articolo di Daniele Vecchi
copertina di Batmattz

 

 

Bill Fitch odiava giocare a Philadelphia.

C’era sempre quello speaker caciarone e fastidioso, Dave Zinkoff, con quella voce che sembrava un citofono rotto che urlava “BOSTON CALLS TIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIME!!” ogni volta che i Sixers facevano un parziale e lui chiamava time out nel frastuono dello Spectrum.

Dave Zinkoff fu colui che inventò anche, e soprattutto, lo storico “JULIUS…. ERRRRRRRRRRRRRRVIIIIIIIIIIING…” nella presentazione dei Sixers.

13 marzo 2009, ultima partita allo Spectrum di Philadelphia, vecchio e storico impianto dove i Sixers vinsero il Titolo Nba nel 1983. Eccezionalmente per quella sera allo Spectrum venne giocata Sixers-Bulls, con una suggestiva cerimonia prima della partita dedicata ai campioni del 1983. C’erano praticamente tutti, Earl Cureton, Moses Malone, Mark Iavaroni, Bobby Jones, Maurice Cheeks, e poi c’era lui.

La più grande emozione della mia vita,

Stringere la mano a Doctor J.

Una stretta di mano normalissima, imbarazzata (da parte mia), un suo fugace sorriso, e soprattutto la mia faccia da ebete.

Photo by Dick Raphael/NBAE via Getty Images

Ma perchè “Doctor J”?

Come spesso capita, l’origine dei soprannomi è casuale e inavvertita, senza la coscienza che poi sarà un qualcosa che si protrarrà per sempre.

Alla Roosevelt High School Julius Erving chiamava il suo miglior amico, Leon Sanders, “The Professor”, per la sua grande dialettica e per la sua tendenza ad essere un primordiale tuttologo. La risposta di Sanders al suo nickname fu “allora se io sono The Professor, tu sei The Doctor”.

Leon e Julius si chiamavano così tra di loro alla high school, poi all’università il soprannome si diffuse, e al primo anno con i Virginia Squires nella ABA, The Doctor divenne definitivamente Dr. J, per differenziarlo dal medico della squadra.

Julius Winfield Erving è nato il 22 febbraio 1950 e cresciuto a Long Island, New York, nella contea di Hempstead.

All’età di tre anni il padre di Erving se ne andò e come spesso capita la madre faticò parecchio a prendersi cura dei tre figli. La famiglia di Julius abitava negli Housing Project di Hempstead, in condizioni di indigenza, ma il futuro Doctor J dimostrò subito una grande talento cestistico.

A dieci anni era già la star della locale squadra dell’Esercito della Salvezza, e all’età di tredici anni trasferitosi qualche chilometro più a sud, a Roosevelt, sempre nella Nassau County di Long Island NY con la madre i fratelli e il patrigno, Erving diventò la logica super star della Roosevelt High School, oltre a mantenere un profilo didattico e comportamentale di tutto rispetto.

Mezzi atletici fuori dal normale, braccia lunghissime, mani gigantesche, grande agonista, Julius Erving era il prototipo di giocatore dominante già a 17 anni.

All County e All Long Island superstar, Julius Erving viene presentato dal suo coach Ray Wilson della Roosevelt a Jack Leaman, coach di University of Massachusetts, che non ci pensa due volte a reclutarlo per i suoi Minutemen.

Fin dall’anno da freshman Julius dominò in lungo e in largo la Yankees Conference, demolendo di stagione in stagione tutti i record per punti e rimbalzi, rimanendo uno dei sette giocatori nella storia dell’NCAA a mantenere una media totale da più di 20 punti e più di 20 rimbalzi. Nel 1971 Erving lasciò l’università dopo il suo anno da Junior (peccato perchè lo stesso anno arrivarono a UMass Al Skinner e Rick Pitino, poteva essere una signora squadra ancora per un anno) e venne scelto dai Virginia Squires nella ABA, all’epoca in lotta (perdente) con la NBA per la visibilità televisiva e live del proprio prodotto cestistico.

Anche a causa di questa limitata visibilità mediatica le giocate di Doctor J furono in un qualche modo “nascoste” al grande pubblico, che piano piano stava scoprendo la NBA e aveva fame di fenomeni.

