articolo di Marco Pagliariccio

 

 

 

“The Last Dance” è il documentario sportivo di migliore qualità che ho visto negli ultimi anni. Mi ha impressionato. Se riuscissi a vincere il trofeo che manca alla mia collezione, poi potrò pensare a farne uno simile su Ergin Ataman.

Ergin Ataman, 11 aprile 2021

 

 

Tesi: l’Efes e l’atavica capacità di mandare tutto all’aria

18 dicembre 2017. Dopo aver accarezzato qualche mese prima il sogno della prima Final Four dai tempi della Suproleague (il solito Olympiacos aveva detto no a gara 5 dopo essere finito sotto 1-2 nella serie dei quarti di finale), il Perasovic-bis in casa Efes sembra aver esaurito la magia. Cedi Osman e Brandon Paul sono volati in NBA, Thomas Heurtel ha accettato la ricca corte del Barcellona e il nuovo corso con Ricky Ledo, Josh Adams ed Errick McCollum non sembra funzionare. Il run and gun del tecnico croato fa acqua da tutte le parti e quando il Baskonia passa alla Sinan Erdem Sports Hall infliggendo la nona sconfitta nelle prime 12 giornate di Eurolega la società dice che può bastare: via Perasovic, dentro Ergin Ataman.

Atteggiamento spesso strafottente, non un alchimista del gioco, l’ex Siena ha però dalla sue due elementi: conosce a menadito l’ambiente, dove ha mosso i primi passi a livello giovanile e poi allenato tra i senior in due tranches, e soprattutto è un vincente con pochi eguali in Europa, essendo riuscito a vincere tre competizioni europee con tre squadre diverse: la Saporta Cup con Siena nel 2002, l’Eurochallenge con il Besiktas nel 2012 e l’Eurocup con il Galatasaray nel 2016. E proprio dal Gala si era separato nell’estate del 2017 per le difficoltà economiche del club giallorosso e non senza un bel po’ di veleno: «Le separazioni sono inevitabili in posti dove non c’è sincerità e dove il tradimento è la cosa più importante. Vorrei ringraziare tutti per il supporto in questi cinque anni. Questa mattina mi sono incontrato con la dirigenza e gli ho riferito che non chiederò alcun compenso per quest’anno, se serve. Comunque Can Topsakal mi ha detto che non sono più desiderato qui». Puro Ataman style.

Sarà un bel tipetto, ma l’8 maggio 2017 Ataman, squalificato una settimana prima dopo essere stato espulso in Galatasaray-Darussafaka, va in tribuna vicino a un ragazzo cieco e gli fa la radiocronaca della partita dal vivo. Ah, la partita è contro… l’Efes!

Tra cambi di giocatori e di assetti, la stagione dell’Efes prosegue senza particolari gioie. L’unico sussulto arriva in Coppa di Turchia, dove l’Efes, partendo dall’8° piazza, butta fuori prima il Fenerbahce futuro campione d’Europa, poi infilza prima il Darussafaka e poi il Tofas. Ed è vero che in campionato i birrai (Anadolu Efes, l’azienda che controlla la squadra, è uno dei più grandi marchi di birra in Turchia) risalgono fino al terzo posto e buttano fuori il Darussafaka nei quarti prima di stopparsi contro il Tofas in semifinale. Ma in Eurolega il percorso degli Ataman boys è drammatico: al 3-9 della gestione Perasovic fa infatti seguito il 4-14 di quella firmata Ataman, che vale un desolante ultimo posto al termine della regular season con 6 punti di distacco dalla penultima, l’AX Armani Exchange Milano. La campagna europea va in archivio il 5 aprile 2018 con un ultimo sussulto: la vittoria sul campo del Baskonia, una sorta di vendetta contro il club che all’andata aveva (involontariamente) fatto saltare la panchina di Perasovic. «Le sensazioni per noi sono state brutte per tutta la stagione, siamo stati sfortunati perché gli infortuni ci hanno fatto perdere equilibrio – dichiara Ataman a fine partita – di sicuro, il prossimo anno ci saranno un sacco di cambiamenti, cambiamenti mentali, e l’Efes sarà di nuovo un team in grado di competere per le Final Four e il titolo dell’Eurolega. Ne sono sicuro perché sono sicuro che questa stagione i fans sono delusi ma lavoreremo molto meglio la prossima estate».

