“And with the no. 12 Seattle Supersonics picks… Robert Swift!”

Il 24 maggio 2004, al Madison Square Garden, inizia la fine di “Napoleon Dynamite”, come lo chiamavano i compagni di squadra negli anni di Seattle. Una classica storia americana, all’inferno e ritorno, per un ragazzo diventato troppo ricco troppo in fretta.

Dieci anni fa Robert Swift ha solo 19 anni e ha appena terminato l’high school nella natia Bakersfield, California, uno di quei posti dove Gus Van Sant sguazzerebbe tutto il giorno con la camera in spalla. È un 2,13 longilineo ma con incredibili mezzi atletici, proveniente da una famiglia non certo delle più tranquille (papà coinvolto in diverse bancarotte, mamma malata di cancro). I soldi servono eccome per tenere su la baracca, così, sfruttando l’ottima impressione destata al McDonald’s All American, decide di non andare al college e di dichiararsi subito eleggibile nel draft che ha come padrone assoluto Dwight Howard. Come detto, i Sonics lo chiamano alla 12, preferendolo a gente come Al Jefferson, Josh e J.R. Smth, Jameer Nelson, Anderson Varejao e Trevor Ariza.

È un prospetto su cui c’è molto da lavorare però. Nel primo anno vede il campo col binocolo (0,9 punti in 4,5 minuti di media), ma nel secondo, con coach Bob Hill a prenderlo sotto la sua ala protettrice, i frutti si iniziano a vedere: 6,4 punti e 5,6 rimbalzi di media con anche 20 partenze in quintetto nella squadra che è ancora quella di Ray Allen e Rashard Lewis.

L’estate 2006 pare quella decisiva per la sua carriera. Si presenta alle Summer League, anche se non ne avrebbe bisogno essendo un terzo anno, e sorprende tutti con movimenti e tiro da fuori notevolmente migliorati. Non è diventato Hakeem The Dream, insomma, però c’è materiale per fare il definitivo salto di qualità.

È il suo aspetto fisico, però, a denotare un cambiamento: la sua pelle più bianca della coca di J.R. è una tela per tatuaggisti, in testa ha Dudù alle prese con l’umidità dell’Oceano Pacifico e da arrosticino per Shaq la sua muscolatura è diventata quantomeno quello di un normale spiedino di carne.

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Hill si compiace e ne vuole fare stabilmente il pivot titolare della squadra. Ma il destino gli tira un brutto scherzo. Nell’amichevole contro i Kings, Swift si rompe il crociato anteriore ed è costretto a saltare l’intera stagione. Una mazzata terribile che lo fa affondare nella depressione. Torna l’anno successivo, nel 2007, ma con Hill licenziato e un nuovo infortunio a fermarlo (stavolta è il menisco), gioca appena 8 partite con la maglia di una Seattle alle prese con un faticoso ricambio dopo la cessione di Allen e Lewis e l’arrivo di Kevin Durant.

La sua carriera Nba si chiude la stagione dopo, quella 2008-2009, che lo vede spostarsi a Oklahoma City con i neonati Thunder. 26 partite, 10 delle quali in quintetto, con 3,3 punti in 13,2 minuti di media. Non malissimo tutto sommato, ma i Thunder ormai credono in lui meno che in una laurea in astrofisica per Westbrook.

Tuttavia, “Napoleon Dynamite” non molla subito, almeno in apparenza. Quel Dudù in testa diventa praticamente un alano, i tatuaggi stanno diventando birdmaniani prima di Birdman e intanto lui se ne torna a casa, a Bakersfield, per cercare fortuna con i Jam, franchigia di D-League. Può essere un trampolino di rilancio, ma Robert dopo sole 2 partite molla tutto adducendo motivi personali. Will Voigt, suo coach all’epoca, dice che “con il basket ha chiuso”.

Non è così. Anche se manca davvero poco. Bob Hill non si è dimenticato di lui e, nel dicembre 2010, lo chiama in Giappone, dove sta allenando i Tokyo Apache, con l’obiettivo di rimetterlo in sesto. Ha 25 anni, ha guadagnato 11 milioni di dollari nella sua carriera, c’è tutto il tempo per riprendere il filo del discorso. Ma quando Bob entra nella stanza di albergo di Robert trovandolo steso ubriaco sul letto con una bottiglia di vodka vuota sul pavimento, capisce che non sarà facile.

Il coach fa il sergente di ferro e per 3 mesi tiene in riga il pivot rosso ruggine, che gioca talmente bene al fianco di un’altra starlette come Jeremy Tyler da suscitare l’interesse di Knicks e Celtics.  Purtroppo, è ancora una sliding door a spezzare l’incantesimo. A marzo 2011, un terribile terremoto con annesso tsunami devasta il Giappone e la carriera di Robert, che se ne torna in America a gambe levate. Fa un provino coi Blazers, dove fosse arrivato 10 anni prima sarebbe stato un agnellino al fianco di Sheed, Woods e compagnia cantando. È l’ultima apparizione in un campo da basket per Swift, che dalle cronache cestistiche passa a quelle giudiziarie.

A giugno viene arrestato per guida in stato di ebbrezza, a luglio inizia il lockout in Nba e di Swift paiono perdersi le tracce. Fino al marzo 2013, quando lascia la casa da oltre un milione di dollari che nel frattempo ha dovuto vendere alla metà del prezzo in condizioni allucinanti: centinaia (non è un’esagerazione) di bottiglie di alcolici e cartoni di pizza sparsi per l’abitazione, feci di cane, scatole di antidepressivi, pistole ad aria. Di tutto, insomma.

casa

Si stima che nella sua carriera Swift abbia guadagnato qualcosa come 11 milioni di dollari. Dopo quest’ultimo episodio, pare stia cercando di riprendere in mano la sua vita. Oggi fa il commesso nella sua Bakersfield, ha cambiato numero di telefono e non parla con nessuno a parte i familiari e gli amici più stretti. Ha 29 anni, uno in meno di Lebron. Il talento non sarà lo stesso, magari il basket non è più nei suoi pensieri. Ma c’è ancora tutta una vita davanti da non buttare nel cesso.