“Mapòn, mapòn, ogni roba ha la stagiòn” (Ogni cosa a suo tempo)

 

8 giugno 2006. In un Taliercio traboccante di folla, trascinata dai 26 punti di uno scatenato Checco Marini, la Reyer Venezia sconfigge 71-64 la Bitumcalor Trento in gara5 di finale di Serie B2 e viene promossa in B1, a 10 anni di distanza dal fallimento che l’aveva fatta ripartire dai campionati regionali. Sulla panchina della squadra trentina – neopromossa in quel campionato e ad un passo da un clamoroso doppio salto – il giovane coach bianconero, di nome Maurizio Buscaglia, non può far altro che guardare in silenzio la festa del popolo orogranata.

10 giugno 2017. Il Taliercio sarà ancora traboccante di folla, sicuramente più di 11 anni fa, quando Maurizio Buscaglia tornerà a mettervi piede. I colori che difenderà saranno sempre gli stessi, ma tutto il resto sarà diverso. In campo non ci saranno più Angelo Milone, Nicola Polettini o Mario Guerrasio, ma giocatori dai nomi decisamente più esotici come Dustin Hogue, Dominque Sutton, Esteban Batista o Melvin Ejim. Ci sarà qualche capello in meno e la barba presenterà parecchi peli grigi in più rispetto al 2006. E Venezia-Trento questa volta non varrà una promozione dalla quarta serie, ma lo scudetto.

In mezzo a queste due partite, la carriera di Maurizio Buscaglia si è evoluta. Non di colpo, con un balzo verso l’alto inaspettato, ma sempre gradualmente. Dando ad ogni cosa il proprio tempo, come suggerirebbe la saggezza popolare tipica degli anziani di montagna. “Da neopromossi affrontammo in finale di B2 la Reyer, al termine di una stagione incredibile. Quell’anno ci fu il primo pienone al palazzetto, la squadra che iniziava a cambiare pelle pur mantenendo lo zoccolo duro, la professionalità del club che diventava sempre maggiore, fummo anche in testa alla classifica per un certo periodo. Quella finale persa a gara 5 fu un passo altamente istruttivo, un primo step verso quello che sarebbe stato il futuro dell’Aquila Basket” ricorda oggi coach Buscaglia, che ora si prepara alle due settimane più importanti della sua vita da allenatore.

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Fare le cose con calma e prendendosi il giusto tempo, partendo da lontano, non è mai stato un problema. Nato a Bari, cresciuto a Perugia, affinatosi cestisticamente a Bologna e divenuto allenatore professionista tra il Veneto e il Trentino, Buscaglia è salito sempre di più, geograficamente e metaforicamente, nel corso della sua carriera. La gavetta se l’è fatta tutta: dalla palestra della Secchia Rapita a Bologna fino al Forum di Milano, dalle serie minori emiliane fino a vincere il premio di coach dell’anno in Eurocup. E da domani, anche alla prima finale scudetto nella storia dell’Aquila Trento.

 

No manca ‘l laoràr a chi g’ha voia de sfadigàr” (A chi ha voglia di faticare non mancherà il lavoro)

 

Anche quella carriera da allenatore partita così da lontano, senza scorciatoie o passati da grande giocatore, è cominciata quasi per caso: “Ho iniziato ad allenare alla fine del mio percorso giovanile, a 18 anni, nei campionati regionali in Umbria. Alla fine del mio primo anno da giocatore senior, il mio allenatore mi chiese «ma perchè visto che parli sempre di pallacanestro, sempre in modo globale, con gli occhi rivolti all’insieme, non inizi ad allenare?», e io senza farmelo ripetere ho iniziato, proprio come a 12 anni avevo iniziato a giocare dopo che un istruttore mi aveva visto sulla porta della palestra e mi aveva invitato «perchè non vieni dentro a provare?». Dopo qualche anno la chance di poter allenare ha raggiunto livelli superiori a quelli delle mie possibilità da onesto mestierante del campo. Tutto sommato, non avendo mai respirato certe arie di grandi club, sono stato fortunato ad aver vissuto a Perugia, mentre crescevo, proprio durante gli anni della Serie A: da Jim McGregor ai giocatori che ci furono, perlomeno quei 10 anni lì li ho incrociati”.