Dichiarazioni che sembrano folli: l’Efes non ha mai partecipato alle Final Four della moderna Eurolega prima di allora, centrandole nel ’99 nella vecchia Eurolega e nel 2000 in Suproleague ma fermandosi sempre in semifinale. Parlare di titolo, per di più dopo una stagione del genere, sembra quantomeno un azzardo. Specie per una squadra come l’Efes che in Europa è da sempre, per tutti, sinonimo di soldi buttati all’aria e mezzi disastri anno dopo anno.

Ad ogni modo, di cambiamenti ce ne sono parecchi nell’estate 2018. Restano la bandiera Dogus Balbay e l’altro turco Birkan Batuk, più l’ormai affezionato Bryant Dunston, un convincente Kruno Simon e l’emergente Brock Motum. Il grosso, insomma, è tutto da fare. Il primo innesto porta il nome di Sertac Sanli e lì per lì in pochi ci fanno caso. Dovrebbe essere il 5°-6° lungo, la quota “turca” nel roster biancoblu e va bene così. Il primo botto si chiama Vasilje Micic. Promessa dello sci in giovanissima età prima di decidere di puntare deciso sul basket, Vasa è reduce dall’esaltante galoppata fino alle Final Four con lo Zalgiris targato Jasikevicius, nel quale si divide la cabina di regia con Kevin Pangos. L’idea di Ataman è di dargli un ruolo simile anche nel suo Efes, facendolo partire alle spalle dei due esterni titolari, la cui firma arriva in un paio di giorni: prima ecco Rodrigue Beaubois, reduce dalla miglior stagione europea in carriera in maglia Baskonia, ma soprattutto ecco il colpo grosso con la firma di Shane Larkin. Il folletto da Cincinnati, figlio della leggenda del baseball Barry Larkin, dopo aver incantato nel 2016/2017 in canotta Baskonia, aveva tentato la carta del ritorno in NBA a Boston, trovando ben poca fortuna e finendo ai margini delle rotazioni dei Celtics. «Non tornerò in NBA a fare il terzo play, per cui se qualche squadra proverà a chiedermelo non alzerò nemmeno la cornetta». Ha bisogno di una sfida, di sentirsi al centro di un progetto, anche per non venire sopraffatto dai demoni con i quali ha avuto a che fare sin da piccolissimo. Quale stimolo maggiore se non quello di portare una Cenerentola al grande ballo? A completare il disegno, James Anderson puntella il reparto esterni con versatilità, mentre sotto canestro i tentacoli infiniti e la mano morbida da fuori di Tibor Pleiss integrano l’esplosività di Dunston e la solidità di un Adrien Moerman in cerca di conferme dopo una stagione un po’ così al Barcellona.

Come normale per una squadra in larga parte nuova, serve un po’ di rodaggio prima di arrivare al top. Lo squillo in Coppa del Presidente (la nostra Supercoppa) ai danni del Fenerbahce è un ottimo inizio e il 2-1 che apre la campagna europea è di buon auspicio. Ma il primo vero segnale della forza del nuovo Efes arriva al Round 4 di Eurolega, quello che pone i biancoblu di nuovo davanti alla corazzata di Obradovic. I birrai piombano rapidamente a -16 nel corso del secondo quarto e le 14 lunghezze da recuperare all’intervallo lungo sembrano un sinistro presagio di ciò che verrà. E invece col “french touch” di Beaubois e Moerman, l’Efes rivolta la gara come un calzino nel secondo tempo e batte di nuovo i campioni d’Europa in carica. «E’ la seconda volta che battiamo il Fener in tre settimane– dice Ataman a fine partita – abbiamo dimostrato che siamo un buon team quest’anno».

