Il sacchetto di patatine è ormai vuoto e appallottolato da tempo su un angolo della scrivania. Il libro di scienze su cui avrei dovuto ripassare nei tempi morti per rimanere sveglio giace nella stessa identica posizione in cui l’avevo lasciato la sera prima. Come se poi ripassare scienze alle 4.30 di notte fosse una roba che aiutasse a scacciare il sonno, invece che favorirlo. E comunque basta già la partita a tenermi sveglio a sufficienza, anche perché addormentarsi in piedi dovrebbe risultarmi difficile, considerato che gli ultimi 10 minuti della partita che sto seguendo non sono riuscito a vederli da seduto. Se il basket è una droga, probabilmente la March Madness NCAA è quella che più di tutte le altre droghe riduce alla dipendenza sfrenata. Ho 18 anni da pochi giorni, sono le 4.40 di notte, tra due ore e mezza dovrò svegliarmi per andare a scuola e sto spendendo una grossa fetta del mio sonno (che poi verrà recuperato durante la suddetta lezione di scienze, ça va sans dire) per guardare West Virginia-Texas, gara delle Sweet16 del Torneo NCAA. I motivi sono due. Il primo è che, come detto, il basket è una droga, la March Madness è la più potente di queste droghe e io non riuscirei a disintossicarmi neanche con un’autocisterna di metadone. Il secondo motivo è Kevin Pittsnogle.

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Kevin Pittsnogle è l’idolo assoluto dei tifosi dei West Virginia Mountaineers e di fatto, in quel periodo, è pure il mio idolo. Sarà pur vero che gli eroi sono tutti giovani e belli, come cantava Guccini, ma sono gli anti-eroi sgraziati, poco cool e un po’ sfigati quelli per i quali io ho sempre provato un’istintiva e genuina simpatia. Kevin è alto, goffo, lento, ha un cognome che non avete mai sentito prima né mai sentirete più, ha tanti tatuaggi (e non le frasine filosofiche che mostra pudicamente sulla scapola la vostra vicina di casa studente modello, ma qualcosa di molto più simile ad un drago che stupra una strega sotto effetto di narcotizzanti), ha una perenne aria da campagnolo perché È un campagnolo fatto e finito, e assomiglia sinistramente a Cletus, il bifolco dei Simpson. Nonostante sia alto circa 210 cm, il suo (non) atletismo, la sua (non) fisicità e il suo modo di giocare lo portano a vedere l’area pitturata come un fossato popolato da coccodrilli e a rendere una sua schiacciata un evento degno del capodanno cinese. Per capirlo, guardate come viene accolta una sua schiacciata in 1vs0 dopo una rumba di basket saponato al quale aveva dato il via con una spingardata da tre punti e dalla quale successivamente si era ben guardato di prenderne parte.

Se Kevin Pittsnogle però gioca a basket -e pure alla grande- nonostante tutto quello che abbiamo detto fin qui di lui, è principalmente per un motivo. Kevin sa tirare. Non fatevi ingannare dal piccione scagliato nel video precedente, Kevin sa tirare. Dio bono se sa tirare.
Il Nostro nasce nel luglio del 1984 a Martinsburg, nel West Virginia. Già il West Virginia è uno degli stati più rurali, poveri ed arretrati di tutti gli Stati Uniti, in più non è che a Martinsburg ci sia molto da fare. Kevin vive con i genitori (entrambi di origini umili e che avevano abbandonato gli studi dopo la scuola media) in un “trailer park”, sostanzialmente uno di quegli spiazzi dove le famiglie meno abbienti vivono in roulotte, camper o nel migliore dei casi in delle casettine mobili prefabbricate, i trailer per l’appunto. Per trascorrere il tempo, il piccolo Pittsnogle decide che giocare a basket può essere preferibile rispetto ad andare a gettare i sassi nel fiume o provare a rubare la caramelle nella drogheria del paese. Problema: nel campetto del trailer park non è che si possa giocare una gran pallacanestro, perché il terreno è composto da ghiaia. “Non si poteva palleggiare perché la palla rimbalzava in qualsiasi direzione” spiegherà poi Kevin, “quindi semplicemente mi mettevo lì e tiravo”. Pittsnogle gioca principalmente al campetto con la sorella maggiore Erika e nella squadretta della scuola media locale, ma tutto cambia quando cresce di 20 cm durante il suo secondo anno di liceo. Un giocatore con quel tiro e quell’altezza inizia a fare gola a tanti, tant’è che Kevin viene selezionato dagli USA per partecipare al Mondiale juniores in Grecia (torneo dominato dall’Australia di Bogut, con gli americani che chiudono quinti pur perdendo una sola partita) e che alla roulotte della famiglia Pittsnogle iniziano ad arrivare lettere da un po’ di università, soprattutto della prestigiosa Big East. Gli eroi sono giovani e belli e fanno le scelte giuste, i campagnoli poco cool e un po’ sfigati invece prendono decisioni che probabilmente nessun altro prenderebbe. Invece di sfruttare la chance per uscire dal proprio stato (un posto con bellezze naturali struggenti, ma anche ben poche prospettive di vita futura), Kevin sceglie di spostarsi di poco più di 100 miglia a ovest e partire per Morgantown, sede di West Virginia University, l’ateneo più importante dello stato. Un’università rinomata nel football, ma un po’ meno a livello cestistico, se non per essere stata la alma mater di Mr.Logo, al secolo Jerry West.
