1) LE “CORAZZATE” MINORS

Paradossale, ma vero: anche nelle serie minori ci sono squadre costruite per vincere. Non c’è una ricetta segreta per cui si arrivi a Maggio con la retina tagliata e il sigaro della vittoria, ma questi team condividono, spesso e volentieri, alcune caratteristiche: rimborsano, pagando bene anche alcuni titolari, o la presenza di almeno uno/due giocatori con un passato glorioso, ad esempio. Chi a vent’anni dominava in serie B o C, a 35/40 può ancora fare la voce grossa in una D o in Promozione, senza contare che, se il nome è “grosso” e la personalità davvero celebre, la notizia può rendere famosa tutta la squadra e caricare l’ambiente, oltre a “rimbalzare” nelle teste dei maggiori appassionati italiani di pallacanestro. Giocatori come German Scarone a Bellaria-Igea Marina (Serie D, Emilia – Romagna) o l’ex NBA Linton Johnson III al S. Nicola Basket Cedri (Serie C – Campania) sono soltanto due fra gli ex “pro”, che hanno deciso di ricominciare una nuova esperienza cestistica, partendo proprio dalle Minors.

L’ex Pesaro e Rimini German Scarone, fuoriclasse del Bellaria Basket

Come detto, però, il singolo non è tutto. Per vincere, il nome non basta: serve unità e coesione, serve il divertimento nell’impegno e viceversa, serve una squadra composta da ragazzi disposti a sacrificarsi l’uno per l’altro, perché se uno non riesce a portare le paste per quella sera, dev’essere già pronto qualcun’altro al suo posto. Serve una panchina abbastanza lunga, perché andare avanti con i soliti 5 per 8 mesi è impensabile, a qualunque livello: anche se il quintetto rappresenta il meglio di ogni ruolo per quella categoria, mettere in panca cinque bambole di pezza per sostituire i titolari diventa, quantomeno, controproducente. Ci vuole un po’ di fortuna, inoltre, perché riuscire a chiudere una stagione senza infortuni gravi sembra sempre più difficile ogni anno che passa, mentre un’ultima nota la merita il Coach: solitamente si tratta del classico “lupo di mare” con decine di campionati vinti alle spalle. Ma non chiedetegli mai di allenare formazioni più scarse, in lotta per i play-out: abituato com’è, potrebbe succedere il patatrac!

 

2) UNDER? NO, SENIOR!

“Oh, hai visto contro chi giochiamo? Sono tutti nani!”

“Porca *******… stasera si corre.” 

Se c’è una tendenza sempre più comune nel panorama del basket minore italiano, è quella di lanciare in prima squadra tutti i cosiddetti under che provengono dalle giovanili di quella società. Non importa il dove: che si tratti di serie C, D o Promozione, in qualunque campionato dilettantistico è oramai diventata la normalità leggere roster di formazioni composte da ragazzi fra il ’96 e il 2000/01. Una scelta coraggiosa, ma non troppo. I dirigenti che adottano questa politica sono coscienti che il primo (e unico) obiettivo stagionale sia la permanenza nella categoria, una salvezza che negli ultimi anni ha assunto sempre meno il sapore dell’impresa sportiva: le squadre under sono un fatto consolidato, innanzitutto, e i ripescaggi, almeno in certe regioni, sono all’ordine del giorno. In poche parole: chi ha sbagliato ad Agosto probabilmente riuscirà, comunque, ad usufruire di una seconda chance l’estate successiva. Di questi tempi, per retrocedere, bisogna davvero impegnarsi!

La prima squadra della Oxygen Bassano è un caso più unico che raro: la serie C è composta da soli 2000/01/02 provenienti da tutta Italia e non solo, più il veterano Stefano Gallea

