Martedì, 19 Gennaio 2016. Il giorno dopo avrei un esame piuttosto importante per la mia scialba carriera universitaria, nonostante questo prendo la macchina e dal centro di Bologna mi dirigo verso il centro del mio microcosmo: Granarolo dell’Emilia, paese di circa 10.000 anime conosciuto dalle nostre parti più per la nebbia che per il latte, un luogo ameno. Non perché sia bellissimo, ma in senso letterale: se ne poteva fare letteralmente a meno.

Parcheggiata l’auto, proprio nel momento in cui mi accingo ad entrare in palestra mi viene in mente che un paio di nostri esterni titolari non sarebbero venuti quella sera, causa una cena di compleanno, e che un terzo si era infortunato, e resterà fuori dai giochi ancora per un mesetto. Lo spogliatoio è talmente vuoto che si potrebbe far partire l’eco, messo piede in campo realizzo che non sono venuti né il vice, né l’allenatore. Siamo in 8 con gli under, allenamento gestito dal trice (perché il nomignolo di ‘terzo allenatore’ non si può sentire), calcetto depurativo, e via.

Tutto fila liscio come l’olio, anche perché ad ogni scatto si scivola, fino a quando vediamo una dozzina di persone a passeggio per il parcheggio del palazzetto, con dei fumogeni in mano. Li accendono, urlano, sono esattamente di fianco alla mia macchina.

Chiamo il custode.

Panico totale.

“Sergio, se questi fanno a botte e mi rompono i vetri faccio una strage”

“Eh, mi sa che sono arrivati gli avversari”

 

Il palazzetto di Granarolo ha due campi, divisi opportunamente da un tendone e nei quali si giostrano le tre squadre di basket del paese, oltre a quelle di pallavolo: la C Silver, la Serie D (quella dove gioco io) e la Prima Divisione. Avevo salutato alcuni ragazzi della ‘primera’ appena arrivato, sapevo che avrebbero giocato in casa quella sera contro il Navile Basket, una delle 200mila squadre di Bologna. Ma non avrei mai pensato che ci sarebbe stato qualcuno a vederli.

Così, durante la nostra classica gara di tiro, sento la tifoseria ospite che di là stava inneggiando al nome della propria squadra, con il rumore dei tamburi in sottofondo. Facciamo una pausa prima del 4vs4 finale, giusto in tempo per dare un’occhiata al tabellone: i nostri amici se la stavano giocando, incredibile. Sì, perché la squadra della 1° Div. di Granarolo è l’unica ancora a secco di vittorie dell’intero girone. Finiamo il nostro allenamento, -10 all’intervallo: io e il trice abbiamo un esame, dovremmo andare a casa, dovrei studiare. Ma la macchina la guido io. “Io resto qua”. Acconsente.

Video girato col Nokia 3310

Foto scattata col Nokia 3310

Ci piazziamo dietro al canestro, la scena è questa. Allenatore ospite in camicia rossa, pantaloni neri, cravatta bianco-rossa che sembra appena uscito dalla cassa di Spizzico. Lunghi, più larghi che lunghi, che sparano degli airball dall’arco dei 3 punti con una discreta continuità. Prime file, dietro le panchine, desolantemente vuote. In alto, uno striscione sulla vetrata della birra Hacker-Pschorr, e le due tifoserie separate dalla scalinata. Da una parte quelli del Navile, che avevano preso fiato per il 2° tempo uscendo in felpa fuori dalla palestra, dall’altra quelli di casa, quattro gatti con addosso la maglietta “REGAZ DI GRANA”, ‘‘Ragazzo di Granarolo”, tanto per intenderci. Uno di questi sta barcollando paurosamente fra uno scalino e l’altro, con una boccia di Vecchia Romagna aperta a metà. Avrà sui 17, forse.

La partita non decolla (strano), gli ospiti tengono sempre una decina di punti di vantaggio, ma è sugli spalti che si sta consumando lo spettacolo. Le due ‘curve’ hanno appena cominciato ad offendersi in maniera, per la verità e per come siamo abituati noi, quasi civile. Dal nulla, uno del gruppo locale va a parlare con il capo-ultrà degli avversari, propone un coro e, ottenuto l’ok, cominciano a saltare tutti in piedi. Penso che sia una delle scene più belle che abbia mai visto dopo 6 anni che sono lì dentro. Non è la cosa più allucinante, però: la notizia è che Granarolo recupera, grazie anche al tifo assordante degli under, e si ritrova a +1 con 30” da giocare.

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Foto scattata con un Motorola StarTac rubato

Il Navile perde la palla l’azione successiva e sta per accadere qualcosa che avrebbe proiettato Granarolo Emilia sullo stesso piano mistico-religioso di Fàtima, Compostela e Lourdes.

Il giocatore (meglio non fare nomi) che ha recuperato s’invola verso il canestro da solo con 10” da giocare, appoggia al vetro e, ovviamente, sbaglia. Si scatena la lotta a rimbalzo, gli arbitri sono in crisi e non sanno cosa fischiare, non si capisce niente. Si opta per una palla a due, un giocatore ospite si lamenta ma viene espulso, a quanto pare (infatti esce dal campo a fare due chiacchiere con noi), ma non si vede la chiamata arbitrale e Granarolo non batte nessun tiro libero!

Nel frattempo, gli ultras sentono finalmente la tensione e ammutoliscono, con le mani sui capelli. Time-out.

Sull’ultimo possesso, il play-guardia riceve la rimessa e gioca un 1vs1 reiterato contro il miglior difensore locale, col risultato di guadagnare più o meno un centimetro di campo al secondo. Non la passa a nessuno, e si arresta dal cerchio della lunetta cadendo, storto. Sono in traiettoria, la vedo prima che entri. Solo rete. 58-59.

La dozzina di tifosi ospiti impazzisce e scende in panchina a festeggiare, mentre Coach Spizzico esulta con un discreto aplomb. I miei compagni di squadra più giovani, tutti del paese, sono a metà fra l’incazzato e l’affranto. Poteva essere la 2° vittoria in due anni per i loro amici.

Finisce con i cori a metà campo dei vincitori, i tifosi locali che ci vengono a salutare in spogliatoio, il clima è assolutamente sereno. Il ragazzo che ha sbagliato il contropiede solitario si giustifica. “Sono andato dentro, perché pensavo che fossimo pari!” Ci sta non guardare il cronometro, effettivamente. Peccato che questo sia il playmaker.

Finisce con me e il trice che torniamo a casa, soprattutto, facendoci coraggio per il nostro esame del giorno dopo ma ripensando che dovevamo assolutamente restare lì, a vedere il match. Avrebbe fatto la stessa cosa, anche se avesse guidato lui. Ne sono convinto.

Torno a casa, prima di studiare apro Facebook. Lo riapro una seconda volta quando mi sveglio, una terza quando esco dalla Facoltà, finalmente, è andata bene. In mezza giornata, la mia bacheca è stata totalmente intasata dalla querelle Mancini-Sarri, dalle battute su Mancini-Sarri, dagli articoli dei giornalisti su Mancini-Sarri.

Non me ne frega niente, davvero. Perché la sera prima avevo vissuto una grande lezione di Sport.

Queste sono le serie minori.

Questo è il mio Sport.