Sta per cominciare la sua diciassettesima stagione NBA. Di fronte a lui nella Opening Night un certo Tim Duncan, con cui ha spartito fasti e fatiche per quasi due decadi. Una meticolosa etica del lavoro che li accomuna, un vasto oceano che separa i rispettivi luoghi di nascita. Il loro nome impresso negli annali della palla a spicchi già oggi. Domani si ritroveranno nella Hall of Fame. Ancora insieme, ancora appaiati, ora come allora. Nel Walhalla della pallacanestro, il Paese delle Meraviglie.

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Già perché sembra una favola quella di Dirk Werner Nowitzki, nato in alta Baviera per conquistare il Texas e buona parte degli Stati a stelle e strisce. E chissà se, come l’Alice di Lewis Carroll, quel ragazzino dinoccolato di Würzburg un bel giorno ha trovato nell’armadietto dello spogliatoio una boccetta con scritto “Bevimi” e, come per magia, si è trasformato in quello che sarebbe diventato il primo MVP europeo della storia, uno dei più grandi marcatori mai esistiti e il più forte tedesco ad aver mai calcato un parquet NBA (scusaci Detlef, ma tu resterai immortale per ben altre e non meno importanti ragioni).

In realtà su quella prodigiosa boccetta più che “bevimi” c’era scritto “Holger Geschwindner” ma andiamo con ordine. Perché per delineare con cura l’anatomia di un campione è meglio partire dai raggi-x. Questo, DJK Würzburg X-Rays, è infatti il nome della squadra di seconda divisione della Bundesliga dove il figlio di Joerg-Werner ed Helga Bredenbrocker, pallamanista lui e cestista lei, ha mosso i primi sgraziati passi verso l’Olimpo del basket. E pensare che gli piaceva il tennis, per via di un connazionale (un altro ragazzino prodigio) che con la racchetta ci sapeva fare, tale Boris Becker. Come molti adolescenti però, oltre ad avere i brufoli e i calli alle mani, Dirk cresce a dismisura nel corso di un paio d’estati (è ancora minorenne ma il metro dice già 200 centimetri) e decide di darsi al basket.

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A notarlo quasi per caso in una partita dimostrativa c’è Holger Geschwindner, allenatore ed ex-giocatore della nazionale della Germania Ovest, che ha partecipato alle Olimpiadi di Monaco del 1972 come Paese ospitante. È il 1994, siamo a Schweinfurt, ed è amore a prima vista. Dirk ha 16 anni e di illegale nel rapporto con Holger c’è solo il talento dell’acerbo Nowitzki, insieme a momenti imbarazzanti come fare la carriola portando uno spilungone di 2,13 metri in giro della palestra per fargli rinforzare gli arti superiori. Se siete scettici evitate colpettini di tosse come quelli di Wade e LeBron nel 2011, perché già sapete come va a finire. “Senza di lui probabilmente sarei un noioso impiegato che fa due tiri al campetto coi colleghi nel fine settimana per arginare la pancia da birra”, avrebbe detto Dirk del suo maestro a 20 anni di distanza, con un anello al dito e un trofeo da MVP delle finali in bacheca.

I metodi di allenamento per arrivare al successo in effetti sono tutt’altro che convenzionali. Geschwindner è quello che i tedeschi definirebbero un Querdenker, un pensatore laterale, uno fuori dagli schemi. Traduzione germanica: un fuori di testa, non propriamente un complimento. Libri di fisica e libri di poesia, passi di danza e movimenti a tempo sulle note del sassofono suonato dal vecchio Ernie. Che detto così sembra un musicista uscito dal Giovane Holden e invece è un tizio che arriva agli allenamenti con lo spartito al posto della palla medica. “Il basket è come il jazz”, gli ripete incessantemente Holger. “Hai delle grandi individualità, esperte nel suonare diversi strumenti,  che si uniscono per creare una sinfonia. A turno ognuno prende il centro del palco, per il tempo di un assolo, e gli altri lo seguono”. Melodia e palleggi. All’inizio Dirk non capisce anche perché di musicale allora c’è solo la sua somiglianza con Nick Carter dei Backstreet Boys (complice una pettinatura troppo anni ’90), ma a poco a poco i suoi orizzonti si allargano e di conseguenza si espande la sua capacità di gioco. Così, a furia di guardare oltre, mette nel mirino la NBA.