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Un buzzer-beater di Mike James al Mediolanum Forum riporta i turchi sulla terra, ma in realtà è dopo quel ceffone che l’Efes si scopre grande per davvero. In attesa di scoprire il vero Larkin, è Micic a prendere in mano la squadra, che infila cinque vittorie consecutive decollando nei piani altissimi della classifica. Il play serbo è scintillante, è MVP del mese di novembre in Eurolega e l’Efes capisce che può lottare per davvero per un posto nelle prime otto. I birrai iniziano a mostrare lampi di gioco spumeggiante, trovano in Moerman un insospettabile terminale offensivo da affiancare alla sicurezza difensiva di Dunston e sugli esterni persino un Simon che ai tempi di Milano pareva aver imboccato il viale del tramonto è tornato ad essere un chirurgo.

Manca solo la stella. Del Larkin dei giorni buoni, infatti, sulle sponde del Bosforo neanche l’ombra. Dopo la 21° giornata, la sconfitta sul campo del Panathinaikos dell’1 febbraio 2019, l’ex Celtics è alla nona partita consecutiva senza andare in doppia cifra, soltanto cinque volte nelle prime 21 gare europee della stagione ha segnato 10 o più punti e in ben otto non ha messo a referto nemmeno una tripla.

 

Antitesi: l’Efes schiacciasassi

La serata in cui tutto cambia arriva un mese dopo. L’8 marzo l’Efes riceve la visita del Barcellona, un match che vede le due squadre in quel momento appaiate al quarto posto. I blaugrana hanno vinto di 15 all’andata, per cui l’obiettivo è quello primariamente di batterli e poi di ribaltare la differenza canestri. Come ormai consolidato, Larkin parte dalla panchina, entrando nel match dopo 6’ al posto di Micic col punteggio sull’11-10 Efes. Shane recupera il rimbalzo, apre la transizione, la palla gli torna e spara la tripla, poi nell’azione successiva l’errore di Oriola apre la fuga dello stesso numero 0: altra bomba, 19-10, prima fuga dei padroni di casa. Il pieno di fiducia lo carica a molla, la sue scorribande frantumano la difesa del Barca, che è crivellata da tutte le parti. All’intervallo i punti di Larkin sono già 15 con l’Efes avanti in scioltezza di 11 lunghezze, ma il meglio deve ancora venire. Al rientro dagli spogliatoi il Barca torna anche a -4, ma Shane non è arrestabile: sottomano rovesciato, tripla, percussione al ferro, altra tripla e via così. Il Barcellona prova a tenersi aggrappata almeno al +15 dell’andata, ma Larkin ha altre idee: 16 punti nell’ultimo quarto frantumano le resistenze blaugrana e danno all’Efes la vittoria per 92-70: differenza canestri ribaltata e Larkin chiude a quota 37 punti, miglior prestazione dai 41 punti di Bobby Brown sei anni prima. «Sono stato me stesso, sono andato in campo e ho giocato la mia partita con aggressività», minimizza a fine partita. Non sa ancora di aver cambiato il destino della squadra con le sue mani dorate e quei riccioli che tamburellano ai lati della sua testa al ritmo del suo incedere funambolico.

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Le vittorie su Buducnost e Maccabi bastano per blindare il quarto posto che vale i playoff con la sfida proprio al Barcellona con il fattore campo a proprio favore. L’Efes fa quel che deve in gara 1, ma scivola in gara 2 beffato nel finale da un lay-up nel traffico di Hanga. Serve una grande reazione in gara 3 al Palau Blaugrana e Larkin si mette al lavoro. Entra in azione nel finale del primo quarto, ma solo poco prima dell’intervallo lungo inizia a prendere fuoco. 8 punti in fila prima della sirena di metà gara lanciano la fuga turca, poi un sensazionale terzo quarto da 17 punti tramortisce il Barca, che crolla addirittura a -34. Sono 30 i punti finali di Larkin: col Barca è come i tori quando vedono rosso.

I blaugrana replicano in gara 4, per cui la serie di chiude alla bella sul campo della Sinan Erden. Un’altra gara 5, come due anni prima contro l’Olympiacos, ma stavolta davanti al proprio pubblico: le Final Four non sono mai state così vicine.  È una partita col cuore in gola, che l’Efes conduce sin dall’inizio ma senza riuscire a scrollarsi di dosso l’appiccicosa difesa catalana. A suon di triple, Moerman e Larkin scavano un solco largo 10 lunghezze nel quarto periodo, ma il Barca è sempre lì. Il colpo di grazia lo dà di nuovo Moerman: bomba da cineteca contro la sua ex squadra e titoli di coda, l’Efes vola a Vitoria-Gasteiz, dove ad attendere c’è il derby col Fenerbahce.