Nella stagione 1971-72 Doctor J chiude con 27.3 punti (sesto assoluto nella ABA) e 15.7 rimbalzi di media a partita (terzo assoluto) la sua stagione da rookie, confermandosi già uno dei migliori giocatori ABA dopo pochi mesi di professionismo.



Secondo anno in ABA e Julius è di gran lunga il miglior giocatore della Lega, 31.9 punti e 12.2 rimbalzi di media a partita, e un impatto anche difensivo di tutto rispetto sulle gare degli Squires. Nell’NBA Draft del 1972 i Milwaukee Bucks lo scelgono con la chiamata Numero 12, ma Erving per problemi contrattuali, sia quell’anno sia l’anno successivo (quando verrà insistentemente cercato anche dagli Atlanta Hawks), rimarrà nella ABA, prima con gli Squires, poi dal 1973 con i New York Nets, con i quali vincerà da assoluto protagonista il Titolo ABA 1974, per poi bissare sempre in maglia Nets nel 1976, guadagnando anche il trofeo di Mvp dei Playoff in entrambe le stagioni. Julius Erving è la ultima ancora di salvezza per la ABA, il baluardo, e che baluardo, di visibilità e spettacolarità che la National Basketball Association ancora non ha.

Ma i tempi per la fusione delle due Leghe ormai sono maturi, e al termine della stagione 1976 ABA e NBA si fondono sotto il nome di NBA, con quattro squadre ABA (San Antonio Spurs, Denver Nuggets, New York Nets e Indiana Pacers) che affluiscono nella NBA.

Una cosa molto importante da specificare è che il livello tecnico della ABA non aveva assolutamente nulla da invidiare alla NBA.

Infatti nell’All Star Game NBA del 1977, dieci dei ventiquattro All Star provenivano dalla ABA, e nella Finale Nba di quell’anno tra Portland Trail Blazers e Philadelphia 76ers, cinque dei dieci starters di quelle Finals provenivano dalla ABA.

Già, appunto, NBA Finals 1977. Facciamo due passi indietro.

25 marzo 1973, i Philadelphia 76ers sono sconfitti da Detroit 96-115 nella ultima partita della stagione, mettendo così il proprio sigillo su uno dei record più scomodi e umilianti che una franchigia (pur titolata come i Sixers) possa detenere, ovvero quello della stagione più perdente di sempre, 9 vittorie e 73 sconfitte, la famigerata stagione 1972-73 di Philadelphia, il record che nessuno vorrebbe mai battere.

Percentuale vittorie di 110, 5 vittorie casalinghe e 26 sconfitte, 4 vittorie in trasferta e 47 sconfitte, attimi di imbarazzo cestistico come nessuno mai ricorda nella Città dell’Amore Fraterno.

Da qui la lunga e tormentata ricostruzione nei tre anni successivi, che passa attraverso gli arrivi di Doug Collins come rookie e del tiratore George McGinnis, riportando Philly a medio alto livello, ma portandosi dietro una sfiducia totale da parte del pubblico, che continua a disertare lo Spectrum, scottati dall’onta del 1973.

Nella off season del 1976 arriva il nuovo proprietario, Fitz Eugene Dixon, un personaggio con la reputazione di grande “spendaccione”.

Infatti il 21 ottobre 1976 la fama di Dixon trovò la sua apoteosi, portando nella Città dell’Amore Fraterno Julius “Doctor J” Erving, strappandolo ai New York Nets per la (allora) stratosferica cifra di sei milioni di dollari.

Tutti dicono che Larry Bird, Magic Johnson e Michael Jordan hanno salvato la NBA.

Nessuna ombra di dubbio su questo, ma di certo Julius Erving ha costruito la pionieristica passerella su cui questi grandi campioni hanno definitivamente portato (assieme, perlomeno a braccetto, con Doctor J) la NBA sulla strada buona per arrivare ai livelli attuali di popolarità.

Di colpo l’entusiasmo ritornò attorno ai Sixers, lo Spectrum ridivenne una bolgia, e la stagione 1976-77 fu assolutamente entusiasmante.

Ma nonostante quell’entusiasmo, Julius Erving non riusciva a vincere un Anello di Campione NBA.

