illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Daniele Vecchi

 

 

 

A centrocampo.

Disteso a terra.

Col pallone in mano.

Quel sorriso incredulo ed entusiasta che sembrava un pianto.

La numero 8 ha appena eliminato la numero 1, rimontando da 0-2 a 3-2 nel primo turno degli NBA Playoffs 1994, l’upset era servito.

Gli improbabili Denver Nuggets guidati da Dan Issel, 42 vinte e 40 perse nella stagione 1993-94, avevano appena ribaltato tutti i pronostici e avevano mandato a casa la miglior squadra delle Western Conference, i Seattle Supersonics di Gary Payton, Shawn Kemp, Nate McMillan e Detlef Schrempf, favoriti per la vittoria finale.

Come detto quei Nuggets erano una delle più classiche squadre “improbabili”, ricca di giocatori di culto assoluto per chi scrive, LaPhonso Ellis, Reggie Williams, Rodney Rogers, Robert Pack, Michael Stith e l’immenso Mahmoud Abdul Rauf, giocatori considerati “normali”, nessuna vera superstar, ma giocatori tenuti insieme da una grandissima coesione soprattutto difensiva, coesione che nasceva tutta da un monumentale centro da Georgetown, uno zairese dalla voce roca e profonda, Dikembe Mutombo, gigante di 2.18 con braccia chilometriche e con una sequela di nomi al seguito (Mpolondo Mukamba Jean-Jacques Wamutombo), arrivato negli Stati Uniti solo 6 anni prima.

Foto Bill Chan

Nato a Kinshasa-Leopoldville nel 1966, proprio negli anni della ascesa del sanguinario dittatore Mobutu Sese Seko, colui che cambiò il nome del Congo trasformandolo in Zaire, Dikembe Mutombo era un serio ragazzo di buona famiglia e di ottima cultura, determinato a diventare un medico.

Fin dai tempi della high school al Boboto College, Dikembe praticava il calcio e le arti marziali, scoprendo poi, incidentalmente, grazie alla sua altezza, la passione per il basket.

Essendo cresciuto in una famiglia acculturata, gli standard educativi di Dikembe erano molto alti, quindi grazie al programma per studenti stranieri USAID, programma statale americano che aiuta gli studenti stranieri a studiare negli States, Mutombo ebbe la chance di usufruire di una borsa di studio per medicina, alla Georgetown University.

Nonostante venisse da una famiglia molto civilizzata e fosse abituato alla vita da grande città, Dikembe si trovò catapultato in una realtà non facile, incontrando difficoltà con la lingua, soprattutto a livello accademico.

La sua vocazione nel diventare un medico, anche e soprattutto per aiutare il suo paese e la sua gente, lo fece essere comunque molto concentrato sull’obiettivo scolastico.

Ovviamente un “cristone” di 2.18 come freshman che bazzicava nel campus di Georgetown non poteva passare inosservato nel regno degli Hoyas, e infatti il radar di John Thompson captò Mutombo, che venne immediatamente coinvolto nella squadra di basket.

Foto Espn

A Kinshasa Dikembe giocava a basket ed era bravo, ma la sua strada non sembrava essere quella, a livello di fuoco, attitudine e istinto, nonostante il corpo sembrasse essere fatto apposta per stare in mezzo a un’area di basket.

In maglia Hoyas Dikembe debuttò solo al suo secondo anno, dopo essersi fatto le ossa nel torneo interno per tutta la stagione da freshman.

Nonostante la (ovvia) ottima impressione fatta a John Thompson duranto il torneo universitario interno però, anche nella stagione da sophomore Mutombo trovò poco spazio, con coach Thompson che doveva gestire e far crescere anche un altro esplosivo centro di belle speranze, Alonzo Mourning, che già in quella stagione 1988-89, da freshman, dimostrò di essere un giocatore dal futuro radioso.  Dikembe, all’ombra di Mourning, totalizzò solo 3.9 punti e 3.3 rimbalzi in poco più di 11 minuti di media quell’anno, anche se coach Thompson aveva già capito l’enorme potenziale di entrambi. 