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Una volta imboccata la nuova strada, però le idee sono stare chiare fin dall’inizio: “Già alla fine del primo anno in panchina, la spinta a muovermi era quella di allenare. Quando un amico mi chiese dopo solo un anno e mezzo «perché non vieni a Bologna a lavorare su questi gruppi?», perché già intravedeva la possibilità che io lo potessi fare bene, io avevo 19 anni e l’ho fatto. Inconsciamente, consciamente, però spinto dal desiderio di allenare. Perciò, muovendomi da casa già così presto, l’ho vissuta cercando di prendere il toro per le corna: non sapevo se poi sarebbe potuto diventare un mestiere, però nel profondo del cuore un po’ ci speravo. Anche il trasferimento successivo da Bologna a Padova andò così, con un allenatore che mi chiese il curriculum e lo diede ad un amico che lo diede ad un amico. Quando mi diedero il primo incarico professionalmente e anche professionisticamente remunerato, con mansioni adeguate ad un vero e proprio lavoro, fu il primo passo che mi fece pensare «okay, il rischio me lo sono preso e alla fine mi ha portato perlomeno ad un inizio». Da lì ho pensato davvero di poterlo fare. Ho sempre affrontato ogni salto, ogni step, come se fosse la mia Eurolega personale”.
Chiaramente però, cominciando una carriera partendo dai livelli più bassi, non è semplice emergere: “Facendo magari due o tre allenamenti a settimana, in serie D piuttosto che in C2, avevo giocatori che erano praticamente miei coetanei, e che mi vedevano sul pezzo come se dovessi preparare una partita contro i Los Angeles Lakers. Questo è sempre stato divertente, perché loro ci stavano: vedevano che fino a cinque minuti prima dell’allenamento scherzavo con loro, cinque minuti dopo l’allenamento scherzavo con loro, ma in quell’ora e mezza si andava a tutta, e questo è servito anche per costruire delle belle cose. Con le giovanili invece, quando ho iniziato con i cadetti – come si chiamavano allora – e poi con gli juniores, soprattutto quando sono andato a Bologna e giocavamo dei campionati nazionali, è stato bello perché c’era la novità di scoprire quotidianamente come tenere un gruppo, come gestire un ragazzo. Inoltre io avevo solo 20 anni e loro 18, e man mano che passava il tempo io prima ne avevo 22 e i miei ragazzi 18, poi io 24 e loro 18, poi io 26 e così via, e aver fatto questa scuola sul campo, con i genitori, le famiglie, lavorando nelle minors, è stata un’esperienza piena e formativa, anche perché allenavo sempre ogni volta come se fossero delle partite decisive”.

 

Ama l’ert ma teite al pian” (Ama le cime di montagna, ma tieniti a bassa quota)

 

Arrivando a Trento per la prima volta 14 anni fa, Buscaglia non avrebbe mai potuto immaginare cosa quella città sarebbe diventata per lui. “Il primo impatto con la città di Trento fu bello, ma più bello fu quello con la società: io arrivai a Trento per la prima volta nel 2003, per fare un colloquio dopo che loro avevano preso informazioni su di me, e ricordo nitidamente ancora oggi la serietà del progetto che mi misero davanti. La sensazione già in quel momento fu «questi arrivano da qualche parte», perché sebbene fossero ancora in Serie C1 erano già precisi, organizzati, con una chiara idea degli step da fare, il desiderio di crescere sempre di più. Dopo la vittoria della Serie C1 e della coppa di C1, che conquistammo al mio secondo anno nel 2004-05, con la B2 arrivò anche il passaggio al PalaTrento, che aprì così la propria storia di basket. E all’epoca giocare in un palazzetto del genere mi sembrava una figata mondiale, e anche se riempivamo solo una tribuna, perché le persone bene o male erano quelle, non venivano mai visti dei ‘posti vuoti’, bensì dei ‘seggiolini da riempire’. Quello che mi colpì fin dall’inizio quindi era questa idea di lavoro, di agire, di fare, di migliorare, che è un’idea che ci siamo portati dietro fino ai giorni nostri”.
14 anni più tardi e con molte vittorie in mezzo, quella società partita così da lontano è arrivata a qualificarsi per una finale inaspettata dopo aver eliminato per 4-1 la squadra più ricca e più importante nella storia del basket italiano. Il progetto si è evoluto nel corso del tempo, e ora in tanti guardano all’Aquila Trento come ad un modello da seguire. Ma da queste parti difficilmente si vola con la fantasia, mentre si preferisce invece tenere i piedi ben ancorati a bassa quota: “Noi onestamente non ci riteniamo un modello. Perché non è una questione di modello, quanto invece di lavoro. Noi abbiamo solo seguito la nostra strada, siamo sempre stati nei binari, abbiamo continuato a lavorare. E’ bello sentire da parte degli altri il rispetto per questo percorso, ma non crediamo di essere un modello o un esempio per nessuno. Lavoriamo, ci stimoliamo. Siamo insieme da tanto tempo ma abbiamo una grande divisione di ruoli e gerarchie, e rispetto reciproco tra chi le svolge. Sono tutte queste cose che creano una progettualità, fanno in modo che tu possa andare avanti a prescindere dai risultati e dagli eventi prettamente sportivi. Però fare meglio è sempre possibile: se fai bene, puoi fare benissimo. Se riesci a fare una cosa, ce n’è un’altra dopo. Se alleni in maniera precisa, puoi farlo ancora più dettagliatamente. Questa è la cosa che ci spinge quotidianamente, e noi stessi ci spingiamo tra di noi in maniera continua”.