Ma perché questo? Semplice: i Presidenti amano parlare di progetto societario, di giovani come fiori all’occhiello del proprio operato. Quando ricordi il bimbo che faceva lezione di minibasket e lo rivedi, quindici anni dopo, nella stessa palestra con la prima squadra… beh, la sensazione è super. Tuttavia, all’interno di questo discorso non bisogna mai dimenticare l’aspetto economico: avere tutti ragazzi di proprietà significa non pagare i parametri della Federazione. Parametri, che sono una vera e propria spina nel fianco: si parla di 1.200 euro a tesserato per una serie C Silver, addirittura 2.500 se il giocatore milita in una C Gold (la 4° serie nazionale, lo scalino fra la B e la C Silver, e presente soltanto in Piemonte-Valle D’Aosta, Lombardia, Emilia – Romagna, Triveneto, Toscana e Lazio). Ecco perché tante squadre sono giovani, giovanissime, e a costo zero. Ecco perché a tanti trentenni scende una lacrima quando, contro le squadre under, si rendono conto di essere i più vecchi in campo. Mi capita spesso di sentire parlare i più piccoli di diciottesimi, assemblee d’istituto, verifiche di matematica…  bei tempi. Mi scappa un brivido, o un’altra lacrima, ma sono già sotto la doccia. Nessuno la potrà vedere mai.

 

3) LE “SQUADRE DI AMICI”

Maria De Filippi è come il prezzemolo: la mettono ovunque, ma stavolta non c’entra. Chiamo così tutte quelle squadre Minors dove giocano gli amici di una vita, gli amici di sempre. Ce ne sono una marea. E sapete qual è, la cosa incredibile? L’ultima cosa che conta veramente per questi giocatori è la classifica, o la categoria. Sembra quasi un patto, un giuramento: ci sono cestisti che, arrivati ad un certo punto della loro “carriera” (se così si può dire), vogliono continuare a passare la palla, tirare dei mattoni dietro l’arco o a spintonarsi senza pietà a rimbalzo, sempre assieme alle stesse facce. Un pensiero che accomuna molti Senior: può succedere – e non è un caso – che le squadre under di cui sopra, nel giro di un decennio e seppur con qualche piccolo cambiamento, si ritrovino perfettamente in questa tipologia. In caso di promozione o retrocessione, cambia poco o nulla: finché le gambe battono un colpo, e le mani si mantengono tiepide, il nucleo storico della squadra rimarrà pressoché intoccato. Il CSI e la UISP, più in generale le associazioni amatoriali, offrono millemila di questi esempi. 

Qui siamo nel napoletano: le formazioni over 40 sono proprio la tipica squadra di amici!

Le “squadre di amici” sono difficili da affrontare, per chiari motivi. Ogni giocatore conosce perfettamente le caratteristiche di chi gli sta accanto: si trovano a memoria, sanno bene quando è il momento di controllare il ritmo e quando, per quanto possibile, di cambiare marcia. A volte, può capitare che la società in cui militano chiuda definitivamente i battenti: se non si può fare nulla per cercare di salvarla, la preoccupazione principale sarà quella di trovarne un’altra, a patto che la nuova destinazione soddisfi l’unica richiesta possibile: “se vengo io, veniamo tutti”. Se c’è spazio per me, per Marco o per Jack, farò in modo che l’anno prossimo possano esserci anche Luca e Andrea. Se non capiterà? Pazienza! Bisogna averci provato, perché si ha come la sensazione che un gruppo così sia impossibile da sostituire. Un gruppo dove le sconfitte bruciano sì, ma senza mai demolire il morale: e le vittorie più importanti rimangono nel palmares personale come uno dei momenti migliori della propria vita, perché ottenute con loro, in quel modo, con quelle persone. Il Basket è Sport, qui lo Sport va oltre l’amicizia. Per quanto sia un sentimento difficile da misurare, provate a contare i tappi delle Moretti rimaste sul pavimento, dopo allenamento. Il custode può darvi un’idea.  

 

4) LE REALTA’ DI PAESE

“Ci sei mai stato? Hai mai giocato lì?”

“Sì, è il classico palazzetto dello sport dove nessuno vorrebbe giocare da avversario. Ma in cui tutti vorrebbero vincere.”

Questo non è che un possibile discorso da spogliatoio subito dopo l’ultimo allenamento pre-partita, se vai a giocare in trasferta nei campi caldi di periferia. Perché ce ne sono, eccome se ce ne sono: per gente abituata ai soliti quattro gatti, vedere sulle tribune 200/300 persone può far sembrare il tipico comune sparso sulle colline il gate 7 dell’Olympiakos… di calcio. In questo senso, l’espressione massima del tifo Minors è data dalla spettacolarità del tifo del Sud Italia. Non ce ne vogliano gli amici polentoni: prendete Corato, Ostuni, Ceglie, Castellaneta. Che li vogliate chiamare Minors, oppure no (e certo che sì, da quando la 5° serie nazionale è professionistica?), qui gli spettatori si contano persino nell’ordine della quadrupla cifra. E quello che si prova ad entrare in campo in una partita di serie C pugliese, semplicemente non ha eguali nel Bel Paese.  