Dalla stagione successiva infatti decise di farli giocare insieme, in una sorta di twin towers in versione NCAA, con Mutombo nel mezzo e con Mourning da ala grande, con i fans degli Hoyas che crearono la “Rejection Row”, la fila dove le stoppate di Mutombo e Mourning andavano a finire, per la gioia dei tifosi di Georgetown.

L’anno da junior e l’anno da senior a Georgetown per Dikembe furono un crescendo di minuti, punti, rimbalzi, stoppate e grandi prestazioni, tanto da fare innamorare la metà delle squadre NBA in vista del draft del 1991.

Foto Slam

Big East Defensive Player of the Year nel 1990 e nel 1991, il nome di Mutombo circolava insistentemente tra i nomi perlomeno delle prime cinque chiamate, e infatti, conclusi i workout con le squadre interessate a lui, Dikembe fu scelto dai Denver Nuggets con la quarta chiamata assoluta al Draft NBA del 1991, dietro a Larry Johnson da UNLV, al newyorkese doc Kenny Anderson, e a Nilly Owens da Syracuse, in un Draft ricchissimo di giocatori che poi solcarono i parquet nostrani, come Zan Tabak, Shaun Vandiver, Mike Iuzzolino, Chris Corchiani, Jimmy Oliver, John Crotty, assieme ai compianti Bobby Phills e Brian Wiliams (Bison Dele).

A Denver Mutombo si rivelò immediatamente un leader, in una versione abbastanza sciagurata dei Nuggets, che conclusero la stagione con un record di 24-58 sotto coach Paul Westhead, ma che si ritrovarono con uno statuario centro su cui costruire una squadra. 

Le cifre di Mutombo furono fin da subito ottime, 16.6 punti, 12.3 rimbalzi e 3 stoppate di media per lui nella sua stagione da rookie, che gli valsero la convocazione all’All Star Game, dimostrando di avere un futuro luminoso di fronte a sé.

Nella stagione successiva arrivò Dan Issel sulla panchina e le cose migliorarono un pochino, pur rimanendo i Nuggets ampiamente sotto il 50% di vittorie, chiudendo la stagione con un record di 36-46, ancora ampiamente fuori dai Playoffs, ma con l’asse play-pivot molto solido, con il combo Dikembe Mutombo-Mahmoud Abdul-Rauf (playmaker da LSU al terzo anno) che girava a pieno regime.

Foto nba.com

Arrivò quindi la stagione 1993-94, e la conquista dell’ultimo posto disponibile nella griglia Playoffs della Western Conference con il record di 42-40, ottavo spot nel bracket e turno apparentemente di routine per gli strafavoriti alla vittoria finale Seattle SuperSonics, la miglior squadra della NBA con 63 vinte e 19 perse, pronti a prendersi l’eredità di Michael Jordan, ritiratosi nella off season precedente dopo la vittoria del terzo titolo consecutivo con i Bulls. 

Serie al meglio delle 5 gare, subito i Sonics si portarono in vantaggio 2-0 allo Seattle Center Coliseum, sembrava tutto facile per la compagine di George Karl, già proiettata verso il secondo turno.

Ma la difesa dei Nuggets sorprese Seattle in Gara 3 e in Gara 4, con Dikembe Mutombo che letteralmente dettò legge in area, forzando la serie a Gara 5 nella Città della Pioggia.

Al Coliseum però i Sonics furono sorpresi da una grande partita di Robert Pack dalla panchina per Denver, 23 punti per il prodotto di Southern California, e soprattutto da una magistrale performance da 8 punti, 15 rimbalzi e ben 8 stoppate di Dikembe Mutombo (31 stoppate in totale in cinque partite, record imbattuto per una serie al meglio delle 5 partite), che trascinarono Denver a uno degli upset più clamorosi della storia NBA.

Nella serie successiva i Nuggets vennero eliminati dagli Utah Jazz, lottando fino in fondo per sette partite contro John Stockton e Karl Malone, riconfermandosi, dopo qualche anno sotto traccia, una ottima squadra da Playoff, ma soprattutto mostrando al mondo intero di avere un centro che faceva la differenza, soprattutto difensiva.

Nella stagione 1994-95 Mutombo confermò il suo valore, venendo ancora convocato per l’All Star Game e portando ancora i Nuggets ai Playoffs (eliminati però al primo turno dai San Antonio Spurs), guadagnandosi l’importante award di Defensive Player of the Year, confermandosi come il miglior difensore della stagione.