Che quelli del West Virginia non siano particolarmente lineari l’abbiamo capito grazie anche ad altri sportivi nati e cresciuti nel Mountain State, come Hot Rod Hundley, “White Chocolate” Jason Williams o Randy Moss, però se c’è una cosa che non manca ai West Virginians è l’orgoglio. Nonostante l’anno prima i Mountaineers avessero chiuso con un bilancio di 1-15 nella propria conference, con la ciliegina sulla torta di un allenatore ritirato e uno dimessosi dopo una settimana di lavoro, le uniche garanzie che interessano a Kevin sono che il nuovo coach, vedendolo così alto non lo costringa a giocare dentro l’area. Sul pino si presenta John Beilein (l’attuale allenatore di Michigan), che si presenta sparando al primo lancio del suo ideale primo inning un “io faccio tirare i miei lunghi”. Kevin ha sentito tutto quello che gli bastava sentire: la scelta cade sull’università di casa. WVU, non importa quanto abbiate fatto schifo nell’ultima stagione, vengo da voi.
Così nasce la Pittsnogle Fever, la febbre e la mania del popolo gialloblu per Kevin Pittsnogle. Il suo cognome particolare, il suo stile di gioco, il suo essere “homeboy”, il ragazzo di casa, lo fanno subito diventare uno degli idoli dei tifosi Mountaineers. Di suo Kevin ci mette anche una stagione da freshman di altissimo livello: al suo primo anno chiude con 11,6 punti e 4,8 rimbalzi di media. Magari da uno che spesso è il più alto in campo (o comunque uno dei più alti in campo) ci si potrebbe aspettare qualche rimbalzo in più, ma se il risultato del suo giocare lontano a canestro è il 47,6% da tre punti con cui chiude la stagione, allora diventa tutto più facile da perdonargli. Nell’anno da sophomore passa ad essere il centro di riserva dietro D’Or Fischer, visto poi in Europa anche con Real Madrid e Maccabi Tel Aviv, che si è appena trasferito da Northwestern State a WVU per i suoi ultimi due anni di college. Kevin gioca meno ma ormai è l’idolo di Morgantown: per strada tutti lo riconoscono e lo fermano, la venerazione per lui e per la sua scelta di rimanere “in-state” è tale che nelle tavole calde della città iniziano a fiorire i primi Pittsnogle Burger, panini dedicati a lui, oppure pancakes o gusti di gelato che portano il suo nome. D’altronde chi non vorrebbe un cono stracciatella e Pittsnogle.
Ma l’anno che veramente cambia tutto è quello da junior. Kevin inizia la stagione sposandosi ad ottobre. Sì, nonostante i soli 20 anni, il divertimento che ci si può facilmente procurare durante i numerosi party in un campus americano, soprattutto quando si è un atleta riconosciuto (dai non fate gli scemi, avete capito benissimo di che divertimento sto parlando), e la ventina di mesi da spendere ancora sui banchi universitari, Pittsnogle decide invece di portare all’altare Heather, anche lei studentessa di WVU che lavora come commessa al centro commerciale della città per mantenersi e pagarsi gli studi. La prima reazione all’interno della squadra è di incredulità. “All’inizio pensavamo fosse uno scherzo, che in realtà ci stesse prendendo in giro. E’ stata una sensazione abbastanza strana vedersi arrivare l’invito per il matrimonio e dover pensare ad un regalo di nozze per un compagno di squadra” dice Mike Gansey, l’altro vero condottiero di quei Mountaineers assieme a Kevin. Joe Herber, compagno di stanza di Pittsnogle nel campus, aggiunge: “Eravamo tutti abbastanza straniti. Voglio dire, pensavamo tutti fosse abbastanza presto per sposarsi. Dopotutto è lo stesso ragazzo che fino ad oggi ha passato il suo tempo a mangiare solamente pizza e a giocare coi videogame”. Pure Beilein, uno che in carriera ne ha viste tante, questa volta rimane genuinamente spiazzato: “Mi sembra ieri che l’ho visto per la prima volta a 17 anni. Non mi era mai capitato di allenare un giocatore già sposato al college”. All’età di 20 anni e 3 mesi, Pittsnogle porterà all’altare la sua Heather. Ecco, tra l’altro con uno stile decisamente discutibile e dimenticando al campus la parola “sobrietà”.

