Eurolega o Serie B, club o nazionale, non fa differenza, perché la voglia di vincere e l’entusiasmo e l’emozione delle prime volte non l’hanno persa neanche ora che hanno 43 e 38 anni. Con quel pizzico di inevitabile nostalgia nei confronti del basket del passato, nel quale sono stati tra gli ultimi a vincere una (o più) medaglie con la maglia azzurra. I palmares? Parlano da soli e combinati insieme fanno per:

  • 1 Eurolega, 1 Eurochallenge, 1 Coppa Saporta
  • 2 Scudetti
  • 1 argento olimpico, 1 oro europeo, 1 argento europeo, 1 bronzo europeo, 1 argento ai Goodwill Games
  • 3 Coppa Italia, 2 Supercoppa Italiana, 1 Campionato e una Coppa Italia di Legadue ed una di C dilettanti.

Ma non ne hanno scalfito l’umiltà e lo stimolo di accettare,  da un anno e mezzo a questa parte, nuove sfide, che hanno soprattutto permesso di rinsaldare un’amicizia capace non solo di resistere, ma addirittura di rafforzarsi col passare del tempo. Così, dopo una lunga carriera in giro per l’Italia (Avellino e Virtus Bologna, seppur in epoche diverse, passando dalle medaglie con la Nazionale e trionfi con i club, Davide Bonora ed Alex Righetti sono rispettivamente allenatore e miglior realizzatore dell’Eurobasket Roma capolista del girone C di Serie B, con la quale vivranno, tra meno di due mesi, una Final Four tanto inedita, quanto affascinante: la Coppa Italia di B.

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L’Eurobasket al termine della sfida contro la Luiss che l’ha qualificata alla Final Four di Rimini Fiera, grazie anche a 20 punti di Righetti.

Ma per comprendere appieno la situazione bisogna riavvolgere il nastro di almeno un anno e mezzo, per scoprire dove nasce un binomio che, adesso, si è lanciato anche in una stimolante avventura imprenditoriale.

Come allenatore il vulcanico presidente Armando Buonamici sceglie un Davide Bonora debuttante, reduce da qualche esperienza come procuratore e team manager dopo aver interrotto l’attività agonistica, che accetta la proposta della giovane società dell’Eur. Due aspetti determinanti, la presenza di Bonora ed il coinvolgente entusiasmo del presidente, che spingono Alex ad accettare la sfida di  calarsi in una dimensione completamente nuova.

“Il contatto è nato due anni fa, quando ero un po’ ad un bivio dopo che la Virtus, terminato il contratto, aveva deciso di non confermarmi ed io non volevo spostarmi da Roma per non trascurare ulteriormente la famiglia, avendo già passato molto tempo in giro a giocare. Per questo non mi interessava troppo la categoria, quanto la possibilità, una volta deciso di non andare fuori, di trovare una situazione che mi piacesse e che avesse un progetto dietro, una linea da seguire e la possibilità di lavorare bene. Poteva essere la fusione tra Stella e Veroli per giocare la A2, ma poi Davide che già si sapeva sarebbe stato l’allenatore dell’Eurobasket mi ha messo la pulce nell’orecchio ed è stato determinante nella scelta, ma poi Armando (il presidente, ndr) è una persona che ti coinvolge, ti entusiasma e ti dà tanto a livello di calore umano, che è stato fin troppo facile accettare”.

bonora righetti

Pando e Rigo, quindi, di nuovo insieme, dopo il triennio condiviso da compagni di squadra alla Virtus tra il 2002 ed il 2005: “Adesso abbiamo un rapporto molto stretto e confidenziale, perché le due famiglie sono molto unite e condividiamo sia l’esperienza cestistica che quella lavorativa, eppure da compagni di squadra avevamo buoni rapporti, ma non una frequentazione fissa ed abituale. Anzi, se Alex non avesse conosciuto la sua attuale moglie, che è una delle migliori amiche della mia, probabilmente avrebbe confermato la sua idea iniziale di tornare a Rimini e non fermarsi qui per la parte finale e successiva alla sua carriera agonistica”.