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In terra basca, per le Final Four 2019, la truppa di Ataman arriva con l’hype della sorpresa che tanto sorpresa non è. L’Efes ha giocato un basket frizzante soprattutto dalla metà di stagione in poi, dando settimana dopo settimana l’impressione di essere la più classica delle squadre in missione. Se poi in semifinale qualche aiutino arriva dalla fortuna tanto meglio. Il Fener, infatti, è stato travolgente per buona parte della stagione ma si presenta all’appuntamento stremata dagli infortuni, con Datome e Lauvergne ai box e Vesely e Kalinic rimessi in piedi in tempo di record ma chiaramente lontani dal top della condizione.

Il 17 maggio 2019 è il giorno dello storico derby turco con in palio la finale. Ataman vuole azzannare subito la preda e lancia per la prima volta in stagione insieme Micic e Larkin già nello starting five. Il Fener regge l’urto, ma alla lunga la mareggiata comandata dal “dynamic duo” è devastante: pick and roll continui, isolamenti, penetra e scarica, la conseguenza sono i 30+7+7 di Shane e i 25+5 per Vasa, che nel secondo tempo fanno crollare la diga di Obradovic. «All’intervallo, il giornalista mi ha chiesto se avremmo continuato a giocare questo tipo di basket nel secondo tempo e gli ho risposto di sì – ribadisce Ataman a fine gara – questo è il nostro basket, è simile al basket NBA. Per tutta la stagione abbiamo avuto successo a giocare in questa maniera e ora che siamo qui facciamo lo stesso».

Per portarsi a casa la coppa, però, bisogna replicare: due giorni dopo, il 19 maggio 2019, per la prima finale di Eurolega nella storia del club l’Efes ha come avversaria il Cska. I moscoviti arrivano all’atto finale forti di una striscia di 15 vittorie nelle ultime 17 partite di Eurolega e hanno battuto l’Efes due volte su due in stagione.

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Ataman fa ciò che sa fare meglio: caricare le molle all’ambiente in vista della gara ostentando fin troppa sicurezza. «Spero che avremo un grande supporto dai fans di Vitoria, visto che abbiamo tre giocatori che hanno giocato col Baskonia in passato. E sono sicuro che tutti i tifosi turchi, anche quelli del Fenerbahce saranno con noi. In passato ci sono stati dei problemi con loro, ma quando sventola la bandiera della Turchia, tutti i turchi sanno stare insieme. Il Cska ha giocato 16 delle ultime 17 Final Four, per noi è la prima finale: ma la vinceremo», dice nella conferenza stampa di presentazione del match, ma Itoudis non abbocca: «Che dire? Ataman ha detto che vinceranno, per cui non c’è altro di interessante da aggiungere».

Scaramucce, ma poi in campo la partita è vera. Il Cska la prende subito in mano mettendo in campo tutto il suo arsenale offensivo, mentre l’Efes fatica a trovare il ritmo pur tenendosi in scia. Micic, stritolato dalla difesa di Hackett, è lontano parente di quello scintillante della semifinale e allora i turchi si aggrappano al solito Larkin: Agent 0 ne mette altri 29 (che coi 30 della semifinale significano miglior performance di tutti i tempi in una Final Four nella moderna Eurolega) e pur senza mai crollate l’Efes non dà mai davvero l’impressione di poterla vincere. Il Cska torna sul trono d’Europa, l’occasione sprecata ha il sapore amaro della birra analcolica. Ataman riconosce la sconfitta a fine partita, ma guarda già oltre: «L’Efes andrà avanti con gli stessi giocatori e la stessa energia il prossimo anno per riprovare a vincere la coppa».

Come consolazione arriva però il primo titolo turco dopo 10 anni, battendo 4-3 in finale il Fenerbahce

Primo punto: gli stessi giocatori. Ataman rispetta quella promessa alla lettera. Solo Motum decide di lasciare la squadra in cerca di maggiore spazio al Valencia e al suo posto arriva Alec Peters, pedina marginale nella cavalcate trionfale del Cska. Solo l’infortunio al tendine d’Achille di Moerman durante l’estate con la Nazionale convince i birrai ad aggiungere un tassello in più: Chris Singleton, rimasto a piedi dopo essere finito tra gli epurati del nuovo corso milionario del Barcellona.

