Di articoli sulla Dinamo Sassari e sul suo scudetto in questi giorni se ne sono letti tanti: articoli celebrativi, articoli tecnici, articoli tattici, e così via. Questo vuole essere un pezzo diverso: un articolo di scuse. Un articolo indirizzato a Meo Sacchetti a nome di tutti quelli che “sì, ma…”, quelli che “con questo gioco non può andare da nessuna parte”, quelli che “gli attacchi vendono i biglietti, le difese vincono le partite”, eccetera eccetera. La scorsa settimana negli USA più di un articolo ha parzialmente rivalutato e riabilitato il basket dantoniano e l’impatto che ha avuto sulla NBA moderna, sublimato nel recente titolo dei Golden State Warriors, che proprio al gioco dei Phoenix Suns di D’Antoni (Steve Kerr è stato GM dell’ex playmaker di Milano per una stagione nel 2007/08) si sono ispirati, pur con qualche ritocco e aggiustamento, soprattutto nella metà campo difensiva. Ora è giunto il momento di fare del revisionismo cestistico anche sulla pallacanestro di Meo Sacchetti, al termine di una stagione incredibile ed inimmaginabile, che ha visto Sassari portare a casa tutti e tre i trofei nazionali (Supercoppa a ottobre, Coppa Italia a febbraio, Scudetto a giugno) e soprattutto, ad impreziosire e fornire ulteriore valore a queste vittorie, eliminando in tutti e tre i casi la strafavorita Olimpia Milano.

fonte "lanuovasardegna"

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Ecco, quindi io mi immedesimo in tutti coloro che hanno sempre messo una croce sul basket sacchettiano e provo a chiedere scusa e fare mea culpa, anzi “Meo culpa”, da parte loro. Loro che comunque erano in buona compagnia, perchè probabilmente nessuno ad inizio stagione avrebbe mai pensato ad una tripletta sassarese. Fino a un paio d’anni fa in tanti -e non parlo solo di chi criticava apertamente il suo stile di gioco- avrebbero persino dubitato che il basket di Meo Sacchetti potesse portare ad alzare anche solo un trofeo, dimenticando però le promozioni ottenute in carriera in tutte le categorie in cui ha allenato ad eccezione della B2, i due campionati di B1 vinti consecutivamente con Castelletto Ticino (il primo anno rinunciò alla promozione, poi la stagione successiva rivinse i playoff da testa di serie #7 nel tabellone) e la storica promozione con Sassari dalla A2 alla A1, sconfiggendo in finale una Veroli che poteva vantare nientemeno che Kyle Hines e Dontaye Draper, due giocatori che ormai da anni vediamo in Eurolega.

fonte "La Stampa"

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Insomma, nonostante ci fossero tutti i motivi per pensare il contrario, la maggior parte di appassionati e addetti ai lavori pensava che il gioco di Sacchetti fosse bello ma inefficace (nella migliore delle ipotesi) se non addirittura poco equilibrato e deleterio (nei casi più estremi). Invece questa stagione ha dimostrato che, soprattutto nello sport, ci si può mettere ben poco a passare dal torto alla ragione e viceversa. Quando una squadra vince normalmente si analizzano le motivazioni della vittoria. Nei successi di Sassari invece quasi si cercavano delle giustificazioni per tale risultato, come se fosse un fuori programma contro ogni logica, una congiunzione astrale e del tutto estemporanea, dovuta più al caso o a qualche manchevolezza degli avversari, che non a un merito proprio.  Ma Meo, senza mai alzare la voce, ha smentito tutti dimostrando di avere ragione ancora una volta, proprio con questa tripletta che nessuno si sarebbe mai aspettato. Il primo trofeo è stata la Supercoppa a inizio stagione, prima dell’avvio della regular season, nella Final Four organizzata al PalaSerradimigni.

Sassari_supercoppa_2014_campioni

E tutti a pensare che vabbè, può capitare, è inizio stagione e le altre squadre devono ancora conoscersi e registrare i propri automatismi, ci sta che vinca la squadra che gioca in maniera più istintiva ed estemporanea, tanto più giocando in casa. E così nessuno ci ha fatto caso, ma Meo si è messo in bacheca la prima coppa della stagione. Poi a febbraio è toccato alla Coppa Italia, poco dopo la fine del girone d’andata, con Sassari che arrivava al PalaDesio in quel momento da quarta forza del campionato. Nel giro di poco più di 50 ore superate Cremona, Reggio Emilia e ancora Milano, battuta 101-94 in una finale che la squadra di Banchi giocava praticamente in casa (visto che Desio è la seconda casa dell’Olimpia in caso di indisponibilità del Forum e dista circa 15 km dal capoluogo lombardo), grazie ad un primo quarto irreale da 33 punti e alle super prestazioni di Logan e Dyson.