Foto di Daniele Montigiani – www.aquilabasket.it

E anche dopo tutti i risultati raggiunti, i continui riconoscimenti, un percorso perennemente in crescita, Buscaglia non si è ancora ben abituato ad essere al centro dell’attenzione. Se gli chiedi di scegliere una emozione in particolare tra quelle provate in questi anni, non sa decidersi. Perché ancora oggi non ci ha fatto l’abitudine a quei successi che probabilmente a inizio carriera avrebbe faticato a immaginare, e si gode ogni traguardo come se fosse il primo o il più bello: “Le soddisfazioni mi piace tenerle tutte, non riesco a fare una classifica, anche perché senza quelle prima non ci sarebbero state quelle dopo. Quella grande soddisfazione di salire in Serie A, peraltro aprendo il campionato contro Milano, Varese e Cantù, ovvero la storia del basket che hai sempre visto in televisione, non ci sarebbe stata se prima non ci fosse stata la soddisfazione di aver vinto la Serie B ed essere andati in A2. Che si vinca la semifinale scudetto o la A2, la B, la D, il livello di soddisfazione è sempre alto. Anche il titolo di coach dell’anno in Eurocup, l’esperienza alla Summer League con i Brooklyn Nets che è stata fantastica e istruttiva, la chiamata dall’Italia per allenare la nazionale under 20 e l’idea di sentire l’inno con la maglia dell’Italia addosso, sono tutte cose che ti fanno godere e ti danno soddisfazione nell’immediato, ma poi è difficile farne una graduatoria, perché a modo loro sono tutti bei momenti in maniera diversa”.

 

“A ‘n bom soldà ogni arma ghe fa” (Un buon soldato si arrangia con quello che ha)

 

Nei giorni successivi all’eliminazione dell’EA7 in semifinale, sui giornali e sul web ci si è scatenati con i confronti tra i budget di Davide/Trento e Golia/Milano, sottolineando la discrepanza oceanica di risorse a disposizione tra le due società. In montagna sanno bene però che la differenza non la fanno tanto le risorse, ma come le usi. “Qui a Trento abbiamo sempre pensato bene ai giocatori da prendere, e non soltanto per le capillari informazioni che raccogliamo su ognuno prima di fare una scelta. Noi sappiamo che anche il nostro ambiente è un fattore che può influenzare una scelta: ci sono giocatori che vengono perché sanno che attraverso questa esperienza possono andare da altre parti a guadagnare di più, ma qui non si sentono mai di passaggio, riusciamo a trasmettere l’appartenenza necessaria per la stagione. Questo ovviamente vale soprattutto per gli americani, perché gli italiani spesso sono rimasti per tanto tempo e hanno rappresentato uno zoccolo duro. Ovviamente poi abbiamo dei parametri economici e tecnici da rispettare, ma talvolta si può anche lasciare qualche “skill” per strada, perchè se sai che hai gente dura e pronta al sacrificio, questo gap tecnico lo recuperi durante l’anno. Il nostro obiettivo principale è trovare giocatori che mettano la squadra sopra a tutto, che sentano che attraverso i loro allenatori e i loro compagni possono migliorare, che capiscano quanto ci teniamo ad incastrare le pedine per esaltare il gioco. I giocatori che scegliamo devono incarnare due regole della pallacanestro che forse non tramonteranno mai: si difende tutti assieme e ci si passa la palla. Questo anno sportivo, culminato con questa finale scudetto, è stato un anno di grande cambiamento, ancora più profondo del solito, perché abbiamo cambiato parecchi giocatori italiani e ne abbiamo persi altri in corsa per infortunio. E’ una pelle che è cambiata fin dall’inizio e ha continuato a cambiare anche durante la stagione”.

