Sapevate che la sezione basket dell’Inter ha vinto il campionato di serie A nel 1923? O che la Lazio è la polisportiva più grande del mondo, con ben 59 tra sezioni e associate? Eppure in Italia il fenomeno della società polisportiva ha fatto molta fatica ad affermarsi ai massimi livelli.

Altrove non è così. Scorrendo la lista delle squadre ai vertici dei vari tornei continentali degli sport a squadre, i nomi che ricorrono sono sempre gli stessi: Barcellona, Real, Cska, Stella Rossa, Partizan, Panathinaikos, Olympiakos, Fenerbahce, Galatasaray, Maccabi. Società rimaste costantemente o quasi ai vertici nel corso dei decenni, mentre nel resto d’Europa realtà più o meno estemporanee duravano e durano in alto il tempo di un coast to coast di Speedy Claxton.

Nonostante mi intenda di economia come Derrick Rose di ortopedia, riesco comunque a capire che per sistemare i conti una società professionistica deve muoversi in due direzioni: diminuire i costi e/o aumentare i ricavi. Creare una società polisportiva va proprio in quella direzione: condividere strutture, materiale umano, marketing, ecc… per ridurre le spese e ridistribuire gli introiti tra le varie sezioni.

Volutamente, nell’elenco precedente delle polisportive europee ho tenuto fuori il Bayern Monaco, perché è l’esempio vincente più recente che coinvolge il basket europeo. Quella bavarese, come gran parte delle altre, ha nella sezione calcistica la sua branca più antica (nata nel 1900) e predominante per appeal e giro d’affari. La sezione basket nasce nel 1946 e si sviluppa negli anni ’50, vincendo due volte la Bundesliga e creando un notevole hype intorno alla palla a spicchi che in quegli anni era ancora un sport misterioso nel Vecchio continente. Pensate che per un amichevole al Grunwalder Stadion contro la Lancia Bolzano, una delle miglior squadre italiane dell’epoca, a Monaco di Baviera accorsero ben 28 mila spettatori!

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Dopo l’euforia iniziale, però, il basket è andato pian piano in declino, finendo per sprofondare nelle serie minori a partire dalla fine degli anni ’60 e restandovi, salvo qualche sporadica risalita, fino a 6 anni fa. Nel 2008, la società prende una decisione in controtendenza dopo 40 anni di oblio: con una sezione calcio che fattura milioni e milioni di euro e la palla a spicchi che in patria sta crescendo a vista d’occhio, trascinata dall’immagine vincente di Dirk Nowitzki e da una Bundesliga sempre più competitiva, la polisportiva decide di investire pesantemente una parte dei soldi incassati col calcio nel rilancio del basket. I risultati sono lampo: nel 2011 arriva la promozione nella massima serie, qualche mese fa il ritorno sul trono di Germania con la finale vinta contro l’Alba Berlino a coronamento di una stagione che ha segnato anche l’esordio in Eurolega grazie alla wild card assegnata da Jordi Bertomeu. Oggi la sezione basket viaggia a pieno regime e non è raro che i giocatori del calcio assistano ai match della squadra di basket e viceversa. Bastian Schweinsteiger, quando può, non manca mai all’Audi Dome e il suo jumper è ben più affidabile di quello di uno Zeller qualsiasi:

Possibile che in Italia non si replicabile qualcosa di simile? Ok, probabilmente non esistono società calcistiche (non si può prescindere dal partire da quelle) con la forza del Bayern. E con tradizioni alla spalle costruite in decenni, secoli di campanilismi non sarebbe nemmeno cosa semplice mettere in piedi strutture del genere. Non è che puoi chiedere a Galliani di mettere insieme Milan e Olimpia, sarebbe impensabile fonderne le due storie. Nella scorsa primavera, i Della Valle, proprietari della Fiorentina, sembravano propensi a mettere in piedi un discorso in stile Bayern rilevando la Affrico, storica compagine cittadina che non se la passava in buone acque dopo qualche stagione in A2 Silver. Dell’operazione non si fece nulla e la società ha chiuso i battenti ad ottobre, rinunciando anche al campionato di serie B. L’unico caso italiano di polisportiva di successo in più sport è stato quello dell’era Benetton a Treviso. Peraltro neanche una vera polisportiva, perché di fatto si trattava di tre società distinte (basket, rugby e volley) con in comune la medesima proprietà.

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Anche la Lazio basket sembrava aver trovato la sua strada verso il top negli anni ’70, guidata dallo strepitoso talento del povero Abdul Jeelani. Ma sparì nell’oblio insieme al suo leggendario condottiero. Sarebbe suggestivo un ritorno in auge dei biancocelesti portando a Roma un derby dal sapore calcistico con quella Virtus che, visti i colori giallorossi e magari strizzando l’occhio al cuore bostoniano del presidente Pallotta (socio di minoranza dei Celtics), sarebbe la controparte perfetta per una sfida che saprebbe accendere il già florido movimento cestistico della capitale (con tre squadre in serie B dietro la serie A targata Acea). Sarebbe uno spettacolo avere, che so, Totti in tribuna con la canotta giallorossa a tifare i lupi e Mauri a raccogliere le scommesse.

CALCIO: ROMA VS BASKET PER ONU

Attualmente, sta provando ad andare in questa direzione il Pro Sport Estense, una sinergia molto stretta che a Ferrara sta unendo la Spal di calcio, la Mobyt di basket e le Aquile di football americano. Rapporti di collaborazione più o meno stretti li ha tessuti negli anni anche la Pallacanestro Reggiana con il Sassuolo calcio con lo sponsor Mapei a fare da ponte (e i tifosi della Reggiana calcio a masticare amaro). Ma in questo caso parliamo più di forme di sostegno reciproco che di iniziative che mirino alla fusione degli impianti societari.

Può essere davvero un modello sostenibile per il rilancio del basket italiano quello della polisportiva? “Fare rete”, “creare sinergie”, “mettersi insieme”, quante volte ne abbiamo sentito parlare? E allora perché non provarci davvero?