coppa italia

E tutti a pensare che vabbè, alla fine si era visto anche l’anno scorso, nelle competizioni brevi Sassari può dire la sua, si gioca su gara secca, si ha poco tempo per preparare le partite e fare aggiustamenti, c’è meno tatticismo e più libertà mentale, maggior opportunità di improvvisare e più spazio per cavalcare adrenalina ed emozione, però dai, le competizioni lunghe sono un’altra cosa. E così in pochi ci hanno fatto caso, ma Meo si è messo in bacheca la seconda coppa della stagione. Dopodichè sono arrivati i playoff, e lì sì allora che tutti volevano (anzi, volevamo: non sono mai stato un critico di Sacchetti né penso che esistano sistemi di gioco che garantiscano o escludano a prescindere delle chance di vittoria, ma anch’io credevo che Sassari non fosse pronta per poter vincere tre serie playoff di fila) vedere per davvero quale sarebbe stata la consistenza reale della Dinamo. Che arrivava da un momento tutt’altro che facile, avendo perso ben 5 partite in fila tra la 24esima e la 28esima giornata, un mese nero che aveva fatto scivolare Sassari dalla seconda posizione al quinto posto finale, costringendo così la squadra di Sacchetti a dover ribaltare il fattore campo già fin dai quarti di finale. La sconfitta in gara1 contro la sorpresa Trento, vanificando il +7 di fine primo quarto con un 66-48 nei restanti 30 minuti, probabilmente deve avere avuto le sembianze di ulteriore benzina sul fuoco dello scetticismo. Gara2 invece è stata, per stessa ammissione di Meo Sacchetti, la partita più importante di questi playoff. Non gara7 a Milano, non gara6 contro Reggio, ma una partita sulla carta neanche decisiva (Sassari non era ancora sull’orlo dell’eliminazione). Lì Sassari ha avuto il primo exploit di una post-season straordinaria da parte di Shane Lawal e si è affidata, in controtendenza col suo gioco, al tiro da due punti: i canestri da vicino hanno cambiato il volto della Dinamo in una serie in cui il tiro da tre è più andato che venuto, e il 63.6% di gara2, il 75.8% di gara3 e il 61.3% di gara4 hanno rappresentato tre delle uniche sei partite (su 48 giocate) in cui Sassari è andata sopra il 60% da due in questa Serie A.

trento

Questo a conferma che una delle grandezze del Banco di Sardegna di questa stagione è stata anche la capacità di cambiar pelle se necessario, come dimostrano pure gli spezzoni di insospettabile qualità difensiva sparpagliati qua e là, come ad esempio i 12 punti concessi nel decisivo terzo quarto di gara4 che ha chiuso la serie con Trento o i quarti periodi da soli 7 e 10 punti segnati di Milano in gara1 e gara4. Proprio la serie contro Milano è stato il capolavoro di Meo, la sua rivincita morale e tecnica nei confronti dei suoi detrattori. Si diceva che sì, Sassari era stata brava e fortunata a battere l’Olimpia in Supercoppa e in Coppa, ma lì erano situazioni tecniche differenti, in una gara secca, mentre su una serie di playoff era impossibile che Milano potesse perdere ben 4 partite, che addirittura in 10 giorni potesse incassare lo stesso numero di ko subiti complessivamente in 8 mesi e 33 partite stagionali, tanto più con il fattore campo a favore del Mediolanum Forum, dove in questa stagione italiana era 17-0. Ma l’insostenibile leggerezza dell’essere di Sassari ricorda quella storiella del famoso calabrone la cui struttura alare non dovrebbe consentire il volo, presunto impedimento che lui però ignora e che lo porta a continuare imperterrito a volare. Sacchetti è stato bravo a dirigere i ritmi del match anche nelle gare in trasferta, riuscendo a portare le partite verso il gioco che voleva Sassari e non quello che voleva Milano, è riuscito a limitare l’impatto di Samardo Samuels e ha creato un efficace task force su Marshon Brooks non facendolo quasi mai entrare nella serie, accettando magari di soffrire un po’ di più il talento offensivo di Alessandro Gentile per togliergli punti di riferimento e alternative al suo fianco. E se in difesa (cosa in precedenza impensabile per i suoi detrattori) ha costruito il suo piccolo capolavoro, culminato nei due quarti periodi citati in precedenza e nell’overtime di gara7 con Milano lasciata a 0 canestri dal campo nei 5 minuti più importanti della stagione, anche in attacco la Dinamo ha dimostrato di non dipendere più quasi esclusivamente dal tiro da tre (come dimostrato dalle sole 16 triple tentate in gara6, 18 in gara4 e 21 in gara3, rispettivamente il primo, secondo e quinto minor dato di tiri dall’arco tentati da Sassari in questa stagione), preferendo invece alzare i ritmi per viaggiare in contropiede e cercare il ferro, anche per punire la non sempre impeccabile transizione difensiva di Milano e l’atteggiamento mentale a tratti rivedibile di alcuni giocatori biancorossi.