Nella stagione successiva Mutombo si avvicinava al rinnovo del contratto prima della free agency, e con le sue prestazioni poteva tranquillamente ambire ad un contratto da superstar. 

Fu ancora una ottima stagione per lui, arrivò anche il record di stoppate in stagione, 4.5 a partita, ma anche una stagione perdente da 35 vinte e 47 perse, che segnò però la fine dell’era di Mutombo a Denver.

Il GM e allenatore del Nuggets Bernie Bickerstaff decise infatti di non estendere il contratto a Dikembe, che firmò da free agent nell’estate del 1996 con gli Atlanta Hawks di Lenny Wilkens, una squadra solida con importanti ambizioni di playoff, che aveva come punte di diamante il playmaker Mookie Blaylock e il tiratore Steve Smith. 

In quegli Hawks vi erano anche ottimi giocatori come Christian Laettner e il veterano Tyron Corbin, giocatori che assieme ad un centro fisico e difensivo come Mutombo trovavano la loro perfetta integrazione.

Non che ce ne fosse ancora bisogno, ma Mutombo si confermò anche ad Atlanta uno dei più grandi intimidatori d’area nella NBA, cominciando a “perfezionare” il famoso e famigerato “ditone”, quel “not in my house” dopo ogni stoppata, quella negazione che sottolineava all’avversario, qualsiasi avversario, da Michael Jordan a Shawn Bradley, che dove c’era lui non si passava.

Ad Atlanta però l’ambizioso progetto di diventare una contender della Eastern Conference non si realizzò.

Nelle quattro stagioni intere giocate da Mutombo in Georgia, solo in due occasioni gli Hawks raggiunsero il secondo turno, nel 1996-97, sconfitti dai Chicago Bulls che poi si laurearono Campioni NBA, e nel 1998-99, sconfitti dai futuri finalisti New York Knicks.

Il progetto Hawks con quel gruppo non diede i risultati sperati, anche perché con il ritorno di Michael Jordan, i Bulls del Repeat the Three-Peat erano oggettivamente quasi impossibili da fermare, ma nonostante tutto Mutombo continuò sempre ad essere un dominatore d’area, con tempismo, durezza e verticalità, venendo stabilmente selezionato per l’All Star Game, e vincendo altri tre premi di Defensive Player of the Year, l’ultimo nella stagione 2000/01.

Fu proprio quella stagione la svolta e il crocevia della seconda parte della sua carriera.

Con gli Hawks ormai sfaldati e demotivati (in quella stagione 2000/01 totalizzarono solo 25 vittorie), Dikembe ormai si guardava attorno per trovare una destinazione congeniale per il futuro, visto che il contratto quinquennale con Atlanta volgeva al termine.

Durante l’All Star Weekend, Dikembe Mutombo, ovviamente convocato, si ritrovò a giocare e a trascorrere del tempo con Larry Brown, allora allenatore dei Philadelphia 76ers, la migliore squadra della Eastern Conference, e con Allen Iverson, la stella e la icona di quei Sixers, che stavano crescendo bene ma che con l’infortunio alla mano del giovane centro Theo Ratliff, che sarebbe stato fuori per il resto della stagione, si ritrovarono azzoppati in vista della seconda parte della stagione e degli eventuali Playoffs. 

Foto Espn

L’All Star Game di Washington l’11 febbraio del 2001 è ricordato come uno dei più entusiasmanti della storia, con la Eastern Conference che recuperò 21 punti alla Western nel quarto quarto, andando a vincere 111-110 grazie a Allen Iverson e Stephon Marbury, ma anche grazie alla dedizione difensiva negli ultimi 12 minuti di Mutombo.

Larry Brown vide in lui la sublimazione dei suoi sogni cestistici, un “portiere” (cit. Federico Buffa) da mettere in mezzo all’area giocando con i quattro piccoli, con Iverson a scorrazzare in campo aperto in attacco e giocando sulle linee di passaggio in difesa.