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Però per Kevin non ci sono solo esperienze positive a farlo crescere. Pochi mesi dopo Heather ha un aborto spontaneo e la coppia perde il suo primo figlio prima ancora di averlo potuto abbracciare o di averne potuto ascoltare il respiro. Kevin, tra i suoi mille tatuaggi presenti sul corpo, da quel giorno ne ha uno ben preciso sul polpaccio destro: “mother, father, sister and lost child”. I genitori Kevin sr. e Tammy che l’hanno cresciuto nonostante la situazione economica difficile, la sorella Erika sposatasi anche lei giovanissima a 18 anni e che gli ha insegnato a giocare e soprattutto a tirare, e quel bambino perduto ancor prima di essere arrivato, un cuoricino spentosi prima ancora che potesse cominciare a battere. Sono queste cose a far maturare definitivamente Pittsnogle e a farlo diventare un uomo adulto e un giocatore adulto. Quell’anno infatti arriva l’esplosione: nonostante giochi solo 19,3 minuti di media a partita, nettamente il suo minimo nei quattro anni di college per lasciare spazio al senior Fischer, Kevin segna 11,9 punti a partita con il 43% da tre, facendo impennare le proprie cifre nella seconda metà di stagione. Infatti a inizio febbraio D’Or Fischer si infortuna e Pittsnogle si ritrova catapultato in quintetto come ai tempi del suo anno da freshman. Adesso però è un altro giocatore: nella sua prima da titolare Kevin va in panchina dopo poche azioni con la lingua che tocca terra -non è più abituato a giocare da titolare e stare troppi minuti consecutivi in campo- ma poi rientra, scrive 27 punti e 8 rimbalzi con 10/17 al tiro e aiuta West Virginia ad interrompere una striscia di 6 sconfitte nelle ultime 7 gare, “upsettando” la quotata Pittsburgh di Chevon Troutman. Da quella sera non uscirà mai più dallo starting five. Pittsnogle andrà in doppia cifra nelle successive 10 gare consecutive, superando spesso e volentieri il ventello con la stessa facilità con cui fa razzìa da Pizza Hut le sere dopo le partite. La striscia però si interrompe nella gara più importante: nella finale del torneo della Big East, Kevin piazza solo 2 punti con 1/8 al tiro e West Virginia perde 68-59, sprecando la chance di tornare a vincere un torneo di conference dopo 21 anni di digiuno (ma all’epoca era ancora nella più facile Atlantic 10). Qualcun altro si farebbe abbattere, ma quelli del West Virginia sono fatti a modo loro e Kevin continua a fare quello che sa fare meglio fin dai tempi del campetto di ghiaia, ovvero tirare. Al primo turno del torneo NCAA scrive 17 punti e trascina di peso WVU ad una sofferta vittoria 63-61 contro Creighton. Ma è nella seconda partita che i Mountaineers salgono agli onori della ribalta nazionale: in una delle partite più belle e selvagge degli ultimi 20 anni di March Madness, la squadra di coach Beilein “shocks the nation”, come scriveranno i siti specializzati quella sera, eliminando a sorpresa la favoritissima Wake Forest del fenomeno Chris Paul, di Justin Gray (all’epoca gran giocatore, oggi un po’ meno) e del neo-canturino Eric Williams, già visto parecchi anni in passato nella nostra Serie A.

La gara finisce 111-105 dopo due supplementari con una rimonta dei Mountaineers da -13 nella ripresa, ma per una volta non è Pittsnogle a fare la voce grossa: Mike Gansey finisce con 29 punti, 7 rimbalzi e 9/16 dal campo, Tyrone Sally ne aggiunge 21 sbagliando un solo tiro in tutta la gara e pure Fischer fa il suo dalla panca con una doppia doppia da 15+10. E Kevin? Finisce con soli 8 punti e 3/7 al tiro, ma è sua la tripla decisiva nel secondo supplementare, una bomba fuori equilibrio dall’angolo che manda i titoli di coda e proietta West Virginia alle Sweet 16. Quel tiro di Pittsnogle diventerà l’immagine principale dell’upset su Wake Forest e della cavalcata semi-inarrestabile di WVU, cominciata proprio quel 5 febbraio con il primo quintetto per il Nostro. Dopo quella sera, nello sconfinato vocabolario dei termini dello slang statunitense, nasce una nuova parola: “pittsnogled”. Un cognome così particolare ed inusuale si presta bene per diventare un vocabolo nuovo, che abbia un significato tutto suo, ed ecco che in quel periodo in buona parte degli USA (ma logicamente soprattutto nel West Virginia), si userà il verbo “to pittsnogle” all’attivo o “to be pittsnogled” in forma passiva, per indicare un qualcosa di incredibile, di poco pronosticabile, un rovesciamento delle forze per effetto di una prestazione sopra le righe di un protagonista inaspettato. Un Pittsnogle, appunto.