Photo by Andrew D. Bernstein/NBAE via Getty Images

Riuscì sì a trascinare alle NBA Finals i suoi Sixers, per ben tre volte, quell’anno, nel 1977 sconfitti 4-2 dai Portland Trail Blazers di Bill Walton e del philadelphiano doc Jack Ramsey, nel 1980, sconfitti 4-2 dai Los Angeles Lakers grazie a quella fenomenale Gara 6 dove Magic Johnson ha giocato centro al posto dell’infortunato Kareem Abdul Jabbar.

Gara 4 di quella serie rimarrà comunque e per sempre negli annali della NBA per il movimento di Julius Erving, uno degli highlights della intera storia del basket.

Doctor J va dal gomito destro per schiacciare sulla testa di Mark Landsberger, quando in volo si accorge che i 2 metri e 20 di Kareem Abdul Jabbar sono protesi in aiuto. Con un magistrale controllo del corpo Julius Erving riesce a cambiare completamente direzione in aria, a “svoltare” sotto il tabellone e ad appoggiare in lay up rovesciato proteggendosi con il tabellone, causando l’esilerante commento postumo da parte di un incredulo Magic Johnson: “Non sapevo se rimettere dal fondo e continuare a giocare o se chiedergli di ripeterlo ancora” disse.

Due anni dopo per Philadelphia fu ancora Finale NBA, ancora contro i Lakers, e fu ancora una sconfitta per Doctor J, che ormai vedeva su di sé la etichetta di “splendido perdente”.

A 32 anni, già da 6 anni era nella NBA con velleità di vittoria, e ancora Zero anelli al dito.

Questa nomea paradossalmente gli viene definitivamente confermata nella stagione successiva, quando i Sixers finalmente riuscirono a vincere il Titolo NBA, spazzando via in quattro partite i Los Angeles Lakers. Una stagione e tre serie playoff dominate dai Sixers anche e soprattutto grazie all’acquisto estivo, Moses Malone, l’ultimo tassello nel mosaico di Billy Cunningham per raggiungere la vittoria.

I maligni dicono che senza Moses Malone Julius Erving non avrebbe mai vinto il Titolo NBA.

Può darsi, ma una cosa è certa e confermata dai fatti: l’impatto mediatico che Doctor J ebbe sulla Lega ad oggi più globale del mondo fu devastante.

Il primo a capire l’importanza delle superstar fu David Stern a metà anni ottanta, cavalcando la rivalità tra Boston Celtics e Los Angeles Lakers e Larry Bird e Magic Johnson, ma già molto prima la spettacolarità di alcuni giocatori cominciava a prendere piede e a vagare nei quattro angoli del pianeta.

Gli Harlem Globetrotters sono stati un mito incontrovertibile negli Stati Uniti, per decenni hanno inanellato sold out ovunque nel nome del divertimento e del più spensierato entertainment, poi verso la fine degli anni sessanta la voglia di competizione e di vittoria “vera” da parte degli sportivi americani li portò ad appassionarsi definitivamente ed in massa anche alla NBA.

Rivedere oggi le schiacchiate in campo aperto di Julius Erving è ancora una cosa da pelle d’oca. Devastanti schiacciate sulla testa di Bill Walton, di Kareem Abdul Jabbar, di Artis Gilmore, di Larry Bird, di Michael Cooper (la famosa “Rock the Baby” celebrata pochi giorni fa), di Larry Nance e James Edwards insieme.

Uno spettacolo nello spettacolo.

Doctor J fu una sorta di ponte tra il basket professionistico votato alla vittoria, e la spettacolarità talvolta fine a sé stessa degli Harlem Globetrotters.

Uno showman votato alla vittoria, un mix che arrivava proprio nel momento giusto per la National Basketball Association, già ricchissima di drama e di passione, e che aveva bisogno proprio di quel tipo di giocatori, abbastanza forti mentalmente da poter guidare una squadra nei playoff, e allo stesso tempo entusiasmanti e spettacolari da poter richiamare anche persone appassionate si di basket ma anche amanti del più puro showtime.

Cosa c’era di meglio in fondo di emozionarsi per la vittoria della propria squadra in una partita in cui il tuo miglior giocatore ha snocciolato un paio di giocate alla Meadowlark Lemon da farti saltare sulla sedia?