fonte "sergioalbardellosport"

fonte “sergioalbardellosport”

Ah, l’aspetto mentale. Il lato forse più incredibile della stagione di Sassari è stata l’estrema capacità di non lasciarsi mai mettere al tappeto dai momenti difficili, che pure ci sono stati, e anche numerosi. Più di una volta durante l’anno al PalaSerradimigni si è udita un po’ di contestazione e qualche fischio, principalmente all’indirizzo di Dyson nel momento in cui stava rendendo meno e sembrava giocare un po’ troppo per conto suo. Poi è toccato al già citato mese da 5 sconfitte in fila. Poi alle due gare di Trento che anche Sacchetti ha ricordato come momento cruciale. Dopodichè alla folle lucidità mantenuta con Milano: avanti 3-1 e con doppia cifra di vantaggio all’intervallo, vieni rimontato e perdi gara5 al Forum, sprechi il secondo match point nella gara6 casalinga e ti ritrovi sotto di 11 in trasferta dopo un primo quarto di gara7 in cui non ci hai capito niente. Anche in finale: perdi le prime due partite e arrivi a -9 all’inizio del quarto periodo di gara3 dopo un terzo quarto da 4 punti fatti. Riesci in qualche modo a riequilibrare la serie ma in gara6 ti trovi ancora sotto di 5 a meno di 50″ dalla fine. La sfanghi ma in gara7 sei sotto di 17 dopo la prima sirena.

Come vedete sono stati mille i momenti in cui Sassari si è trovata in difficoltà, spesso anche grave, e mille volte ha dato l’impressione di essere definitivamente spacciata. Mille volte è stata data ormai per morta. Sarebbe bastato che anche solo una di queste sliding doors si fosse chiusa prima del previsto e probabilmente ora staremmo parlando di un altro epilogo. Ma se in ognuna di tutte queste circostanze è sempre riuscita a reagire, rialzarsi, e imporsi nuovamente sugli avversari, allora non può davvero essere un caso. Poi per vincere serve sempre un po’ di fortuna (pensiamo alla carambola del rimbalzo offensivo che ha portato gara7 a Milano all’overtime, o la tabellata vincente di Logan nell’ultimo minuto di gara 6 per tornare da -5 a -2, o ancora la tripla di Polonara già dentro e sputata dal ferro in gara7, e così via), ma lo sapevano anche gli antichi che la fortuna aiuta gli audaci e se c’è una squadra che in questi anni, ma soprattutto in questi playoff, è stata audace, questa non può che essere quella di Meo. E alla fine sì: Meo Sacchetti, in gara7 a Reggio davanti al consueto “amuleto” rappresentato da alcuni suoi vecchi giocatori dei tempi di Torino e Asti, si è messo in bacheca pure il terzo trofeo della stagione.

scudetto

grazie a Vacirca per la foto

Una delle chiavi di lettura più belle, interessanti e anche centrate l’ha data non a caso un’altra grande mente del basket italiano come Andrea Trinchieri, parlando di “depenalizzazione dell’errore” nel basket di Sacchetti e di Sassari. Una pallacanestro che, in controtendenza con quella che è stata l’evoluzione del gioco negli ultimi 10-15 anni, invece ha sempre difeso il potere della fantasia, dell’improvvisazione, della libertà, dell’istinto, anche a costo di sbagliare spesso e volentieri, senza però farne un dramma e senza smettere per questo di credere in un sistema o di giocare in una determinata maniera, garantendo invece una base solida di fiducia ai propri giocatori tanto nel successo quanto nell’errore.

Meo Sacchetti è un uomo figlio di emigranti bellunesi di ritorno dalla Romania, nato in un campo profughi ad Altamura, cresciuto a Novara, legato a Torino, che chiama casa Varese ma che si è stabilito ad Alghero. Un uomo senza confini o delimitazioni, un uomo abituato a cambiare ed evolversi, un po’ come la sua pallacanestro. Forse quello che tanti non hanno capito, nel criticare il basket di Sacchetti, è che il basket è uno sport di tattica, studio teorico e volendo anche statistica, ma che in campo ci vanno degli uomini con un vissuto, delle emozioni, delle paure e delle incertezze, delle convinzioni e delle sicurezze. Non delle funzioni algebriche pronte ad essere spostate per il campo nella maniera studiata e ritenuta a tavolino come la più efficace. Una cosa è avere a disposizione del talento, un’altra è sapere come gestirlo e come usarlo. Nel basket una parte di talento si disperde nel mondo laddove non trova il coraggio necessario per far sì che venga espresso senza essere soffocato. Una delle più grandi doti di Meo Sacchetti, nel suo basket libertino e -solo all’apparenza- poco organizzato, è quello di saper incanalare il talento e sfruttarlo, cavalcarlo invece di frenarlo, metterlo nelle condizioni di esprimersi e di potersi rendere manifesto. Con una gestione molto umana dello spogliatoio e del suo basket, senza inutili durezze eccessive da sergente di ferro, ma con la fermezza di chi è un leader e sa di avere le idee chiare.