Al via della stagione 2019/2020 l’Efes non è più una sorpresa, ma una squadra col mirino puntato in fronte. Ovviamente aver mantenuto praticamente lo stesso gruppo della stagione precedente aiuta, ma l’impatto con l’esordio stagione è subito tremendo: in casa l’Efes (senza Larkin) lascia strada al Barcellona segnando appena 64 punti. Mirotic, alla partita che segna il suo ritorno in Europa dopo essere stato coperto d’oro dai blaugrana, timbra 24 punti in 25’. Una disfatta. E come sempre quando c’è di mezzo il Barca, un turning point. Dopo quel ko, l’Efes vince 24 delle successive 27 partite europee, cinque mesi nei quali va in scena il Larkin-show. Nelle 25 gare in cui va in campo, l’esterno americano semplicemente produce la miglior stagione individuale che si sia mai vista nella moderna Eurolega: 22,2 punti col 55,6% da 2, il 50,9% da 3 (su 173 tiri tentati… avete presente che tiri prende questo qua?) e il 90,3 ai liberi, condendo il tutto con 3,1 rimbalzi e 4,1 assist, per un terrificante 25,8 di valutazione. Il suo palleggio tambureggiante, le sue scorribande coast to coast, il tiro da 3 saltando due metri da fermo: lo stile di Larkin è ipnotico e l’Efes una schiacciasassi inarrestabile.

L’apoteosi arriva in una notte di fine novembre. La capolista Efes, otto vinte nelle ultime nove partite, ospita il Bayern. Serata ordinaria sulla carta, ma Shane ha altri piani. All’intervallo il suo tabellino registra già sei triple a bersaglio per 25 punti e col Bayern scivolato a -15 di fatto la partita di Larkin potrebbe già essere finita o quasi. Ma questa non è una serata come le altre. «L’anno scorso ebbi una bella partita col Barcellona, mancavano 4’ alla fine e avevo segnato 37 punti, ma non sapevo che il record fosse di 41– confessa Shane a fine partita – per cui oggi avevo un po’ di ansia. Sono arrivato a 38 e mancavano 4’ alla fine. Non volevo che accadesse di nuovo. Il coach mi ha detto di sedere per un attimo e riposarmi, che avrei fatto il record e che non dovevo preoccuparmi. Così mi sono seduto un po’, mi ha rimesso, ho chiamato un paio di schemi per me e tutto è accaduto».

A 3’14” dalla sirena, dopo 1’07” in panca e con l’Efes in confortante vantaggio di 22, Ataman toglie Anderson e rimanda in campo Larkin. Un solo obiettivo: mettere palla in mano al numero 0 dargli la chance di completare l’opera. Una tripla a freddo, l’ottava di serata, vale l’aggancio a quota 41, poi nell’azione successiva ecco il sorpasso: Radosevic accetta il cambio difensivo, Larkin lo fulmina a sinistra appoggiando al vetro il canestro che lo consegna alla storia. Sorriso beffardo, indice al cielo, la storia si inchina. «Sono grato al coach, grato a tutti. È un grande momento. Ora siamo davvero una famiglia». La bomba numero 10 (che eguaglia il record di Andrew Goudelock) in faccia all’impotente Flaccadori da almeno 10 metri è il sigillo finale: 49 punti, record di tutti i tempi in una singola partita mandato in frantumi.