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West Virginia sembra una squadra in missione e conferma la stessa impressione anche alle Sweet 16, dove nella semifinale del Regional di Albuquerque piega Texas Tech per 65-60 alla fine dell’ennesima battaglia. Questa volta Pittsnogle torna sugli scudi e con 22 punti e 8 rimbalzi in soli 23 minuti spegne il sogno di coach Bobby Knight e dei futuri giocatori italiani Ronald Ross e Jarrius Jackson. I Mountaineers sono alle Elite Eight per la prima volta dal 1959, ponendo fine ad un’assenza di 46 anni nella maniera più inaspettata e impronosticabile. A casa, nel West Virginia, non si parla d’altro. Tutto lo stato è fermo con una tensione febbrile a seguire l’improbabile cavalcata della squadra di Beilein, che continua a “pittsnoglare” chiunque si pari sul proprio cammino. Ma due giorni dopo c’è la finale del Regional, e contro WVU arriva Louisville. I Cardinals sono allenati da un santone come Rick Pitino e possono contare su giocatori di altissimo livello. Taquan Dean è appena stato nominato mvp della regular season nella sua conference, Francisco Garcia è un secondo violino di livello eccezionale e Larry O’Bannon completa un terzetto di bocche da fuoco quasi impareggiabile, ai quali si aggiunge sotto le plance il solidissimo Ellis Myles. Louisville è uno squadrone e quelli di Morgantown lo sanno, ma finchè c’è Pittsnogle c’è speranza. Kevin mette in piedi l’ennesima partita incredibile all’interno di due mesi e mezzo di pura trance agonistica. Trascinata dal suo numero 34, West Virginia chiude il primo tempo sul +13 grazie ad un irreale 10/14 di squadra da tre punti. Nell’intervallo Pitino straccia il foglio delle statistiche e dice ai suoi che vinceranno comunque quella partita, che lui ne è sicuro. A fine partita avrà ragione, ma confesserà di aver mentito ai suoi giocatori, e che in realtà pensando al primo tempo di quel goffo lungagnone arrivato dalle campagne ai piedi degli Appalachi avrebbe voluto sedersi e mettersi a piangere. Però i suoi non lo sanno, si fidano e mettono in campo un secondo tempo clamoroso, segnando 50 punti in 20 minuti. La rimonta viene completata a 37 secondi dalla fine, quando O’Bannon sigla il 77-77, il primo pareggio dopo il 3-3 di inizio partita. Come nella partita contro Wake Forest, si va all’overtime. Questa volta però l’inerzia è per i Cardinals, che nel supplementare segnano 16 punti e volano alle Final Four. “Il tabellone oggi è stato l’unico posto dove abbiamo perso” dirà alla fine un commosso coach Beilein. Anche Pittsnogle è commosso, i suoi 25 punti con 6/9 da tre non sono bastati a trascinare i suoi Mountaineers nella storia, in quella che sarebbe stata solamente la seconda Final Four nella storia dell’ateneo, dopo la finale persa nel 1959 da Jerry West e compagni.

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La delusione è forte, ma di fronte c’è ancora un’altra chance per riprovarci. Pittsnogle, nonostante qualche sirena lontana, sa di avere poche chance di sfondare a livello NBA. I suoi exploit degli ultimi tre mesi hanno impressionato parecchi e per questo motivo si dichiara per il draft, ma i suoi punti deboli sono troppo evidenti per poter pensare di essere scelto e lui lo sa bene, perciò inizialmente non assume un agente (cosa che gli avrebbe precluso un ritorno in NCAA) e in seconda battuta decide di ritirarsi dal draft e tornare a Morgantown per il suo anno da senior. Assieme a lui non ci sono più Tyrone Sally e D’Or Fischer, ma c’è ancora Mike Gansey -che prenderà in mano le redini della squadra assieme a Pittsnogle- e quasi tutto il roster dell’anno precedente, compresi un ampio numero di giocatori all’ultimo anno e qualche giovane interessante in rampa di lancio. Con la consapevolezza maturata nel corso dell’avventura al Torneo NCAA e l’esplosione tecnica e carismatica di Pittsnogle, West Virginia si affaccia alla stagione 2005/06 puntando a replicare l’accesso alle Elite 8 come nell’anno precedente, ma con il sogno silenzioso di una qualificazione alle Final Four. L’avvio di stagione però non è dei migliori: i Mountaineers cominciano l’anno da numero 14 nel ranking ma, dopo due vittorie facili contro avversarie di basso livello, arrivano tre sconfitte filate contro squadre competitive. WVU perde 76-75 in casa della numero 2 del ranking Texas, la sera dopo cede 66-80 a Morgantown contro la numero 7 Kentucky e poi subisce il terzo stop consecutivo con un 71-68 dopo un supplementare in casa contro Louisiana State. Kevin segna 27 punti con 10 rimbalzi contro Kentucky ma non arriva neanche alla doppia cifra nelle due gare perse in volata. I Mountaineers escono dalla Top25 e inizia a sorgere qualche dubbio sul fatto che il gioco di Beilein, fortemente incentrato sul tiro da tre punti e su una difesa 1-3-1 molto particolare, possa essere adatto per vincere le partite decisive contro le grandi squadre. Anche su Kevin c’è parecchia pressione: l’esplosione dell’anno prima l’ha reso famoso anche tra i tifosi avversari, che spesso lo sfottono dandogli del contadino o schernendolo per il cognome così buffo e inusuale. Ma la pressione è solo una motivazione in più per fare meglio e la risposta arriva nelle settimane seguenti: da fine novembre a inizio febbraio West Virginia vince 15 delle successive 16 partite, perdendo solo il derby statale contro Marshall ma vincendo contro