Era proprio di questo che la NBA aveva bisogno, e Julius Erving, come il suo ex compagno di squadra World B. Free, erano perfetti per questo ruolo.

Solo molti anni dopo infatti, guardando indietro alle statistiche di Erving a University of Massachusetts e alla attitudine sul campo che aveva, ci si rese conto di quello che era accaduto e dell’impatto che Doctor J ebbe sul gioco.

Julius Erving, a dispetto della corporatura classica da small forward, era uno straordinario rimbalzista, e lo era diventato per sua precisa scelta:

“Durante la mia prima partita di college a UMass segnai 27 punti e catturai 28 rimbalzi, fu il record dell’università come esordio di un freshman. Volevo fare in modo che il mio gioco fosse il migliore possibile, e volevo avere il controllo su tutto quello che potevo controllare. Ovviamente non potevo controllare le mie percentuali al tiro, qualche tiro dovevo pure sbagliarlo, ma potevo avere il controllo su tutte le palle che non entrano nel canestro e che sono un potenziale rimbalzo. Pur non essendo un gigante, e sfruttando la mia velocità e la mia elevazione, decisi che dovevo e potevo prendere più rimbalzi di chiunque altro. Quella era la mia mission”.

Da qui, da questo state of mind di Julius Erving, parte una reazione a catena che noi già vediamo come fatta, radicata esistente e consolidata, ma che prima dell’impatto di Doctor J sul basket, era una cosa molto rara e discontinua.

L’abilità e la voglia di rimbalzo di una velocissima ala piccola dalle enormi doti atletiche, un’ala piccola veloce, dalle mani giganti capaci di prendere in mano la palla come fosse un’arancia, e capace di elettrizzare il pubblico con devastanti schiacciate, prevalentemente in campo aperto, sdoganò definitivamente il cosiddetto “coast to coast”, prendi il rimbalzo, ti involi in campo aperto e vai a schiacciare tre secondi dopo, prendendo d’infilata la difesa.

Ovviamente la pratica del contropiede era già in auge da parecchi anni, ma l’idea di un giocatore che prende il rimbalzo e con grande potenza e velocità va a concludere in coast to coast dall’altra parte tra l’entusiasmo del pubblico, è nata con Doctor J.

Il LeBron treno merci in corsa in campo aperto impossibile da fermare esiste ora, ed è un trademark di spettacolarità, perchè è esistito Doctor J.

La ormai trita e ritrita tiritera “Micheal Jordan before Michael Jordan” nacque con Julius Erving, e di certo un minimo di verità in questa affermazione c’è.

Michael Jordan ha vinto molto di più e probabilmente è stato più leader e più forte mentalmente di Julius Erving, ma la sensazione di novità, esaltazione, avventura, smarrimento e quasi paura del futuro che stava arrivando che chi ha visto giocare Erving ha sentito in quegli anni, è un qualcosa che prescinde dalla mera collezione di Anelli NBA e dalla leadership in una squadra di vertice.

Julius Erving è stato per la NBA degli anni settanta quello che il Monolite del progresso è stato in 2001 Odissea Nello Spazio di Stanley Kubrick, ovvero il riconoscimento del gradino successivo che si stava approssimando, tutti sapevano che qualcosa stava cambiando, senza saperne la fine o la realizzazione ultima.  La definitiva espressione di quel progresso si è avuta solo molti anni dopo.

Doctor J, un primordiale highlight della NBA dei decenni successivi.

 

 

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4 comments

  1. He was my first real hero! I stole a pair of socks from him at a basketball camp and wore them the entire season without washing them, hoping some of his greatness would wear off on me! My mother threw them away when I forgot to hide them one day. He made me dream!

  2. Una volta, forse era il 78, andammo ad un incontro con uno che credo fosse un giornalista de i Giganti che ci mostrò dei filmati di basket Usa. Fino ad allora tutti noi avevamo visto solo fotografie e poche e conoscevamo qualche nome. Ad un certo punto il filmato diceva più o meno “Considerate che quanto avete visto finora è a velocità rallentata. La velocità reale è questa”. La velocità cambiò e quelle cose straordinarie che avevamo visto diventarono ancora più straordinarie. Dottor J fu la star assoluta di quel pomeriggio.

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