Non si è mai saputo se la trattativa venne iniziata in quell’All Star Weekend o fosse già iniziata prima, rimane il fatto che pochi giorni dopo quella meravigliosa gara di Washington, alla deadline dei trasferimenti fu ufficializzato il passaggio di Dikembe Mutombo ai Philadelphia 76ers, in cambio di Pepe Sanchez, Toni Kukoc, Nazr Mohammed e ovviamente di Theo Ratliff.

I Sixers erano diventati una contender ad Est, e pur essendo la Eastern Conference a quel tempo molto inferiore alla Western, giocatori di cuore come Iverson avevano il potere di accendere i sogni e gli entusiasmi di tutti, e ovviamente la NBA, nonostante Iverson fosse un personaggio non graditissimo a David Stern, vedeva di buon occhio una rivale credibile per i Los Angeles Lakers e i Sacramento Kings, che dominavano l’Ovest.

Fu un All In per i Sixers, che sacrificarono molto del proprio futuro in quella trade, convinti che un Dikembe Mutombo sarebbe bastato per raggiungere le NBA Finals e mettere in difficoltà i più forti Lakers del ciclo Bryant/O’Neal, scelta che con il senno di poi, si rivelo errata, visto che i Sixers vinsero la Eastern Conference, battendo in 7 gare i Milwaukee Bucks, ma si dovettero inchinare in Finale allo strapotere dei Los Angeles Lakers, che dopo la sconfitta in Gara 1 allo Staples Center vinsero le successive quattro gare e si laurearono meritatamente Campioni NBA, bissando la vittoria della stagione precedente in Finale sugli Indiana Pacers, nonostante gli awards per Aaron McKie, Sesto Uomo dell’Anno, Allen Iverson, MVP della Regular Season, e Dikembe Mutombo, Miglio Difensore dell’Anno.

Ancora una grande stagione per Mutmbo, ma le 35 primavere cominciavano a farsi sentire, e la parabola discendente era già cominciata.

Dikembe giocò la sua prima partita NBA a 25 anni e 4 mesi, quindi arrivò tardi al grande ballo della Big League, e nonostante il suo fisico fosse ancora integro e atletico, le prestazioni cominciarono a scemare, anche a causa della involuzione offensiva, dovuta probabilmente ad una troppa concentrazione sul perfezionamento dei fondamentali difensivi, il vero punto di forza dell’uomo da Kinshasa.

Nella stagione successiva come prevedibile i Sixers non riuscirono a bissare l’accesso alle NBA Finals, eliminati al primo turno dai Boston Celtics (eliminati male e con infamia, con una tremenda scoppola nella decisiva Gara 5, 87-120 al Garden) terminando così abbastanza malamente il ciclo, indubbiamente veloce, di Larry Brown, che se ne andò solo al termine della stagione successiva.

Mutombo invece venne ceduto i New Jersey Nets nella stagione 2002/2003, andandosi a giocare un’altra Finale NBA, stavolta contro i San Antonio Spurs.

Foto Slam

I Nets persero quelle Finals 4-2, vendendo comunque cara la pelle contro un avversario molto più forte di loro. Non furono delle Finals entusiasmanti o da protagonista per Dikembe, anche a causa di un infortunio che gli fece giocare solo 24 partite in regular season, in una stagione conclusa con 5.8 punti, 6.4 rimbalzi e solo 1.5 stoppate di media a partita. Dikembe nei playoff veniva dalla panchina come cambio di Jason Collins (non entusiasmante neppure lui, e nemmeno il terzo centro di Lawrence Frank, l’ex Aresino Aaron Williams), e il suo impatto difensivo fu giocoforza minore.

Nella stagione successiva Mutombo attraversò il Lincoln Tunnel e firmò un contratto con i New York Knicks, assestandosi sulle cifre che avevano contraddistinto la sua ultima stagione nel Jersey (5.6 punti, 6.7 rimbalzi e 1.9 stoppate di media a partita), giocando in una squadra abbastanza disfunzionale allenata da prima da Don Chaney, poi da Herb Williams ad interim, e poi da Lenny Wilkens, una squadra che ha avuto ben 22 giocatori a roster lungo tutta la stagione e che è uscita al primo turno dei Playoffs spazzati via 4-0 proprio dai Nets.