la #7 Oklahoma (addirittura 68-92 in casa dei Sooners), espugnando il campo della #3 del ranking Villanova e completando il terzetto di raid con una vittoria anche al Pauley Pavillion contro la UCLA di Farmar, Afflalo, D.Collison e Mbah A Moute, non il mio panettiere, il vostro idraulico e i loro due amici con cui giocano a poker il venerdì sera. In queste 16 partite Pittsnogle trascina i suoi con quasi 21 punti e 6,5 rimbalzi di media, viaggiando per larghi tratti sopra il 50% da tre e stabilendo anche il suo career high con 34 punti in una gara contro Canisius. A dargli una mano c’è il suo fido compare Mike Gansey, che nella stessa striscia colleziona 18,5 punti a partita: memorabile rimane la sfida contro Marquette, in cui la coppia combina per 63 punti complessivi in due sparando un mostruoso 12/19 da tre punti, per lo stupore di uno sbalordito Tom Crean, allenatore avversario che a fine partita dirà: “credo di non aver mai visto una prestazione come quella di stasera. I tifosi a Morgantown saranno probabilmente i numeri 1 del loro fan club, ma dopo stasera anche io chiederò la tessera per diventarne membro”. WVU torna al numero 9 del ranking, ma a febbraio arriva un altro momento difficile. Il calendario si intensifica con le sfide di conference, e da sempre il livello della Big East è decisamente alto. I Mountaineers perdono 4 partite in 5 gare, con tre sconfitte che arrivano per due possessi o meno di distacco. Kevin segna 0 punti con 0/12 al tiro, 4 perse e 5 falli nella disgraziata partita contro Pittsburgh, ma nelle altre quattro di questa serie nera realizza 84 punti complessivi. Però WVU soffre le pene dell’inferno contro le squadre particolarmente stazzate e la dimostrazione arriva nella sconfitta contro la numero 1 assoluta Connecticut, con Rudy Gay, Hilton Armstrong e Josh Boone che segnano tutti almeno 14 punti e combinano per un 20/32 dal campo. Pittsnogle non ha il fisico e la presenza atletica per reggere giocatori simili in difesa, quindi deve dare tutto quello che può in attacco. Chiude la stagione regolare con altri 70 punti in tre partite, tra le quali spicca la prova da 26 punti nella “senior night” (l’ultima in casa per i giocatori al quarto e ultimo anno come lui) contro Pittsburgh, la stessa squadra contro cui aveva giocato due settimane prima la peggior partita della carriera. “Ci ho pensato per tutto questo tempo, mi sono mangiato il fegato a furia di ripensarci. Oggi non sarei mai uscito da questo spogliatoio senza una vittoria” racconta a fine gara. Ma nei quarti di finale del torneo della Big East gli avversari sono subito ancora i Panthers, che stavolta portano a casa vittoria e pass per le semifinali, nonostante i 22 punti con 5/11 da tre di Kevin. Una stagione che avrebbe potuto valere un ingresso al tabellone della March Madness con una testa di serie numero 3, viene rovinata da un ultimo mese con 6 sconfitte che costa la “retrocessione” al seeding numero 6 nel Regional di Atlanta. Però nelle prime due partite del Torneo i Mountaineers sembrano ritrovati e giocano sul velluto. Al primo turno 18 punti di Pittsnogle portano alla vittoria 64-46 su Southern Illinois, mentre al secondo turno a sorpresa l’avversaria è la #14 Northwestern State, che due giorni prima aveva eliminato la #3 Iowa, rimontando dal -17 negli ultimi 9 minuti e vincendo sulla sirena. 14 punti (pur tirando male) per Kevin bastano a West Virginia, che decide già la partita con il 41-19 del primo tempo e stacca il biglietto per le Sweet 16 per il secondo anno di fila, una doppietta che non era mai riuscita prima nella storia dell’ateneo.

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Cammino nervosamente davanti al computer, cercando di non fare eccessivamente rumore per non svegliare nessuno. Non credo che i miei avrebbero piacere a scoprire che, invece di riposare in vista della mattina successiva a scuola, passo la notte a guardare partite di basket di ragazzi due o tre anni più grandi di me. Però è quella famosa storia della pallacanestro come una droga, ricordate? No, non potevo perdermi la partita del mio idolo contro Texas. I Longhorns sono fortissimi, hanno questo sophomore, questo LaMarcus Aldridge, che sembra un fenomeno e l’anno prossimo giocherà sicuramente in NBA. Potrebbe essere l’ultima partita in carriera in NCAA per Pittsnogle, la dovevo vedere. Chissenefrega del sonno, della lezione di scienze e dei cazziatoni dei miei. Da quando l’ho scoperto durante la March Madness dell’anno scorso, durante quella “improbable run” fino ad un centimetro dalle Final Four, sono rimasto stregato da questo contadinotto goffo di 210 cm odia giocare vicino a canestro ma tira da tre come una guardia e ha una mano dolcissima che sembra la torta di mele della nonna. Ammetto che all’intervallo sul -12 ho pensato di spegnere il computer e tornare a dormire. Texas sembrava troppo superiore, Aldridge troppo dominante. Però ho deciso di resistere, per onorare al meglio un giocatore che mi ha fatto emozionare. Mi sembrava doveroso. E invece nel secondo tempo West Virginia è entrata con una faccia diversa. Dopo 7 secondi tripla tentata da Pittsnogle: scrivete tre. Dopo altri 29 secondi ci prova anche Joe Herber: scrivete tre. Gansey ruba palla e passa a Collins per il layup: in 51 secondi i Mountaineers hanno piazzato un 8-0 e sono tornati a -4. Come fai a non innamorarti di loro? Lì ho