Niente sembra poter fermare l’Efes. I turchi scivolano su un paio di bucce di banana, ma spandono ceffoni in giro per l’Europa. Ma a febbraio in Europa inizia a diventare di uso comune la parola coronavirus. L’Efes fa in tempo il 6 marzo a inchiodare al muro anche l’Olympiacos, con Larkin a esondare di nuovo timbrando 40 punti con 10 triple: mai nessuno ha firmato due partite da almeno 40 punti nella stessa stagione in Eurolega, figuriamoci 10 triple. Il contagio però si sta diffondendo a macchia d’olio e la stagione si ferma. L’Efes è prima in classifica con un record di 24-4, +4 sul duo Real-Barca, addirittura +10 su Cska e Maccabi. La società turca spinge per tornare in campo sia in patria che in Europa, l’11 maggio la Lega turca manda in soffitta il campionato (con l’Efes in testa), mentre Bertomeu temporeggia più a lungo. La decisione arriva due settimane dopo: il 25 maggio le stagioni di Eurolega ed Eurocup vengono ufficialmente cancellate. «La differente evoluzione della pandemia nei diversi territori europei non garantisce una parità di condizione nello svolgimento degli allenamenti in preparazione alle partite ufficiali», si legge sul comunicato di ECA. Una mazzata tra capo e collo.

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Sintesi: l’ascesa all’Olimpo

L’Efes sente di essere sulla strada giusta e ripete lo schema dell’estate precedente: squadra confermata in blocco per il terzo anno consecutivo, se ne va solo Peters perché con Moerman rientrato a pieno regime nel mese precedente lo stop della stagione e Singleton diventato fondamentale con la sua multidimensionalità il reparto lunghi è fin troppo affollato. Gli altri allungano tutti il contratto di un anno con un obiettivo chiaro: Colonia.

Il terzo assalto al trofeo inizia con Larkin ai box per i postumi di un’operazione al ginocchio e infortuni che fermano a giro mezza squadra. E i risultati, come logica conseguenza, non arrivano: tre sconfitte nelle prime quattro zavorrano il volo dei bianco-rosso-blu, anche se le sei vittorie nelle successive sette, coincidenti con il ritorno di Shane, rilanciano le ambizioni turche. La squadra però, non sembra la schiacciasassi di un anno prima. A peggiorare le cose arriva pure il covid-19, che ferma Larkin per quasi un mese. «In realtà, soffrendo da 15 anni di disturbi ossessivi compulsivi, sono ipersensibile a molte cose da prima che tutto questo iniziasse – scrive Shane nel suo interessantissimo blogmi sono sempre lavato le mani. Ho sempre fatto attenzione a tutte le piccole cose che le persone fanno ora a causa del covid. La mia routine quotidiana non è cambiata molto. Ma tutto questo ha aumentato il mio livello di ansia. Mi sono ritrovato, soprattutto all’inizio di questa emergenza, a ricadere in alcune delle mie vecchie abitudini, quelle che avevo quando non riuscivo ad avere molto controllo sul mio disturbo. Così ho iniziato a farmi più spesso la doccia, a lavare di più le mani, a non toccare certe cose». Shane torna a pieno regime il 17 novembre contro il Bayern, ma si vede che è lontano parente di quello dei giorni migliori. E con lui il resto del team, che tocca il fondo alla fine dell’anno. Quando nell’ultimo turno del girone di andata (nonché ultima partita del nefasto 2020) arriva la sconfitta interna contro il Real segnando appena 65 punti, l’Efes è 10° con 8 vinte e 9 perse, momentaneamente fuori dai playoff.

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Anno nuovo, vita nuova dice il proverbio. Ed è come se l’Efes, cancellato un 2020 che ha portato solo amarezze, abbia ricucito il discorso direttamente con il 2019. L’8 gennaio a Villeurbanne il nuovo anno dei turchi inizia con un netto successo sull’Asvel che delinea le forme del nuovo Efes, le cui chiavi sono passate da un Larkin ancora troppo ondivago a un Micic asceso ormai ai ranghi di generale in capo. «Lo abbiamo visto crescere in questi tre anni fino ad arrivare ad un punto in cui può completamente dominare una partita». L’investitura del compagno-amico Shane. Il serbo sale di colpo vertiginosamente e porta con sé l’uomo che non ti aspetti, quel Sertac Sanli che per due anni e mezzo è stato di fatto uno sparring partner o poco più. Le sue lunghe leve e la sua mobilità ne fanno bersaglio perfetto per i continui pick and roll degli esterni comandati da Ataman e i turchi rifioriscono. Il girone di ritorno è una marcia trionfale da 14 vittorie su 17 partite, lo scarto medio inflitto alle avversarie è di 15,3 punti (sarebbero 17,7 senza il -23 rimediato a Milano nell’insignificante ultima giornata) e il terzo posto finale è tutto sommato un buonissimo affare per come si erano messe le cose tre mesi prima. Anzi, l’incrocio con un Real in piena emergenza dopo le partenze di Campazzo e Deck e l’infortunio di Randolph sembra addirittura il più comodo immaginabile. E infatti le due rotonde vittorie che aprono la serie (+27 in gara 1, +23 in gara 2) suggeriscono un comodo approdo alla seconda Final Four consecutiva. Il 27 aprile, insomma, si va al Wizink Center per gara 3 con pochi dubbi su quale potrà essere il finale.