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Al draft del ‘98 lo vorrebbero i Celtics di Pitino ma a cliccare sui video del tedesco più che su PornHub o su “I want it that way” c’è anche il futuro proprietario dei Mavericks, Mark Cuban. In accordo con Milwaukee, che ha la scelta numero 9,Dallas baratta Dirk in uno scambio a tre che coinvolge il compianto Robert “Tractor” Traylor e il meno compianto Pat Garrity. Nowitzki non finirà a Boston a ripercorrere le gesta dell’emulo Larry Bird, che tanto ricorda per movenze e tecnica letale, ma i verdi in fondo si accontentano di Paul Pierce. Un po’ come farsi scaricare dalla Schiffer per uscire con Beyoncé. Si può fare peggio. Si può fare Olowokandi alla numero uno assoluta per esempio. Ma questa è un’altra storia.

In Texas l’altra storia, quella d’amore cestistico, diventa un triangolo. Oltre al mentore Holger, Dirk è legato da un’affinità elettiva a un ragazzo canadese patito di calcio, Steve Nash. Dal draft alla draft beer il passo è breve e anche l’allora sfegatato tifoso Cuban (oggi invece…) deve pensare “siamo a cavallo”, visto che accanto a loro sono piazzati pure Don Nelson in panchina e Michael Finley in campo: chiaramente il giocatore più forte del mondo per chi ha passato ore a consumarsi i pollici a NBA Live dal 1999 al 2003. “Sembra fatta”, come disse la polizia di Santa Monica facendo accostare l’auto di Lindsay Lohan. E invece no perché vuoi per un motivo (i San Antonio Spurs del sopracitato Duncan) o vuoi per un altro (i Miami Heat del 2006) al numero 41 e compagni il titolo sfugge sempre per un soffio.

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Dirk è a pezzi, come nemmeno dopo la fine della burrascosa relazione con Cristal Taylor. Tra una gita mistica a Uluru e un motivetto di David Hasselhoff (sì, prima di rappare sulle note dei Run DMC), il tedeso torna più forte e più motivato di prima, più deciso eppure più rilassato. Nel 2011 non ce n’è per nessuno. Wunderdirk im Wunderland ci arriva e ci porta tutti i Mavs mentre sollevano assieme il Larry O’Brien Trophy. Lo fa segnando, segnando e ancora segnando. Da tre, dalla lunetta, in fadeaway su una gamba sola, il marchio di fabbrica del decimo marcatore della storia del Gioco.  26,786 punti. Solo l’anno scorso ha superato in classifica gente come (rigorosamente in ordine) Jerry West, Reggie Miller, Kevin Garnett, Alex English, John Havlicek, Dominique Wilkins e Oscar Robertson. Se quest’anno viaggiasse alla sua media in carriera (21.7 ppg) gli basterebbero 32 partite per mettersi alle spalle Hakeem Olajuwon, Elvin Hayes e Moses Malone. Un anno ancora e tremerebbe anche la poltrona di Shaq, e non solo perché ci sono seduti sopra 100 erotti chili di Grande Aristotele.

Nel 2017 potrebbe diventare il sesto iscritto al club dei 30mila punti. Un privilegio da dividere con Wilt, Kobe, Michael, Karl e Kareem. Talmente gotha che bastano i nomi.

Classe Dirk (classe 1978 tra l’altro) ha 36 anni e ancora un triennale da onorare. Tre anni di contratto mentre si discute di accorciare le stagioni NBA e mentre per noi a casa 82 partite con campioni così non sono mai abbastanza. Avanti Dirk, direbbe Holger, continua a rincorrere il bianconiglio.

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