A 38 anni Dikembe venne fortemente voluto da Patrick Ewing (Georgetown connection al massimo splendore) agli Houston Rockets, di cui era assistente allenatore, per fare da mentore e chioccia a Yao Ming, centro cinese con un enorme potenziale ancora tutto da sviluppare, soprattutto al livello di cattiveria agonistica e di aggressività in campo, cose che non sono mai mancate a Mutombo.

Foto nba.com

Il centrone di Kinshasa rimase ai Rockets per altre cinque stagioni, divenendo il giocatore più vecchio della NBA, ritirandosi a aprile del 2009, dopo un infortunio al ginocchio sinistro durante Gara 2 del primo turno di Playoffs contro i Portland Trail Blazers, dopo aver disputato una ottima partita in Gara 1, totalizzando 9 rimbalzi, 1 palla recuperata e 2 stoppate in 18 minuti di impiego, non male per un quasi 43enne durante una partita di Playoffs NBA.

Dikembe Mutombo, 8 volte All Star, 4 volte Defensive Player of the Year, secondo stoppatore nella storia della NBA (dietro solo a Hakeem Olajuwon), 3 volte Miglior Stoppatore della stagione, 2 volte Miglior Rimbalzista, il suo Numero 55 ritirato a Denver e ad Atlanta, indotto nella Hall of Fame nel 2015, un giocatore che ha portato la atleticità, la verticalità e della dedizione difensiva ad un altro livello, oltre ovviamente ad essere stato un giocatore molto spigoloso e non proprio amato, sportivamente parlando dai propri colleghi. 

Qualcuno anche di molto famoso ha ricevuto colpi proibiti da Dikembe, qualcuno ha anche sofferto infortuni a causa dei suoi gomiti volanti (Michael Jordan, LeBron James, Dennis Rodman, Tracy McGrady, Chauncey Billups, Ray Allen, Pat Ewing, lo stesso Yao Ming ha fatto la sgradita conoscenza degli spigolosi gomiti di Mutombo), un giocatore duro che ha sempre reso la vita difficile a tutti i più grandi attaccanti della Lega.

Umanamente parlando però, l’uomo da Kinshasa è stato ed è tuttora, senza timore di smentita, il giocatore nella storia NBA e forse nella storia del gioco, che più ha donato, supportato, lavorato e costruito, per la propria comunità, per il proprio popolo, e per i bisognosi in generale.

Ci ha messo impegno, dedizione, determinazione, e soldi.

Soldi veri.

Tanti soldi veri, di tasca sua.

Milioni su milioni di dollari, donati e ovviamente anche raccolti, con ospedali, case, quartieri costruiti e decine di progetti in Congo, solo grazie a lui.

Foto www.dmf.org

La sua Dikembe Mutombo Foundation, attiva dal 1997 ha aiutato a costruire e a raccogliere fondi per svariate iniziative in Congo, l’ospedale a Kinshasa nominato Biamba Marie Mutombo Hospital (che ha evidentemente preso il nome della madre di Dikembe) è stato costruito ed aperto, nel 2006, un ospedale da 300 posti, il primo ospedale costruito in Congo da 40 anni a quella parte, interamente grazie a sue donazioni o proventi di campagne da lui orchestrate ideate e promosse.

Basketball Clinics in Sudan, aiuti alle famiglie disagiate di Washington, portavoce delle Nazioni Unite, ambasciatore del Basket nel mondo, accesissimo sostenitore e dirigente del Comitato Paralimpico, una persona, un uomo, che ha fatto della solidarietà umana e del lavoro in aiuto del prossimo, il proprio verbo d’azione.

Studio, educazione, cultura e sanità per tutti coloro che non possono permetterselo, questo è da sempre l’obiettivo umanitario di Dikembe Mutombo.

Non soldi a fondo perduto, non solo titoloni sui giornali, serate di gala per raccolte fondi fittizie alla ricerca di visibilità, ma un continuo supporto e appoggio, in prima persona, da parte sua e della sua fondazione, nella realizzazione di tutti i progetti in Congo e negli Stati Uniti.

Questo è Dikembe Mutombo, uno dei più grandi stoppatori della storia NBA, e un grande uomo che ha la rara vocazione di aiutare il prossimo.

illustrazione grafica di Paolo Mainini