Quando mi fermo a ripensare ai tempi passati, nei miei ricordi riaffiorano due emozioni in particolare che mi mancano fortemente dei miei giorni di scarso giocatore, tolto ovviamente il piacere in sé regalato dal semplice atto di giocare a basket: la prima cosa è vivere quotidianamente lo spogliatoio, con la sua atmosfera cameratesca e la sua aria protettiva da grande famiglia, la seconda è il clima che si respira a primavera inoltrata, quando l’importanza delle partite si intensifica e l’inconfondibile brivido di adrenalina dei playoff comincia a fare capolino. Quelli erano i giorni per cui ci si allenava e si giocava per quasi un anno intero. Tutti gli allenamenti fatti d’inverno, quando magari eri stanco e non avevi voglia di uscire di casa, entrare nella macchina gelata e recarti in palestra, dove magari non si arrivava neanche ad essere in 10 perché la squadra era decimanta dall’influenza. Tutte le partite giocate in trasferta, di sera, lontano da casa, davanti a poche decine di persone. Tutti gli allenamenti delle vacanze di Natale, di mattina durante i ponti festivi, nelle sere dei big match di Champions League o Eurolega. Tutti i suicidi, i percorsi di conditioning, i lunedì di preparazione atletica, le trecce, gli addominali, i piegamenti, gli esercizi di ball handling, di 5 vs 0, di difesa a tutto campo. Tutto questo passava in secondo piano in un attimo. L’eccitazione e l’adrenalina, ma anche la tensione e il nervosismo, che pervadevano il corpo nel periodo dei playoff erano semplicemente ciò per cui si giocava e si viveva. Ogni piccola cosa di una normale partita, in quei giorni appariva amplificata. Uno sforzo difensivo, una lotta a rimbalzo, uno scivolamento laterale, un’esultanza, un’incazzatura, un abbraccio ad un compagno, un incitamento dalla panchina, un consiglio durante il timeout, anche un colpo duro in più durante l’allenamento per alzare l’intensità o mandare un segnale, oppure uno sguardo fisso negli occhi durante la ruota prepartita, ognuna di queste cose rappresentava un’emozione vibrante e un gesto fatto con una devozione quasi sacrale. Le partite di regular season sono una semplice mossa all’interno di una partita a scacchi, puoi avanzare di due caselle o perdere un pedone, ma difficilmente fanno la differenza, almeno prese singolarmente.

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Quando cominciano i playoff si rimane sul tavolo con torri, re e regina, in poche mosse si decide tutto. Queste sono le partite che si sogna di giocare per mesi, e che non tutti i giocatori arrivano ad avere la possibilità ed il privilegio di poter giocare. Io ho avuto la grande fortuna non solo di vivere sulla mia pelle tante volte questa atmosfera, prima a livello giovanile e poi a livello senior, ma anche quella di poter vincere da comprimario un campionato di C1 e uno di C2. Ma ogni volta è una sensazione che non bisogna dare per scontata: magari su 16 squadre sono in 4 quelle che arrivano a poter lottare per un traguardo, mentre agli altri non rimane che accomodarsi in tribuna e pensare a quanto vorrebbero essere in campo pure loro. Perché vivere da fuori una partita di playoff ti consuma dentro, percepisci l’adrenalina dell’ambiente e vieni coinvolto nel momento, ma senza poterne essere protagonista. Rimani ai bordi del flusso di emozioni senza poterti tuffare dentro e farti travolgere. Proprio per questi motivi, ancora oggi ogni volta che assisto dal vivo ad una partita di playoff è una sofferenza, forse ancor più fisica che mentale. Riconosci l’aria di una partita importante appena entri in una palestra senza sapere neanche perché, solo annusando l’aria come se i playoff avessero un preciso odore di paura, sogno e desideri sudati e tu fossi un cane da tartufo addestrato a riconoscerlo.

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In un attimo il corpo riconosce quell’atmosfera, quella sensazione, e ricomincia a rilasciare epinefrina, a far salire dentro di te quell’agonismo e quella voglia di lottare che credevi sopite e non sentivi da tanto. Rimpiango quei tempi e mi rammarico di non essermeli goduti abbastanza. Più che altro perché finchè ci sei dentro lo dai per scontato, pensi solo a vivere quei momenti al massimo ma non ti fermi a gustarteli, perché ancora non riesci a focalizzare quanto ti mancheranno. Ti manca la sensazione del tempo che non passa mai man mano che si avvicina la partita, perché l’attesa si dilata e ora che le giornate sono più lunghe e il sole tramonta più tardi ti sembra pure che durino di più. Ti manca il rituale di preparare la borsa come se stessi montando la tua arma per presentarti in battaglia, solo che non è una guerra, dove magari rischi di morire, ma è al contrario uno dei momenti dove ti puoi sentire più vivo che mai. Ti manca fare la strada verso la palestra in macchina e sentire che il battito accelera lentamente ma inesorabilmente man mano che ti avvicini. Ti manca entrare in spogliatoio e vedere che non sei l’unico arrivato 20 minuti prima del consueto, ma che anche altri tuoi compagni sono già lì e hanno pure la tua stessa faccia. Ti manca l’inusuale silenzio che regna mentre ci si veste e ci si prepara. Ti manca covare l’ovetto per la tensione, il cosiddetto “merlotto al culo” che ti costringe ad andare in bagno 3 volte nel solo prepartita.