In tre anni insieme tanti successi solo sfiorati ed una sola grande bestia nera: la Fortitudo Bologna. Che eliminerà due volte la Virtus in semifinale (beffardo il 75-77 del PalaEur di gara 5 nel 2003) ed una volta ai quarti, ma gli aneddoti più vivi e nitidi risalgono ad epoche diverse tra loro, come la prima stagione, quando al termine di una partita persa in casa, coach Piero Bucchi deve giustificare il perché di tenere in campo Horace Jenkins e non Bonora nel finale. “Avevo bisogno di uno con punti nelle mani” fu costretto il coach bolognese a rispondere nel dopo partita. Ma la sconfitta non deve aver scalfito l’umorismo di uno dei tanti tifosi amici dei due azzurri, che esclamò, in stretto romanaccio, più o meno così: “Lo credo, Davide i punti ce li aveva tutti nelle gambe”, alludendo all’operazione al ginocchio che l’ex play di Bologna e Treviso aveva subito nei mesi precedenti. Ma “Rigo” giocherà altri due anni, fino a quella semifinale del 2007 persa dopo tre supplementari (era gara 3, Siena vincerà poi 3-1) divenuta un tormentone quasi come “il go’ de Turone era bono”, per il “su Righetti era fallo”. Lui stesso, come sempre senza far polemica lo conferma anche adesso, ma dalla carta stampata qualcuno incalza e rincara la dose: sembra che di falli ce ne fossero ben due. E ne sarebbe bastato fischiare uno per scrivere una fine, anzi un inizio diverso, della controversa epopea senese dei sette scudetti. E di una sfida molto sentita ancora adesso dalle parti della capitale, nonostante si giochi in A2

Ma il loro rapporto, quindi, si intensifica e diventa molto stretto negli ultimi anni, ed è alla base dei successi che sono capaci di ottenere in ogni campo: “Davide è stato un fattore determinante nella scelta, che comunque rappresentava anche per lui che non aveva mai fatto il vice o fatto parte di uno staff altrove, un po’ una scommessa.  Era un po’ tutto nuovo anche per lui e vista l’esperienza sono stato in grado di poterlo aiutare, ma adesso si vede che ha trovato la sua strada, gli piace questo ruolo perché si aggiorna continuamente, si confronta e guarda partite, che combina con un carattere molto equilibrato. Con lui è facile andare d’accordo e puoi parlare di tutto”, commenta l’ala trentottenne a proposito del suo ex compagno ed attuale coach.

bonora coach

La stagione, dopo un girone d’andata comunque soddisfacente, subisce un’impennata nella seconda parte, con un ritorno da otto vinte e tre perse e la pirotecnica chiusura del 115-96 (con 23 triple mandate a bersaglio) sulla ex capolista Montegranaro, che per la gioia del nostro amico Marco Pagliariccio è costretta ad abbandonare proprio all’ultima giornata la pole-position della griglia playoff.

Nella quale i romani continuano ad essere protagonisti, eliminando col fattore campo avverso prima Senigallia (in una serie con tutte vittorie esterne) e poi la capolista Palestrina, anche perché la squadra gioca una pallacanestro divertente e spensierata: “Anche con i ragazzi romani abbiamo subito instaurato un rapporto di grande fiducia, lui è molto bravo nella gestione del gruppo ed io ho potuto dargli una mano perché ormai molte di queste dinamiche sono parte di me”, prosegue Righetti.

Ma nelle pause, complice qualche amicizia prestigiosa, il caldo di una Roma in cui entrambi hanno scelto di piantare radici e la necessità di scaricare un attimo la tensione dei serrati ritmi dei playoff, nasce la passione per il paddle. Anche perché durante gli Internazionali di Roma, mentre Righetti è “costretto” a far da spettatore, tra una partita di basket e l’altra, un paio di personaggi piuttosto noti al nostro mondo scendono in campo nell’arena brandizzata da Estathè:

bonora myers

La stagione si chiude in maniera comunque trionfale nonostante la sconfitta con Rieti, e mentre l’attività societaria programma febbrilmente la nuova stagione – ovviamente con i due ex azzurri al centro del progetto tecnico – entrambi decidono di trasformare il paddle da passione a lavoro vero e proprio: all’interno del complesso di Via dell’Arcadia, dove si giocano le gare interne dei biancoblu, nasce l’Eur Paddle Club.

bonora puddle

“Una volta che ho smesso di giocare (l’ultima stagione a Montecatini con l’amico Andrea Niccolai, ndr) non ho mai pensato all’idea di proseguire a livello amatoriale, per cui mi sono proiettato su altre discipline come calcio a otto e paddle per tenermi in forma, anche perché non nego di essere una buona forchetta”.

