NBA Finals ’97. Utah Jazz @ Chicago Bulls, gara 6: siamo in piena era Jordan, tanto per intenderci. Jordan che aveva mangiato avariato 72 ore prima e che, nonostante questo, decise di consegnare ai posteri una partita leggendaria, il celebre Nauseagame. Trentotto di febbre, trentotto punti: la banda di Phil Jackson tornò da Salt Lake City sul 3-2, per i Bulls fare 1 su 2 sul campo di casa sarebbe stata una pura formalità.

Gara 6 non decolla, è bruttina. Gli attacchi sono spuntatissimi, Utah riesce comunque a tenere sempre 5-7 punti di vantaggio perché, se da una parte Stockton e Malone sbagliano tutto quello che tirano, dall’altra Chicago, che ha un mismatch Pippen-Hornacek evidente, sembra quasi non aver voglia di vincere. La scossa arriva dalla panca. Brian Williams sostituisce uno stranito Luc Longley, nel corso del match piazza due giocate da top 10: una schiacciata pazzesca in faccia ad Ostertag, partendo dal post basso, e un lancio baseball direttamente da rimbalzo difensivo, per una bimane facile dello stesso Pippen.

Si arriva in equilibrio nel 4° quarto, ma Chicago può contare sul solito quarantello di MJ e sulla freddezza nell’ultimo minuto di Steve Kerr. La schiacciata di Kukoc sancisce il quinto titolo Bulls: in Illinois si festeggia ancora e, per una volta, impazzisce di gioia anche Brian Williams. L’uomo che piangeva leggendo la biografia di Miles Davis, perché “avrei voluto avere la stessa passione per il Basket di quella che aveva Miles per la musica”. Williams si regalerà un sobrio viaggio-premio a Pamplona, partecipando alla corsa dei tori di San Firmino.

 

Sobrio, certo. Stiamo parlando di uno che girava per gli stati dell’Unione in bicicletta. Esperto surfista, paracadutista, l’unico (?) giocatore NBA che invece di dormire o ingozzarsi da KFC passava le trasferte a vedere cultura e musei delle varie città (tranne Minneapolis, ovviamente, perché almeno a Milwaukee ci hanno girato Happy Days). Uno dei pochi ad aver cambiato il nome di battesimo, prima dell’inarrivabile Ron-Metta-Friend. Ma questa è una storia tristissima.

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Brian Carson Williams nasce in California nel ’69, figlio dell’ex cantante dei Platters Eugene, band che con Only You”, nei 50es, aveva fatto limonare una marea di adolescenti. Mamma Patricia lo cresce dopo il divorzio, da giovane promessa dell’atletica leggera diventa ben presto un giocatore di basket, facendo intravedere talento a Maryland prima, e ad Arizona poi. Brian è un 7piedi (210cm) piuttosto agile, dotato di buona velocità di base: il 1991 non è un’annata memorabile per il draft, ma viene comunque scelto alla numero 10 dagli Orlando Magic.

L’esperienza in Florida è piuttosto infelice: Williams ha un primo anno discreto in una squadra perdente (21-61 il record totale), nel secondo viene totalmente chiuso dall’arrivo di Shaquille O’Neal. Dopo un altro biennio a Denver, gioca la migliore stagione in maglia Clippers nel 1995-96, dove si mette in luce segnando 16 punti di media da centro titolare. Potrebbe rifirmare, opta per la free-agency: il contratto ha cifre troppo alte, però, non lo vuole nessuno. In molti covano dubbi su di lui, soprattutto per i suoi problemi depressivi: circolano voci su alcuni presunti tentativi di suicidio, mentre è certo, e dichiarato in un’intervista, che l’NBA lo abbia aiutato a staccarsi totalmente dalla sua famiglia, un obiettivo che il figlio di ‘Geno’ si era imposto da diverso tempo.

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Chicago lo firma quando mancano solo nove partite alla fine della Regular Season, quanto basta per poter salire sul carro del 23. Non che gliene fregasse molto, in realtà: aveva trascorso i mesi prima scrivendo poesie, e girando in barca per le isole tropicali. A Settembre ’98 corona il suo vero sogno: durante i due anni di Detroit cambia nome, diventando Bison Dele in onore dei suoi antenati indios. Molla Pistons e lega a 30 anni, nel 1999, dopo aver registrato i massimi in carriera a 16.2 e 9 rimbalzi a uscita. La stampa lo aveva definitivamente etichettato come un personaggio eccentrico, lui non aveva, semplicemente, tutto questo amore verso la pallacanestro.

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Brian/Bison era il giocatore più pagato da Detroit, si narrava che avesse lasciato lì quel contratto garantito da 36.5 milioni fino al 2004 per dissapori sorti all’interno di squadra e società. Non fu così. L’NBA gli aveva dato tutto quello che voleva, compresa una piccante uscita con la sempre venerata Madonna. Lasciate le luci della ribalta con tanti soldi e in punta di piedi, a poco a poco si stacca, definitivamente, dal resto del mondo. Coltiva passioni su passioni, dalla poesia alla musica – suona tromba, violino e sassofono -, sfrutta il brevetto aereo per viaggiare in continuazione. Quella che per tutti noi sarebbe la vita dei sogni, però, nel caso di Dele queste non erano altro che valvole di sfogo, vie d’uscita, dalle quali cercava riparo per combattere una depressione sempre più lancinante. Fino all’ultimo, drammatico, capolinea.

6 Luglio 2002. Dele stava trascorrendo 3 settimane di vacanza a Tahiti con la sua nuova fiamma, Serena Karlan: la coppia salpa sul catamarano Hukuna Matata con lo skipper, Bertrand Saldo, e il fratello dell‘ex NBA, Kevin. Due giorni dopo, le tracce dei quattro scompaiono totalmente: il 20 Luglio, Kevin è l’unico a tornare sull’isola.

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Quello che successe rimane un mistero, ancora oggi. Non si sono più avute notizie degli altri tre, ed è praticamente certo che i corpi siano dispersi sul fondo dell’oceano Pacifico. La polizia accusò Kevin di triplice omicidio: anch’egli, come Brian, aveva cambiato nome da qualche tempo (diventando Miles Dabord) ed era soggetto ad attacchi depressivi; si scoprì inoltre che usava il suo nome sul passaporto, e che falsificava la sua firma per ottenere dei soldi. Venne finalmente trovato, incosciente, su una spiaggia di Tijuana: la sua versione dei fatti non convinse, chiamò la madre Patricia rivendicando la sua innocenza, e che non sarebbe sopravvissuto in prigione. Morì il 27 Settembre, in seguito a un coma provocato da una forte overdose di insulina. Del caso si era presa cura anche l’FBI, ma nessuno sa dire ancora se era solo o c’era qualcun altro sulla barca, quando tutto questo è successo.

Quante volte avete sentito la storia del ragazzo del ghetto con l’infanzia difficile, che trova la luce nella sua vita grazie alla pallacanestro? Tante, troppe. L’ascolti una prima volta, dopo diventa quasi un luogo comune.

Ci sono poi personaggi particolari, molto meno famosi e che in pochi riescono a ricordare, non fosse per qualche VHS o NBA live 2000. Sarò strano, ma sono quelli per cui mi emoziono davvero e che meritano un omaggio, un saluto.

Dieci minuti valevano la pena, e vi ringrazio. Questa è la storia di Brian Williams. L’uomo che aveva giocato a basket, ma che il basket non aveva scelto.

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