“Coach, Dejan lo prendo io. Il raddoppio lo voglio solo spalle a canestro. Quando gioca il suo isolamento dalla punta, lo tengo da solo. So prendergli la giusta distanza”.

Parole di Marko Milic, preparando la partita di Top 16, Barcellona-Scavolini Pesaro, stagione 2004-05.

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Qualche pallino di cronaca per ambientare quelle parole.

  • Eurolega Top 16. Pesaro mi ha chiamato a novembre per sostituire Phil Melillo, dopo aver perso di 51 punti a Tel Aviv in stagione regolare. (Ah, dopo avermi esonerato due stagioni prima a cinque giornate dalla fine)
  • Ci qualificammo per le Top 16 vincendo contro Siena. (Non c’entra? Siena per me c’entra sempre)
  • La proprietà ti abbracciava e ti esaltava nel post vittoria. Invitava la squadra a cena. Si dimenticava, però, di pagare gli stipendi. E forse non solo quelli.
  • Sorteggio Top 16. Allora gironi a 4. Ci capitano CSKA Mosca, Barcellona e Real Madrid. I (di allora) Lakers no, solo perchè non giocavano l’Eurolega.
  • Perdiamo serenamente le prime due partite a Madrid e a Mosca. Avviati ad essere il –già soddisfatto- fanalino di coda.
  • Vinciamo in casa contro Barca e Madrid. E insomma andiamo in Catalogna a giocarci uno spareggio. Chi vince va nelle prime otto, quarti di finale di Eurolega.
  • Quella partita finisce 86-101 per noi (qui il tabellino), per Pesaro. Che trionfa al Palau Blaugrana. Protagonisti, oltre a Sconnie Penn, due giovani italiani (che nel cuore mi stanno) Thomas Ress e Matteo Malaventura. E giocherà il quarto finale contro Maccabi Tel Aviv, campione uscente e che bisserà il successo. (Ah, al ritorno in stagione regolare vincemmo)

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Ho messo già il finale. Non voglio raccontare solo la storia di una partita che penso sia rimasta nella testa di tutti i protagonisti.

Mi aiuto con le parole di Milic per spiegare come può nascere un game plan, o meglio come può svilupparsi e trovare forma un piano partita.

Ci prepariamo per andare a Barcellona. Da squadra che si gioca qualche cosa che nessuno prevedeva. E questo conta nel preparare una partita. Avversaria una squadra che invece sa e deve vincere. Leggerezza e forza –pressione da usare anche nelle scelte.

Poi Bodiroga, Fucka, Navarro, De La Fuente, gente che le aveva vinte già quelle partite (e anche l’Eurolega) per qualità.

Idee. Sfida. In trasferta. Passando attraverso il metodo (non la routine, che brutta parola) e i suoi passaggi.

Eccoli.

 

  1. Quadernetto. Sempre rigorosamente a quadretti. Per prendere appunti. Guardando le partite dell’avversario. Leggendo il report dell’assistente. Anche ora con l’aiuto di Synergy (se non sapete bene cos’è ne parleremo forse un’altra volta) e con la possibilità di appunti digitali.
  2. Analytics. Numeri, tanti numeri da usare. A cui appoggiare dubbi e istinti sulle scelte da prendere. Esempio? Se guardo un pick and roll della squadra avversaria: efficienza % azioni producendo punti o falli subiti, chi tira e/o segna, chi ha la palla in mano, chi rolla, una degli altri 3. Come lo giocano? Dove sul campo. Con che mano. Con che tipo di tiro. E ancora, nei primi 8”, nei secondi 8” o negli ultimi 8”. E ancora, l’efficienza di quelli giocati con il punteggio dentro il +- cinque. Solo numeri? Troppi numeri? No. Cifre che aiutano l’istinto e la sensazione del guardare.
  3. Scelta. Meglio proposta di scelta dopo questa analisi. Proposta di scelta alla squadra. Per dare loro dati, immagini e ascoltando sensazioni.
  4. Accordo. Sul campo, provando, confrontandosi, arriva l’accordo che non è la scelta dell’allenatore. E’ la decisione della squadra. Che non sarà giusta o sbagliata. Ma convinta. Convinta e quindi propria. Forte.

 

Ecco, di nuovo, le parole di Marko MiIlic, si possono rileggere.

“Coach, Dejan lo prendo io. Il raddoppio lo voglio solo spalle a canestro. Quando gioca il suo isolamento dalla punta, lo tengo da solo. So prendergli la giusta distanza”.

fonte: roseto.com

fonte: roseto.com

Ci voleva qualche cosa di più. Di differente.

Parole, che, quella volta,  non furono solo accordo. Ma diedero, per primo a me, una particolare energia, una visione di sfida da trasmettere alla squadra. Che mai come quella volta fu proprio squadra e non gruppo. Altra differenza importante quando si parla di sport professionistico di squadra.

Insomma. Quando leggo di perfetto piano partita, o anche pure di scelte sbagliate, penso sempre a come nasce una scelta. In tanti modi. L’allenatore, l’idea o il sistema. Bello o brutto. No. Non passa da lì. Meglio passa anche da lì, ma conta di più il come trasmettere, il come far diventare una proposta, un accordo, meglio un sentire qualchecosa di proprio, non un compito da eseguire, ma uno strumento che aiuta.

Ah. La “giusta distanza” (come quel film –malinconico, e che quindi non posso non amare- di Mazzacurati)  è entrata nel vocabolario delle mie squadre. Per comunicare una scelta. Meglio una visione.

Marko Milic forse non lo sa. Ma lo ringrazio. Davvero.