capito che la notte era ancora lunga. Il pareggio è arrivato a 8 minuti dalla fine, ovviamente con una tripla di Pittsnogle. Un’altra tripla di Gansey poco dopo ha portato addirittura a +3 WVU, e lì ho addirittura pensato che si potesse provare a scappare via. Però Texas è uno squadrone, è tornata avanti di 4 e adesso io sono qui che passeggio davanti al computer, sperando di non fare rumore e che a 7500 km di distanza Pittsnogle possa regalare l’ennesima sorpresa della sua carriera. Invece fa un passo avanti Gansey, siamo a -2. Dall’altra parte Texas sbaglia ma Aldridge conquista l’ennesimo rimbalzo offensivo sulla testa di Pittsnogle, che poi spende fallo, guadagnandone anche un naso sanguinante. Impreco, però so che quel rimbalzo non glielo posso chiedere: sulla ghiaia non si palleggiava, non si saltava, non si prendevano i rimbalzi. Si tirava e basta. Aldridge fa 1/2, dall’altra parte Collins sbaglia. Texas è a +3 con la palla in mano. I Longhorns portano il cronometro vicino allo scadere dei 35” e tirano da tre con Gibson, la conclusione è sbagliata ma arriva un altro rimbalzo offensivo, stavolta di PJ Tucker. A 26” dalla fine viene commesso il fallo sistematico su AJ Abrams. 2/2 e Texas a +5. Smetto di camminare e mi risiedo sulla sedia, pensando che questa volta sì, è finita per davvero. Ma dopo 8 secondi Gansey infila la tripla del -2. Scatto nuovamente in piedi: c’è ancora una speranza. Rientrando dal timeout, Texas manda la palla nelle mani di Aldridge sul quale scatta immediato il fallo sistematico. Il lungo di Texas sbaglia il primo e io esulto in silenzio. Il secondo libero va dentro. +3 Texas a 13” dalla fine. Timeout corto. Io so cosa sta per succedere e mi preparo. Sul campetto di ghiaia del trailer park di Martinsburg non si palleggiava, non si saltava, non si prendevano i rimbalzi, però si tirava. Per ore e ore. E questo è il momento di tirare. Io lo so che è il momento di Kevin. Rimessa nelle mani di Herber che si fa tutto il campo, Collins piazza un blocco verticale in lunetta per liberare Pittsnogle che scatta sull’arco per ricevere il pallone. In quel momento realizzo perché il gioco di West Virginia mi ha fatto innamorare fin dal primo istante. Gli eroi sono giovani e belli e fanno le cose giuste. Ma sai il gusto di provare a vincere facendo fare un blocco alla tua guardia per far prendere la tripla decisiva della stagione, a 8 metri dal ferro, al tuo centro di 2.10? E’ facile parteggiare per il fenomeno che prende i rimbalzi offensivi in testa a tutti e andrà a guadagnare i milioni in NBA, ma vuoi mettere la poesia del contadino goffo che ha imparato a giocare sulla ghiaia tra le roulotte e che adesso, nell’estrema democratica poesia che caratterizza il basket, ha nelle sue mani il tiro per pareggiare la partita? Gli eroi sono giovani e belli, però sono gli sfigati e le persone comuni che riescono a realizzare i sogni, quelli verso cui proviamo più empatia. Mentre penso tutte queste cose, Pittsnogle esce dal blocco, riceve il pallone con i piedi che ancora guardano verso la linea laterale e fa partire una tripla cadendo indietro ad un metro abbondante dall’arco dei tre punti, proprio in faccia ad un disorientato Aldridge. “Oh my, he hits it!”, sentenzia il telecronista. Io non sentenzio proprio un cazzo perché sto saltando in giro per la stanza cercando di non dire una parola e di fare il minor rumore possibile, però avrei voluto urlare qualcosa di sicuramente meno contenuto. Però non è finita: Kevin ha segnato con 5” ancora sul cronometro e Texas, che non ha più timeout, rimette subito la palla in gioco. Fermo la mia esultanza, corro nuovamente davanti al pc. “No dai figa, non possono segnare adesso, sarebbe una beffa” penso. Ma anche questa volta dentro di me in parte già me lo sento. Gli eroi che vincono alla fine del romanzo sono giovani e belli, non campagnoli e goffi. Abrams scatta a mille all’ora, arriva sull’arco dei tre punti e trova un raddoppio. Dal lato sinistro però si stacca inspiegabilmente anche Frank Young, che lascia il suo uomo per andare addirittura a triplicare il portatore di palla. Abrams legge la situazione e la scarica al giocatore rimasto libero: la sfera arriva nelle mani di Kenton Paulino, onesto mestierante da 9 punti di media a partita, 5 fino a questo momento nella partita. La palla viene rilasciata da Paulino e capisco già che sta per entrare. Spero di sbagliarmi, ma già so che non sarà così. Infatti la palla entra proprio nel momento in cui suona la sirena. Tutti i giocatori di Texas esultano, io sono sgomento in piedi davanti al computer. Quasi mi sembra di essere in mezzo a tutti i cuori in inverno della panchina di West Virginia. Dopo qualche secondo la regia stacca, passando dai vincitori ai vinti. Coach Beilein è pietrificato, Mike Gansey ha la maglia tirata su a coprirgli il viso. Kevin Pittsnogle non piange come pochissimi minuti più tardi farà, a molti chilometri di distanza e singhiozzando a dirotto, Adam Morrison dopo la incredibile sconfitta in rimonta contro UCLA. Ad un ragazzo che ha perso un figlio a 20 anni difficilmente rimangono ancora abbastanza lacrime da spendere per potersi permettere di sprecarne troppe per una partita di pallacanestro, per quanto sia importante. Ne compare solo una alla coda dell’occhio. Ma dev’essere fredda quanto la lamiera di una roulotte del trailer park di Martinsburg a gennaio.