Ti manca il discorso del coach di cui non capti neanche una parola, perché tanto in quel momento sei chiuso in te stesso e stai già vivendo quella partita che lui pensa di raccontarti in anticipo. Ti manca l’entrare in campo per il riscaldamento già sudato, un po’ per l’inusuale caldo della primavera inoltrata e un po’ per la tensione. Ti manca fissare l’altra metà campo, guardando il riscaldamento degli avversari, e provare ogni tipo di pensiero che ti passa in testa in quel momento, dalla paura al rispetto alla soggezione. Ma soprattutto ti manca quello che viene dopo, quando vengono presentate le squadre, fai gli ultimi tre minuti di ruota a tutta per sciogliere la tensione, piazzando magari schiacciate che non ti erano mai riuscite in vita tua solo perché in quel momento sei un fascio di muscoli e nervi carico come una molla. Nel momento in cui torni in panchina per l’ultimo discorso la tensione svanisce, perché da lì in poi finalmente si comincia, e rimangono solo la carica e la concentrazione. Spesso sono più tesi quelli che stanno in panchina di quelli che vanno in campo, perché mentre stai giocando non hai più tempo per sentire la paura o il nervosismo, sei completamente assorbito dalla partita e da ciò che stai facendo.

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Da lì in poi è la parte più bella. I contatti sono più duri di quelli a cui sei stato abituato per tutto l’anno, tirare diventa più complicato del normale, hai una frazione di secondo in meno per prenderlo in mezzo all’area e qualche decina di centimetri in meno per prenderlo da fuori, ogni azione la si gioca con un dispendio fisico e mentale come se fosse il penultimo o il terzultimo possesso di una partita in equilibrio. Il pubblico è molto più numeroso e caldo del solito, il palazzetto è strapieno e tu ti diverti a giocare con loro come se fossero una componente fattiva della partita. Se sei in casa vuoi cavalcarli il più possibile, prendi forza dal boato per un canestro segnato ma ti carichi più che mai per uno sfondamento subito o una stoppata, per una giocata di intensità e sacrificio. Se giochi in trasferta “torearli” è inebriante, quando la tua squadra segna e senti il pubblico che si zittisce, o quando guadagni un fallo su un contatto duro di entrambi che le persone sugli spalti avrebbero voluto veder amministrato in maniera opposta.

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Anche dalla panchina ti senti un ingranaggio della partita, con il tuo incitamento o la carica che trasmetti col contatto fisico ai tuoi compagni quando tornano in panchina per i timeout. E soprattutto fatichi a stare seduto, perché il fermento che hai dentro ti divora, e da un certo punto di vista ti consuma ma dall’altro è bellissimo così, perché ti fa sentire vivo come poche altre cose ti hanno fatto sentire vivo nella tua vita. Confesso che in un paio di occasioni, quando la squadra in cui giocavo era in condizione di chiudere una serie, logicamente non vedevo l’ora di riuscire a vincere la serie o il titolo, ma una piccola parte inconscia di me quasi masochisticamente sperava, nel fondo della sua perversa dipendenza da competività, di perdere quella partita per poterne avere una in più da giocare, e avere così tre allenamenti in più da fare con quell’intensità, una borsa in più da preparare, la tensione di un prepartita in più da gestire, 40 minuti di emozioni in più da vivere e magari anche una vittoria da gustarsi maggiormente perché arrivata in una condizione più difficile, con un margine di errore minore.

Oggi invece queste cose mi ritrovo a viverle tutte da fuori. Il mio lavoro mi ha portato ad abbandonare il basket tre estati fa, dopo la vittoria della C2, perché logicamente seguendo eventi sportivi per mestiere ci si ritrova a lavorare soprattutto di sera durante la settimana o nei weekend, ovvero nei momenti abituali di allenamenti e partite. Quindi ogni volta che si avvicina la fine di una stagione regolare la mia adrenalina torna a risvegliarsi, ridestando così anche la silenziosa nostalgia di quelle sensazioni vissute in passato ma che ormai non mi appartengono più. In quel momento preciso della primavera inizia un campionato nuovo, dove tutto quello che è successo fino alla settimana precedente diventa istantaneamente parte del passato, come un libro vecchio che abbiamo finito, chiuso e riposto in libreria. Comincia il campionato più bello, quello dove ci si ritrova a giocare una partita nella propria mente più e più volte nei giorni precedenti al match per stemperare il nervosismo e pregustare l’inebriante eccitazione della vittoria, dove si sogna sull’orlo delle emozioni e col corpo pervaso dalle scosse di adrenalina e tensione agonistica. E finchè si ha la fortuna e il privilegio di poterle provare, quelle sensazioni le scambieresti davvero con pochissime cose al mondo. In fondo è proprio questa tutta la bellezza selvaggia dei playoff. E’ quello per cui si gioca. E’ quello per cui si vive.

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