per favore, porti un fruttino qui, per il bambino!”.

Umorismo tagliente e entusiastica ironia, visto che io di bambinesco ho ben poco.

L’amicizia ventennale che mi lega alla figlia di Mario, Stefania, mi portò una volta qualche anno fa ad una specie di “incidente diplomatico/gastronomico” con l’intera famiglia De Sisti. Sapendo delle mie reiterate permanenze in quel di New York, una volta Stefania mi disse “vado in vacanza a New York con i miei, dai, consigliami dei posti dove andare a mangiare”.

Tenuto conto dello stato di assoluta povertà in cui vivevo a New York, dove me la cavavo con una quindicina scarsa di dollari al giorno (abbonamento mensile alla metropolitana e affitto della stanza escluso), ci fu subito un primo misunderstanding di base. La famiglia De Sisti intendeva, come “consiglio su dove andare a mangiare”, un posto tra i più belli o caratteristici o rinomati o particolari o suggestivi di New York, o semplicemente un posto dove si mangiasse veramente bene, in condizioni normali. Io invece gli consigliai un posto a me estremamente caro, anche perché fu il luogo dove consumai la mia cena di nozze e dove tornai più e più volte nel tempo, ma che sicuramente non era quello che i De Sisti stavano cercando, visto che era una sorta di fast food messicano/hawaiiano di media caratura. Andarono lì a cena con aspettative ristoratrici di primo piano, e si ritrovarono a mangiare un pasto fast, in un luogo fast, con qualità del food da sufficienza risicata. Le comunicazioni che mi arrivarono dalla Stefania subito dopo quella cena parlavano chiaramente di “improperi nei miei confronti”, conditi dalle classiche frasi “ma dove ci ha mandato?!?”. Con la coda tra le gambe e le orecchie in tasca, ebbi poi occasione di scusarmi personalmente qualche settimana dopo incontrando Mario, rompendo gli indugi cogliendolo di sorpresa esordendo immediatamente senza preamboli o saluti con un “vuoi che ti consigli un bel ristorantino dove mangiare a New York?”, strappandogli il più classico dei “Ma vaff….”.

Cavalcando gli anni settanta e gli anni ottanta, il ricordo, nitido e quasi nostalgico, è di una televisione rigorosamente in bianco e nero, mentre una rapida e dilagante passione per il basket sta crescendo nel cuore nella mente e nel fisico di un bambino, a dispetto degli stereotipati sogni di diventare calciatore che affollano la mente e l’immaginario di ogni pargolo appassionato di sport. In quelle strane notti targate Rai, capita di vedere partite di altissimo livello, battaglie all’ultimo sangue di Coppa dei Campioni di basket, con la Billy Milano o la Ignis Varese o la Forst Cantù che giocano contro squadroni già conosciuti nel calcio come Real Madrid e Barcelona, o come squadre esotiche dalla canotta gialla come il famigerato Maccabi Tel Aviv.

Talvolta capitava anche di vedere partite del campionato italiano, divise pionieristiche e scarpe pure, ma partite giocate sempre e comunque in palazzetti pieni ed entusiasti.

Una sera ebbi l’impatto illuminante.

Profonda seconda serata, quella che va ben oltre le 23.30, un classico prodotto RAI di quel tempo.

Erano gli ottavi di finale dei Playoff Scudetto 1982, Gara 3, la San Benedetto Gorizia, rivelazione del campionato, affrontava la forte Cagiva Varese di una incontrovertibile icona del basket di quegli anni, Richard Percudani, una buona squadra con due americani di ottimo livello come Tim Bassett e soprattutto con Frank Brickowski, che diverrà “famoso” in tutto il mondo 14 anni più tardi per risultare essere l’emblema della sconfitta dei Seattle Supersonics alle NBA Finals del 1996.

Una delle cose più innovative di quel tempo nel basket, era il microfono nell’huddle di giocatori e coach per catturare le disposizioni dell’allenatore, soprattutto nei momenti cruciali della gara.

I ricordi sono frammentari e vacui, probabilmente si trattava di fine gara o addirittura di tempo supplementare, ma ciò che colpì come un dardo infuocato l’immaginario di quel bambino di allora fu un tratto familiare di quell’allenatore che stava concitatamente parlando ai suoi giocatori, con un accento e una cadenza familiare, come se, agli occhi di quel bambino, fosse impossibile che ci fosse una persona in televisione che fosse della sua stessa città, con le stesse espressioni cantilenate e la stessa lena melassata che era, ed è tuttora, l’andazzo del parlato ferrarese.

L’allenatore in questione pare su di giri, diciamo pure ansioso di spiegare ai propri giocatori uno schema.

Diciamo pure incazzato come una jena.

Dato questo status mentale del coach, a quel punto accade un vero e proprio patatrac mediatico, parzialmente riparato in sede di montaggio. Infatti uno dei giocatori sembra non prestare la dovuta attenzione alle parole del coach, e purtroppo per il giocatore, il coach se ne accorge. Dire che quell’occhialuto e scattoso allenatore diventa una bestia è indubbiamente riduttivo, il microfono cattura un ruggito che grida “STA A SENTIRE!!!!….” di 30 decibel più alto del suo già concitato tenore di time out, un’espressione che anticipa di pochi decimi di secondo un….silenzio totale, completo e forzato.

L’audio totale della partita, brusio del pubblico, rumori del time out e voce del coach sono per circa due secondi zittiti artificialmente in montaggio (la partita è ovviamente registrata).

Ma il labiale del coach è fin troppo chiaro a chi, pur essendo bambino, è avvezzo ad un certo tipo di espressioni colorite e sintomo di incommensurabile arrabbiatura, espressioni in gran voga nella cittadina emiliana, espressioni più comunemente dette bestemmie.

Un noto filosofo ferrarese sosteneva, questionando con l’arbitro subito dopo essere stato espulso durante una partita amatoriale, che “la bestemmia è INSITA nel gioco del calcio”. Beh, sostituendo la parola “calcio” con la parola “basket”, la quadratura del cerchio può ritenersi raggiunta, cosa che, se si parla di agonismo, voglia di vincere e massimo impegno, può anche avere un senso.

A qualcosa quella bestemmia valse, perchè alla fine la San Benedetto Gorizia vinse 81-79, vittoria che traghettò la compagine di De Sisti ai quarti di finale.

Mario era un uomo vero, serio, genuino, sorridente, senza fronzoli, incazzoso anzichenò, ma dal cuore immenso.

Ci mancherai, Mario.

Sei la storia. Ora sei leggenda.

 

Le sue parole ancora mi commuovono:

“Ferrara è la mia città e io la amo. Quando ero all’estero o ero via, non vedevo l’ora di tornare, per prendere la bicicletta e fare un giro o fare una passeggiata in piazza. Anche in passato comunque non avrei mai accettato un incarico a Ferrara, credo che mia moglie non me l’avrebbe mai permesso, alle volte, le donne hanno il sesto senso per capire queste cose. La sua frase chiave di questo argomento era “non accettare MAI Ferrara, perché qua ti conoscono tutti, e dopo dicono ‘eeehhh, cal sumàr!’. Il giorno del mio 70mo compleanno, vedere tutte quelle persone tutte insieme, persone che hanno significato tanto per me, radunati, lì, per me, è stata una emozione unica. Cosa vuol dire? Vuol dire che Qualcosa ho lasciato, no?”.