Il computer non è più lo stesso di allora, ma la scrivania sì. Anche le sensazioni sono più o meno le stesse, magari un po’ meno intense ma comunque vibranti. A più di otto anni di distanza ancora mi emoziono a ripensare a quella notte insonne, a quella partita, a quella squadra, a quel giocatore. La reazione a quella sconfitta e a quella che io ritenevo un’ingiustizia fu quasi infantile: diventai un tifoso ancora più accanito di West Virginia, cercai una canotta di Pittsnogle su tutti i siti possibili e immaginabili senza però trovarla, ma mi comprai ugualmente via internet due t-shirt, dei braccialetti in gomma e un paio di pantaloncini dei Mountaineers. Però all’inizio della stagione successiva mi accorsi che senza Kevin Pittsnogle -che chiuse la sua carriera universitaria come recordman di gare giocate (128) con WVU, sesto in punti totali (1708) e secondo in percentuale da tre punti (41,1%) nella storia dell’ateneo- non era più proprio la stessa cosa. Il Nostro quell’estate si dichiarò per il draft: il suo rivale dell’ultima battaglia persa all’ultimo secondo, ovvero LaMarcus Aldridge, venne chiamato alla seconda scelta assoluta dietro Bargnani, Kevin invece aspettò tutta la notte nella speranza di sentir echeggiare tra le mura del Madison Square Garden quel suo cognome così particolare, così inconfondibile. Non successe. E’ sempre quella famosa storia degli eroi giovani e belli. Capita però che quella stessa estate i Boston Celtics provino a dargli fiducia, d’altronde a un 2.10 che si porta a spasso due mani così vale comunque la pena di concedere una chance. Pittsnogle gioca la Summer League con Boston senza mettersi particolarmente in mostra, al termine della quale i Celtics gli fanno firmare un biennale non garantito. Il 20 ottobre, a pochi giorni dall’inizio della stagione, verrà tagliato definitivamente e non arriverà mai più così vicino alla chance di giocare in NBA.

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Per guadagnare qualche soldo allora Pittsnogle decide di firmare in CBA con i Pittsburgh Xplosion, che non saranno i Boston Celtics ma ‘sti cazzi, qualche dollaro bisogna pur portarlo a casa. Una buonissima stagione da rookie, con quasi 20 punti di media e un season high di 44, gli vale un contrattino per qualche mese a Porto Rico (30 partite con 14,4 punti per gara) e un altro invito alla Summer League, questa volta con Cleveland. Ma Kevin ha già capito che la NBA è un sogno irraggiungibile e prova l’avventura oltre oceano, firmando in Francia con lo Cholet. Anche lì viene tagliato ad una settimana dall’inizio del campionato, questa volta per problemi fisici. Pittsnogle rientra negli USA e viene chiamato con la 12esima scelta assoluta al draft della D-League, dove firma con gli Austin Toros. La prima parte di stagione però non è delle migliori: 7,1 punti con il 37% al tiro inducono i texani a tagliarlo, così Kevin firma con gli Albuquerque Thunderbirds. La stagione nel New Mexico si chiuderà un po’ meglio, con 15,7 punti e 6,2 rimbalzi a partita. Lì però il cammino di Pittsnogle si interrompe bruscamente: sfiduciato dalle difficoltà nel fare carriera e da qualche acciacco di natura fisica, Kevin abbandona momentaneamente il sogno cestistico. A 24 anni torna nella sua Martinsburg assieme alla moglie e ai due figli nati nel frattempo, compra una casetta prefabbricata simile a tante altre che aveva visto da bambino nel suo stesso trailer park e diventa un insegnante di scuola media, oltre che vice-allenatore della squadretta della scuola. Come detto però quella zona degli States è particolarmente povera e tanti bambini ai quali insegna vivono in famiglie che possono a malapensa sostentarli con lo stretto indispensabile. Un giorno, mentre sta accompagnando sua madre a fare la spesa, Pittsnogle vede un negozio di articoli sportivi che offre delle promozioni: entra e compra un paio di Reebok in saldo per ognuno dei suoi studenti. Il suo cuore dev’essere quantomeno proporzionato alla sua altezza. Però nella sua nuova vita da insegnante la massima attività fisica di Kevin è andare a giocare a bowling tre volte a settimana e nel giro di pochi mesi arriva a pesare oltre 130 chili, facendo pensare a tutti che la sua carriera ormai è definitivamente tramontata. Degli esami medici portano a scoprire una disfunzione tiroidea responsabile in parte di quell’aumento di peso, sempre che si voglia credere che la pizza di Pizza Hut sia il cibo consigliato da tutti i dietologi per una alimentazione sana, controllata e degna di una modella. Pittsnogle si cura, risolve i suoi scompensi