Laso sorprende Ataman con la zona 1-2-2 match-up sin dall’avvio, ma l’Efes, dopo qualche affanno, trove le chiavi nei canestri di Beaubois e Micic. I turchi prendono il largo, salgono a +15 nel cuore del terzo quarto e pur non riuscendo a chiudere i conti a 5’ dalla fine il tabellone luminoso segna 61-74 per gli ospiti. Tutto suggerisce che sia fatta, e invece… il secondo giro di zona con Garuba in veste di stopper manda in tilt un Efes d’improvviso irriconoscibile, “Vintage” Llull affonda il colpo nell’improvvisa breccia apertasi nelle certezze turche e il Real mette a segno la più improbabile delle rimonte. «Forse abbiamo festeggiato un po’ troppo presto», ammette Ataman a fine partita. Nessuno si aspetta un replay in gara 4. E invece l’Efes copia pedissequamente se stesso in una delle gare più pazze degli ultimi anni. I turchi prima partono 17-0, poi volano a +16 nel secondo quarto, quindi si affacciano a +13 a inizio quarto periodo. Fatta? Neanche per sogno, perché Garuba decide di voler tornare in Turchia alimentando con un 19-2 di parziale praticamente tutto suo la vittoria che vale il 2-2 nella serie. Tutto da rifare.

«Dopo quel 17-0 con cui abbiamo aperto gara 4, ricordo di essere tornato in panchina e detto a tutti: “Dobbiamo calmarci, siamo una grande squadra. Siamo in una situazione complicata ora, ma abbiamo tutte le capacità per venirne fuori” – ancora Larkin nel suo blog qualche giorno prima delle Final Four – non siamo stati capaci di farlo in quella partita, ma non abbiamo lasciato che la cosa ci portasse via la serie. […]. Ma per farlo avevamo bisogno davvero che qualcuno dei nostri lunghi facesse una grande gara e mandare in tilt alla loro difesa a zona». Detto fatto. Gara 5 è il terreno di Chris Singleton. «I nostro lunghi non sono spesso il punto focale del nostro attacco, di solito ce ne occupiamo io, Vasa, Kruno e Roddy. Usiamo spesso pick and roll in isolamento e cose del genere per costruire un tiro. Ma in gara 5 Chris nel cuore della zona ha punito ogni giocatore che si è trovato davanti. […] Metterne 26 e 8 in una gara 5 di playoff di Eurolega è un enorme risultato per lui». Ma non basta un super Singleton per stendere il Real. L’Efes vola di nuovo a +11 nel terzo quarto ma quando il Real torna sotto, stavolta prima che nelle precedenti gare, i fantasmi sembrano di nuovo bussare alla porta. Nell’ultimo minuto si entra con la situazione in parità a quota 80. Ti aspetti Micic, ti aspetti Larkin e invece è Kruno Simon a travestirsi da eroe:

Il Real ha ancora una chance e la mette nelle mani di Llull, che fallisce per il pareggio a 15” dalla fine e manda di fatto i titoli di coda a partita e serie: l’Efes vola a Colonia, mancano due gare per coronare la rincorsa iniziata due anni prima. «Devo ringraziare Shane e Vasa per averci portato fin qui – minimizza Singleton poco dopo la sirena –spero potremo vincere il titolo quest’anno. Abbiamo iniziato l’anno così male, ricordo un allenamento in cui eravamo soltanto in sei. Erano tutti infortunati o cose del genere. Ma abbiamo combattuto tutto l’anno e siamo arrivati dove siamo ora. Shane aveva ragione a dirci “Guardiamo all’obiettivo”. Ora siamo alle Final Four».Alla Lanxess Arena il destino si presenta nella forma della rivincita della finale del 2019: ad attendere c’è un Cska rinfrancato dal 3-0 con cui ha spedito a casa il Fenerbahce nonostante l’infortunio di Milutinov e la dipartita con polemiche di Mike James. Stavolta, però, i pronostici sono ribaltati rispetto a due anni prima: è l’Efes a presentarsi coi galloni di favorita, il Cska come l’outsider pronta al colpo gobbo.

