(ALERT: Se avete meno di 28 anni iniziate a toccarvi)

“Club dei 27” fu un’espressione coniata dai giornalisti di inizio anni ’70 per riferirsi alla drammatica morte di diversi rocker del periodo intorno a quell’età. Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, tutti morirono tra il loro 27° e 28° compleanno. In seguito si aggiunsero molti altri a questo sinistro gruppo di artisti, in primis Kurt Cobain e, da ultima, Amy Winehouse.

Anche Reggie Lewis era un artista e anche lui se n’è andato prima di superare quella sottile linea rossa. Il suo strumento, però, non era una sei corde ma una palla a spicchi. Un fenicottero di 2 metri capace di fare un po’ di tutto sui 28 metri per 15. L’uomo giusto al posto giusto per quei Celtics che stavano affrontando la transizione del post-Bird. L’uomo che stoppò Michael Jordan 4 volte in 48 minuti.

“Mi scioccò un po’ quella sera”, ha ricordato qualche tempo fa His Airness in un’intervista a Espn. Era il 31 marzo 1991, siamo verso la fine della regular season di quella stagione che si concluderà con il primo anello dei Bulls di MJ. Al Boston Garden, i Celtics, seconda forza a Est, ricevono i tori, primi nella Conference. È partita da playoff, si gioca per davvero. Jordan e Pippen flirtano con la tripla-doppia (37 punti, 7 rimbalzi e 9 assist per il re, 35 con 10 rimbalzi e 9 assist per il fido scudiero), ma se Boston, dopo un supplementare, la porta a casa grande merito è, oltre che di Bird (34 punti, 15 rimbalzi e 8 assist), della difesa di Lewis proprio su MJ, tenuto a un non esaltante 12/36 dal campo ma soprattutto stoppato 4 volte dalle braccia chilometriche dell’ala biancoverde. Nessun’altro riuscirà nell’impresa durante la carriera del 6 volte campione Nba.

“Ogni volta che pensavo di averlo battuto, lui recuperava e mi tornava addosso – ha proseguito Jordan parlando di quel match – quando sai di avere le capacità per battere la difesa di qualcuno ma non ci riesci tendi a diventare decisamente offensivo”.

È la consacrazione per Reggie. Nato a Baltimora, dopo aver dominato al liceo di Dunbar insieme ad un nanetto di nome Muggsy Bogues, sbarca alla Northeastern University di Boston, la città che non lasciò e non lo lasciò più. Scelto alla 22 nel draft 1987 proprio dai Celtics, dopo un anno di apprendistato esplode fragorosamente nella stagione ’88-‘89: dai 4,5 punti in 8 minuti dell’annata da rookie, passa ai 18,5 in 32 minuti del secondo anno, favorito dall’infortunio che tenne Bird a sole 6 partite giocate in stagione. Il ritorno della star della squadra, però, non arresta il processo di crescita di Reggie, che culmina con la convocazione all’All Star Game 1992 (7 punti e 4 rimbalzi in 15 minuti nel match di Orlando). L’estate successiva, Bird, dopo l’esperienza con il Dream Team, si ritira: è il grande momento per Lewis, pronto per rilevarne la leadership diventando nuovo capitano della squadra.

La stagione ’92-’93 è quella della conferma ad altissimo livello. Reggie non viene richiamato alla gara delle stelle ma conferma le stesse cifre della stagione precedente (20,8 punti, 4,3 rimbalzi e 3,7 assist a partita) e Boston approda agilmente ai playoff dove ad attendere, nel primo turno, ci sono i giovani Charlotte Hornets di Larry Johnson, Alonzo Mourning e del suo grande amico Bogues. Il 29 aprile, gara 1 al Garden inizia alla grande per i Celtics e Lewis, che griffa 11 punti nei primi 11 minuti. Sul finire del primo quarto però, durante una transizione offensiva, crolla a terra senza apparenti motivi.

“Pensavo non avesse mangiato abbastanza”, dice a caldo Kevin Gamble, suo compagno di squadra all’epoca e uno dei suoi migliori amici. Ma non era così. Lewis va in panca per 3 minuti, poi prova a tornare in campo per altri 120 secondi nel secondo quarto, giusto il tempo per arrotondare il bottino personale a 17 punti in soli 13 minuti sul parquet, prima di lasciare definitivamente il match. Il suo contributo è determinante nel primo e unico successo nella serie dei suoi Celtics, tanto più che senza di lui i biancoverdi rimedieranno 3 sconfitte su 3 uscendo al primo turno nei playoff del Three-peat targato Bulls.

È anche l’ultima partita della carriera da pro di Lewis. I maligni, memori della drammatica fine dei Len Bias (la matricola scelta con la numero 2 dai Celtics nel 1986 e morta due giorni dopo il draft dopo un party a base di alcol e droghe), parlano di abuso di cocaina. Le visite mediche successive al fatto del Garden, invece, delineano una realtà ben diversa: si tratta di una anomalia cardiaca genetica che però spacca gli specialisti. Secondo alcuni, Reggie deve lasciare la pratica sportiva per sempre, per altri tornare in campo si può. Sta di fatto che 4 mesi dopo la sua ultima partita ufficiale, il 27 luglio 1993, il fenicottero di Baltimora che ormai tutti amano sulla costa est crolla a terra una seconda volta mentre sta facendo tiro nel campus della Brandeis University, sempre nella ormai sua Boston. Stavolta perde conoscenza subito, i soccorsi fanno appena in tempo a trasportarlo in ospedale ma non a salvargli la vita. Muore nel giro di poche ore.

La sua maglia numero 35 viene ritirata nel 1995, quando Reggie avrebbe compiuto 30 anni. Il suo ricordo è ancora impresso a fuoco nella comunità bostoniana, che gli ha intitolato nello stesso anno il Track and Athletic Center di Roxbury.

Oggi sarebbe nel gruppo dei 49 anni. Un club meno esclusivo di quello dei 27.

Reggie Lewis Boston Globe Newspaper (1)