Che avrà evidentemente accettato di buon grado la fornitura di 42 barattoli da 1 kg l’uno di nutella, destinati all’mvp della Coppa Italia 1993/94 persa dalla sua Glaxo solo in finale contro la Benetton, dopo aver eliminato in rimonta 73-72 la Virtus

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Così accanto al nuovo campionato di B (17 vittorie nelle prime 18 giornate), nato col chiaro intento di provare a centrare la promozione in A2, l’asse Bonora – Righetti ha proiettato la propria intesa anche qualche metro al di fuori del parquet, senza che la loro popolarità cestistica favorisse più di tanto l’ascesa di una struttura e di una clientela che quotidianamente affolla, tra corsi e partite, i quattro campi sorti lungo la Via Cristoforo, anzi: “All’inizio i nostri “nomi” non dicevano praticamente nulla a chi frequentava il circolo, che non avevamo più di tanto nemmeno pubblicizzato il circolo, che aveva già la fortuna di sorgere su una strada frequentata ed all’interno di una struttura già molto ben frequentata”, ammette l’allenatore dell’Eurobasket, che, piuttosto divertito, aggiunge: “Qualcuno magari ci conosceva anche, ma l’aspetto più curioso è che solo da poco la maggior parte dei clienti va a cercare notizie su internet per informarsi del nostro passato agonistico ed altri ancora vengono a vedere le partite dell’Eurobasket”.

Così, tra un allenamento ed una partita, accade non di rado di vederli tanto giocare direttamente (“ma il rammarico più grande è proprio quello di non giocare durante la settimana”, ammette Righetti) quanto occuparsi di ogni faccenda e provvedere direttamente, con l’umiltà che ne contraddistingue i caratteri, anche alla pulizia e alla manutenzione, senza per forza una divisione serrata di compiti e mansioni: “Ci completiamo abbastanza bene a vicenda, anche in virtù di caratteri piuttosto diversi e complementari: certi aspetti legati alle pubbliche relazioni o alla gestione quotidiana delle partite e del paddle giocato spettano più a me – prosegue nel ragionamento Bonora – che vivo questo ambiente da un po’ più di tempo e ne ho anche di più da dedicarci e per giocare rispetto a lui che è ancora un atleta, e si occupa di questioni più pratiche, legate all’organizzazione della giornata e della struttura, ma non ci siamo davvero mai dovuti mettere a tavolino per dividerci i compiti, capendoci sempre in maniera assolutamente spontanea”.

Una sintonia cresciuta nel tempo, passata attraverso altre due esperienze in piazze comuni ma in tempi (e soprattutto ere) diversi come Avellino e Bologna.

“Lui ha vissuto l’Avellino “dei ricchi””, scherza Bonora,

righetti

“ma io nonostante la sfortunata retrocessione conservo un ricordo bellissimo a livello umano, come la nascita di mia figlia a tre partite dalla fine della stagione regolare”, a proposito di una stagione in cui i lupi dell’Irpinia, guidati da Boniciolli in panchina, vinsero una Coppa Italia e si qualificarono per l’Eurolega dopo aver perso una semifinale scudetto, “ma nessuno ci dava una lira in partenza”, replica Righetti, capace comunque di vincere una Eurochallenge con una Virtus diversa dall’epopea del Grande Slam vinto da Bonora, ma che, confermando la storia che l’aveva caratterizzata, aveva fatto investimenti importanti come, tra gli altri, Boykins, Vukcevic e Sharrod Ford.