Gli uomini di Ataman ripetono il copione scritto nelle gare contro il Real. Micic dirige le operazioni, Beaubois e Sanli finalizzano e l’Efes mette le mani sul match dominando per tre quarti. E poi… «abbiamo iniziato a commettere gli stessi errori». Errori che hanno un nome ed un cognome: Will Clyburn. L’ala dei moscoviti sale in cattedra nell’ultimo quarto, sovverte il +16 con cui l’Efes si era presentato dopo l’ultima sirena e incredibilmente i turchi (che perdono pure Micic per 5 falli con ancora diversi minuti da giocare) sono di nuovo di fronte al loro incubo peggiore. Un paio di errori di Larkin in lunetta lasciano aperta la porta al Cska con 7” ancora da giocare e rimessa in attacco per i russi con 2 punti da recuperare. Palla ovviamente a Clyburn, che si gioca l’1vs1 marcato da Singleton. Potrebbe planare verso il ferro per segnare o rimediare un paio di liberi, ma il colonnello dell’Armata Rossa opta per la tripla da otto metri: il ferro dice no, vendetta e finale sono realtà.

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Il 29 maggio è il giorno in cui si compirà il destino o tutto andrà in frantumi. Micic, consacrato da una stagione da MVP, è pronto a volare in NBA, Larkin, nonostante gli alti e bassi, potrebbe fare altrettanto, per cui la sensazione, alla vigilia della finalissima, è che sia l’ultimo giro per tutti: The Last Dance. L’avversaria è quella di tanti scontri cruciali negli ultimi anni: il Barcellona. L’attacco più pirotecnico d’Europa contro la difesa più arcigna. Uno scontro tra mondi che nel primo quarto sembra premiare i catalani. L’energia di Davies è furibonda, Sanli tiene in piedi la baracca fin tanto che non si accendono Micic e Larkin e il Barca sale anche a +10 in apertura di secondo quarto. Ma la riscossa turca è alle porte. Pleiss suona la carica uscendo dalla panchina, Larkin inizia a macinare, ecco l’Efes: 12-0 di parziale e partita rivoltata come un calzino. Il secondo tempo è per le grandi firme, Higgins e Mirotic da una parte, Larkin e Micic dall’altra. L’ultimo quarto è uno spettacolo pirotecnico, per cui bastano un paio di errori a scavare un solco che risulta decisivo. Due liberi di un Larkin tornato ai livelli dei giorni migliori spingono a +7 l’Efes con 32” da giocare. Kuric con tre liberi riporta sotto i suoi con 12” da giocare (81-84) ma è solo l’ultimo lampo: Micic chiude i conti, la corsa ad abbracciare l’altra metà della mela turca, Larkin, è il simbolo della sintesi che racchiude in sé stessa un lungo percorso vissuto sul filo del fallimento.

In tre anni, da sette vittorie in una stagione al titolo europeo. Segreti? No, parole chiave: libertà, sistema, fiducia. «Ho visto i miei giocatori, ho visto il loro potenziale. Abbiamo lavorato molto seriamente. Abbiamo deciso di dare loro libertà di fare, certo, ma dentro un sistema. Non puoi vincere l’Eurolega con lo streetball. Ci siamo concentrati sul lavoro, l’abbiamo fatto tutti i giorni. Abbiamo costruito questo team tre anni fa e in questi tre anni siamo stati la squadra di maggior successo in Eurolega. E questo mi dà fiducia. Io non mi arrendo mai».

L’Efes ha chiuso il suo cerchio con la prima Eurolega della sua storia, Ataman ha chiuso il suo di cerchio diventando il primo allenatore a vincere quattro competizioni europee diverse con quattro squadre diverse. Cosa manca ancora? Un documentario, ovviamente.