L’esultanza di Corato, fresca vincitrice della serie C in Puglia

Certo, il caso del tacco dello stivale rimane una bellissima eccezione. Ciò non toglie che le realtà di paese siano difficili da affrontare, e da espugnare. Se in certi posti il basket è super seguito, il merito è delle solide fondamenta che lo hanno visto evolversi: il discorso fatto prima sulle squadre under vale anche, se non soprattutto, per queste società, che puntano ad onorare i campionati nel modo migliore cercando di dare spazio ai prodotti locali. Ma non solo. Per chi vuole giocare a pallacanestro nelle zone più isolate d’Italia, certe squadre rappresentano seriamente l’unica possibilità di scelta. Pensiamo alla Valle D’Aosta, il Trentino Alto-Adige, il Molise o la Basilicata: la regione del Triveneto conta soltanto 8 compagini di serie D, mentre le ultime due sono costrette ad un campionato di Promozione a 6 formazioni. Insomma: come Nibali sulle Tre Cime nel 2013 o Forrest Gump nell’omonimo film, chi ama la pallacanestro in questi luoghi dev’essere pronto “a superare gli ostacoli, e a macinare i kilometri”. Se in pochissimi hanno messo la retromarcia, vuol dire che ne vale davvero la pena. 

 

5) GLI “ONE-MAN TEAM”

In giro per le Minors non troviamo soltanto società “storiche” radicate nel territorio. Esistono, soprattutto nelle grandi città, squadre tirate su dal niente con a capo pochissime persone, se non addirittura il presidente stesso. Un presidente factotum, vero e proprio mecenate del basket, che decide di sborsare qualche migliaio di euro all’anno (aiutato da qualche sponsor) per iscrivere al campionato quello che è, a tutti gli effetti, il suo giochino. Nella mia Bologna ci sono esempi che vanno dalla serie C alla 1° Divisione: e sono certo che a Roma, Milano, Torino o Napoli, ci siano delle situazioni assolutamente comparabili.

I Giardini Margherita non sono soltanto il parco più famoso della città: è anche il nome di una delle tante squadre di Bologna, dove i giocatori sono più dei tifosi!

Come riconoscere questi team? La prima differenza che si nota è quella a livello strutturale: l’organizzazione è affidata al “Pres” che si può avvalere della collaborazione di alcuni suoi fedelissimi, ma è a lui che spetta il compito di gestire ogni singolo aspetto della baracca, da cima a fondo. E’ lui che ha il pieno controllo della stanza dei bottoni. Niente a che vedere con le più affermate realtà di provincia già menzionate, specchio cestistico di un paese e piene di genitori disposti a dare una mano per qualsiasi cosa: negli “one-man team” le giovanili sono facoltative, perché sono a discrezione del grande capo (e, se sono obbligatorie come da regolamento, ci si lega ad un’altra società sportiva della zona). Il pubblico è pressoché inesistente – certo, lo spettacolo della categoria non aiuta – ed è perlopiù composto da fidanzate, non convocati, ex giocatori di quella maglia o vecchi amici. E gli orari? Beh, considerato che molto difficilmente un Presidente sia così munifico da comprare una palestra e farci il suo personale Juventus Stadium, gli orari saranno sempre i peggiori in assoluto, perché sono le briciole che gli altri ti lasciano. Allenarsi il Martedì alle 22.30 dopo l’hockey su prato diventa presto l’ordine del giorno: giocare il Giovedì dopo le 22 (tipico orario CSI/UISP) sa quasi di testamento cestistico. Però sarete tutti sulla stessa barca, e riceverete l’incredibile affetto di (almeno) una persona. Il basket non è passione, dopotutto? E allora, come avrebbe detto un giovane Vasco Rossi: “va bene, va bene, va bene così.”