E che, grazie anche allo stretto legame tra le rispettive mogli e figli,  pare destinata a perdurare su entrambi i fronti, specie se Righetti dovesse decidere, un domani, di dare seguito alla sua carriera sul parquet anche una volta slacciate le scarpette: “Lo vedrei bene in campo, a sviluppare caratteristiche ed aspetti tecnici del gioco come i fondamentali, necessari soprattutto alla crescita dei più giovani”, ma l’ala riminese, ormai romana d’adozione, sembra ancora non pensarci più di tanto e, con sincerità, ammette: “I giocatori difficilmente si spingono troppo oltre con i loro pensieri ed io magari un giorno mi sveglierò capendo che non potrò più giocare, senza essere ancora stato in grado di organizzare il mio futuro, che non riuscirei ad immaginare bene nemmeno in ambito cestistico”.

foto Giulio Tiberi

foto Giulio Tiberi

Anche perché, anche in Serie B restano inalterati sia l’approccio sempre felice ed entusiasta verso nuove sfide, che lo stile di gioco, al servizio dei compagni: “Il modo di giocare è quello a prescindere dalle categorie, perché soprattutto qui che ci sono tanti giovani l’idea è quella di dar loro una impostazione di gioco, aiutarli a capire spazi e tempi, il senso di un tiro e di un gioco di squadra, pur potendomi prendere tanti tiri a partita, ma non avrebbe senso. L’obiettivo, piuttosto, è provare ad elevarne e migliorare il livello di gioco, soprattutto perché alcuni di questi hanno molte qualità e devono essere pronti anche all’eventuale salto in A2, dove non serve giocare 1 contro 5, ma coinvolgere tutti i compagni e rispettare regole e spazi”.

Un traguardo complicato da raggiungere, perché la strada è ancora lunga e “ci aspetta un girone di ritorno complicato che ci farà pensare alla Coppa Italia solo nella settimana precedente ad essa e che ora potrebbe distrarci da un girone di ritorno duro dove le squadre non vedranno l’ora di provare a battere la capolista”, glissano entrambi con la testa già proiettata alla prossima trasferta doppia trasferta di Palestrina e Palermo, ma senza nascondere la legittima soddisfazione per aver raggiunto un traguardo parziale cui riconoscono la giusta importanza, pur alla luce di una carriera prestigiosa: ”C’erano almeno 4-5 squadre che potevano tranquillamente competere con noi per questo obiettivo, che siamo contenti di aver raggiunto perché ce l’eravamo prefissati ad inizio stagione, ma di cui proveremo le sensazioni più forti forse proprio a Rimini”, dove Rigo giocherà in casa.

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Pronto a vivere un’altra avventura con l’entusiasmo che altrove forse si è un po’ perso, in nome di una “globalizzazione” inevitabile, ma che ha tolto un po’ di compattezza e senso d’appartenenza, invece forte e decisivo nella pallacanestro del decennio precedente, cui entrambi guardano con un po’ di nostalgia: “E’ giusto far giocare chi merita, ma mi manca la pallacanestro degli anni ’90 e 2000, quella di un solido e forte gruppo di italiani dietro a due americani, che ha permesso al nostro movimento di crescere ed è stato alla base anche degli ultimi successi della Nazionale”, spiega il bronzo di Lulea 2003 (https://www.youtube.com/watch?v=bAoKpGg-Qf0)  e l’argento di Atene 2004, cui fa eco Bonora: “Le squadre cambiano in fretta, si creano basi meno solide anche se non è detto che il livello sia per forza più basso, ma è innegabile che siamo un campionato di “passaggio” come lo erano altri europei prima verso il nostro, che era ai massimi livelli perché c’era più potenza economica, ma anche più entusiasmo manageriale, oltre che un’organizzazione tecnica diversa ed un ruolo più centrale degli allenatori (l’ha detto anche Peterson, a proposito del maggior rispetto dei piani partita), e per questo motivo era anche più difficile e quasi clamoroso compiere delle rimonte che adesso sono molto più usuali”.

Una rivoluzione alla quale loro sono riusciti a resistere, in nome di un’amicizia che, al contrario, è diventata ancor più forte. E che si giochi a Venafro e non più con o contro Ginobili, poco importa: saranno sempre pronti ed emozionati a festeggiare tutto come se fosse una medaglia.