tiroidei, torna sotto i 120 chili (comunque un discreto sovrappeso) e decide di concedersi un’altra chance nel mondo del basket. Dopotutto nelle leghe minori non si fanno grandi soldi, ma comunque si raccatta più di un insegnante di scuola media di un paesino del West Virginia. Ad Albuquerque in D-League, l’anticamera della NBA, se lo riprendono volentieri nonostante i punti di domanda sulla condizione fisica. Nella stagione 2009/10 riuscirà a giocare 28 partite, partendo 21 volte in quintetto e giocando in media 28,4 minuti per gara. Però gli 11,8 punti a partita e soprattutto il 32% da tre punti, una percentuale improponibile per uno come lui, abituato a sentire il rumore del nylon spesso e volentieri, gli fanno capire che è giunto il momento di far partire la sigla di chiusura su una carriera breve, altalenante ma memorabile. Il richiamo del canestro sarà troppo forte e proverà qualche altra esperienza in leghe minori sgangherate, l’ultima nel 2012 vicino a casa, nella sconosciuta Eastern Basketball Alliance con la maglia degli Winchester Storm, ma di fatto la sua carriera si chiude quel giorno.

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Oggi, se per un imperscrutabile motivo voleste mai rottamare la vostra Fiat e comprarvi una Jeep o una Chrysler a Martinsburg, nel West Virginia, ci sarebbero buone chance che a consigliarvi nell’acquisto si possa presentare un ragazzone tatuato di 30 anni freschi compiuti a luglio, con la faccia da contadino. Se non conosceste la sua storia, difficilmente pensereste di aver davanti uno che sfiorato la NBA e che ha spiegato pallacanestro a livello NCAA nonostante un atletismo inferiore al vostro, a quello del suo capo alla concessionaria o a quello del barista che vi servirà un paio di pancakes dove andrete a festeggiare l’acquisto della nuova auto. Recentemente ha dichiarato di essere molto contento della sua vita e di essere pienamente soddisfatto da quanto raccolto nella propria carriera, delle esperienze avute e dei posti che ha avuto l’occasione di visitare. Sebbene il suo sogno di giocare nella NBA sia rimasto tale, ha comunque rimesso l’università del suo stato sulla mappa del basket che conta e per il resto dei suoi giorni è diventato l’eroe della sua gente. Lo scorso novembre ha portato il suo primogenito a Morgantown ad assistere ad una partita dei Mountaineers, comprando due biglietti per le ultime file in alto per far vedere al suo piccolo il campo dove poco più di 8 anni fa dominava e faceva impazzire i lunghi avversari in diretta tv nazionale. Qualche tifoso l’ha riconosciuto e gli ha chiesto cosa ci facesse lì in alto, perché non avesse un posto a bordo campo. Kevin ha risposto di non voler chiedere biglietti gratis alla sua vecchia scuola perché si sentirebbe in imbarazzo, a maggior ragione adesso che tutti i membri dello staff tecnico e dello staff dirigenziale sono cambiati rispetto ai suoi tempi, e di averne comprati due in alto per risparmiare. Il giorno dopo sui social network è partita una campagna perché i dirigenti di West Virginia University procurassero per le partite successive dei biglietti a bordo campo per Pittsnogle, lo mostrassero sui maxischermi e rendessero orgoglioso suo figlio mostrando quanto il suo papà aveva significato per quella scuola e quella gente. Questo aneddoto dice molto su chi sia Kevin Pittsnogle e quale sia l’amore dei West Virginians per Kevin Pittsnogle. Ora divide il suo tempo tra sua moglie, suo figlio Kwynsie, sua figlia Amyyah, il suo trailer, il lavoro a cui aspirava da bambino (ebbene sì, pare che ci siano bambini che vogliono vendere macchine da adulti), una manciata di consigli ai ragazzini della squadra della scuola media locale e qualche piccolo hobby, come le serate trascorse giocando a bowling o a bingo oppure il Fantasy basketball, nel quale si affida principalmente ai suoi ex rivali in campo, come LaMarcus Aldridge, che ancora oggi continuano a vivere quel sogno che a lui non è mai riuscito di coronare.

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La casetta prefabbricata di Martinsburg non è una villa da giocatore NBA e la paga da venditore d’auto non è minimamente paragonabile a quella di un cestista professionista. Quello che Kevin Pittsnogle sarebbe potuto essere ma che, per un motivo o per un altro, non è mai stato. Gli eroi sono giovani e belli. Ma non è detto che un ragazzone goffo che impara a tirare in un campetto di ghiaia in mezzo a delle roulotte non possa scaldare altrettanto il cuore. We’ve all been Pittsnogled.

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