Sacchetti è un gigante buono dalla spiccata umiltà, cresciuto alla scuola del “Professore” Dido Guerrieri, che insegnava a stare al mondo prima ancora di stare in campo, nonostante quest’ultima cosa peraltro la facesse pure parecchio bene. Proprio Dido Guerrieri amava ripetere come un allenatore debba essere innanzitutto sereno e saper trasmettere questa serenità ai propri giocatori, perchè un giocatore sereno avrà meno paura e sarà meno condizionato dal possibile errore, risultando così più utile per la squadra. Questo è un concetto che Sacchetti ha fatto suo e ha tenuto sempre bene a mente, riuscendo poi con successo a trasmetterlo nel suo basket, una pallacanestro che può piacere o non piacere, ma che ha l’indubbio pregio di essere sempre portata a cercare di raggiungere un obiettivo dando più importanza alla costruzione del proprio gioco, che non alla distruzione di quello altrui, cosa ormai diffusa in uno sport che, come accaduto parallelamente anche nel calcio, negli ultimi 15-20 anni ha visto le difese evolversi più velocemente degli attacchi.

squadra

A inizio stagione ero tra quelli che pensava che Sassari non avrebbe potuto ripetere l’exploit della vittoria in Coppa Italia dell’anno scorso. Pensavo che la qualità del roster fosse inferiore a quella della passata stagione, ritenendo soprattutto che un back-court formato da Dyson, Logan e Sosa fosse meno affidabile e meno “fosforoso” di quello formato dai cugini Diener e Marques Green, magari più atletico e altrettanto talentuoso (sia pure in maniera diversa) ma troppo istintivo, più incline all’1vs1, meno portato a costruire il gioco oltre che finalizzarlo. Pure io ero tra quelli che si sbagliavano. Non criticavo a prescindere il basket di Meo Sacchetti nè pensavo che non avrebbe mai portato a nulla di buono, dato che i risultati raggiunti in carriera erano lì a dimostrare il contrario, ma neanche pensavo che fosse al livello necessario per fare quello che ha fatto, soprattutto in una competizione lunga come il campionato, dove per poter arrivare fino in fondo, oltre al talento e alla fantasia, sono richieste anche continuità e organizzazione.. Invece Meo ce l’ha fatta e ha smentito tutti una volta di più, probabilmente quella definitiva. Per questo motivo una buona parte degli appassionati di basket italiano, rinchiusa nelle sue presunte certezze e nelle proprie convinzioni dogmatiche, doveva delle scuse a Sacchetti. Che ha vinto tutte le finali (di coppe o campionati) allenate in carriera, senza che quasi nessuno se lo ricordi. Che ha avuto fiducia nelle proprie idee e coraggio per difenderle. Che ha capito meglio di chiunque altro che il basket è un gioco e un privilegio, non una guerra o un’esasperazione. Che è stato straordinario nel far compattare una regione e un popolo intero, per identificarsi nei colori di una squadra che, in pochi anni, è diventata uno dei simboli e dei vanti di una terra stupenda che soffre i riverberi della crisi ma che proprio nelle difficoltà sa unirsi e mostrare tutto il proprio orgoglio e il proprio senso di appartenenza. Che è riuscito a dimostrare che le doti umane nella gestione di una squadra professionistica sono importanti quanto quelle tecniche, tattiche e organizzative, mettendo dei giocatori di talento in condizione di sfruttare le proprie capacità e di poter sbagliare senza sentirsi ostaggi del possibile insuccesso. E che è riuscito, forse e finalmente, a farsi apprezzare da un mondo cestistico che ci ha messo un po’ troppo a capirlo e che ancora adesso in parte storce un po’ il naso, per questo gioco poco convenzionale e poco ortodosso, per un allenatore che va in panchina con una polo sudata invece che con un completo da direttore di banca, che abbraccia i suoi giocatori invece di mandare il vice a parlare con loro, per un uomo che forse appare troppo vero, troppo umile e troppo genuino per i canoni a cui siamo abituati. Ma come diceva di lui il suo mentore Dido Guerrieri: “Romeo è l’unico uomo al mondo che nessuno può odiare, è troppo buono”. Ed è anche un uomo a cui dovevamo delle scuse. Ed ora, probabilmente, pure dei ringraziamenti.

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Si ringrazia Gianmaria Vacirca per la foto, per gli aneddoti e per i preziosi pareri.

(fonte foto copertina meosacchetti.it)