I cambiamenti nel roster e gli infortuni hanno modificato più volte il volto della Dolomiti Energia. Dai saluti della scorsa estate a un pilastro come Pascolo e a stranieri importanti, come ad esempio Julian Wright e Trent Lockett, andati a monetizzare altrove l’ottima stagione scorsa, si è passati alle correzioni in corsa, come dopo la cessione di Lighty a Sassari e soprattutto gli infortuni che hanno martoriato l’Aquila. E ogni volta si è riusciti a cambiare in meglio. “Quest’anno con gli infortuni abbiamo dato parecchio, ci hanno costretto a cambiare pelle. Abbiamo fatto delle piccole scelte, come reazioni a queste infortuni, e le abbiamo fatte partendo da un presupposto: non è un problema, ma dobbiamo dare una risposta e reagire immediatamente, trovare delle opportunità per lavorare e ragionare. Seguendo questo filone – grazie alla società che ha sempre cercato di rispondere sul mercato, cosa fondamentale per un allenatore quando ci si trova davanti a così tanti infortuni – abbiamo sempre cercato di prendere il giocatore giusto. Quando si sono fatti male Baldi Rossi e Marble, cercando di rispettare dei parametri economici, abbiamo deciso di prendere Shields e abbiamo cambiato pelle, come in precedenza era avvenuto quando avevamo preso Marble, con l’idea che potevamo giocare in maniera diversa. Per come siamo noi, e per come possiamo permetterci di cambiare le squadre, dobbiamo andare a prendere quelle che in questo contesto può essere il giocatore più bravo, piuttosto che aggiungere giocatori soltanto con l’idea di sostituire chi si è fatto male. Abbiamo fatto scelte di questo tipo che sono andate bene, dando anche nuove dimensioni a tanti giocatori. Scelte che magari erano anche rischiose, ma di ordine riorganizzativo: abbiamo lavorato tatticamente, tecnicamente e fisicamente per cercare di switchare modo di giocare e avere frutti. La squadra ha lavorato pensando continuamente «raccoglieremo i frutti, raccoglieremo i frutti» e ha cominciato a ripeterselo sempre di più, e alla fine questa è una cosa che ci ha dato una grande spinta per ragionare partita per partita. Ne vincevamo una e pensavamo a quella dopo, poi a quella dopo ancora. E questo ragionamento ce lo siamo portati in eredità dal girone di ritorno fino ai playoff, dove anche alla prima esperienza di una serie a 7 nella nostra storia siamo riuscito a pensare ad una partita per volta e a qualificarci per la finale”.

Foto di Daniele Montigiani – www.aquilabasket.it

Proprio con il girone di ritorno è arrivata la svolta nella stagione di Trento. Dopo un’andata da 13esimo posto con 6 vittorie e 9 sconfitte, e la conseguente mancata qualificazione alla Final Eight di coppa Italia (la prima volta da quando Trento è in A), in tanti pensavano che la magia degli anni precedenti fosse sparita ai piedi delle Dolomiti. Invece da gennaio in poi è tornata, più intensa che mai. La seconda metà di stagione si è aperta con un netto 84-48 ai danni di Brindisi, e da lì Trento non si è più fermata. Dopo il giro di boa, la squadra di Buscaglia ha raccolto 12 vittorie e 3 sconfitte (il miglior rendimento nel girone di ritorno), che sommate ai 7 successi in 8 partite dei playoff mettono insieme un record totale di 19-4 dal giorno di quella vittoria a valanga contro l’Enel. Un percorso che, a parte un paio di sconfitte consecutive contro Sassari e Varese subito dopo il doppio infortunio di Baldi Rossi e Marble, non ha praticamente mai conosciuto interruzioni nonostante le modifiche nel roster o le rotazioni corte. “Ci sono due cose molto carine che ho letto e che interpretano bene il nostro pensiero: la prima è che anche il cambio dei vari addendi alla fine non ha modificato la somma, e la seconda è sulla serietà e il rispetto che noi sentiamo verso ogni possesso. Difesa, attacco, difesa, attacco. Tutti trattati con grande presenza, pensando che messi assieme possono fare la differenza e possono colmare alla fine il gap tra una squadra meno talentuosa o meno lunga o meno danarosa con una che invece ha più talento, più giocatori o più risorse. Dal mio punto di vista, sono tutte cose che vengono generate dal lavoro. Quando metti davanti il lavoro e non gli alibi, quando sbagli e provi a correggerti, quando c’è un problema e tu cerchi la soluzione, tutte queste cose danno qualcosa ai giocatori che poi loro ti restituiscono. Diventa condivisione”.

 

Dal bel te ghe roseghi zo poc” (La sola bellezza conta poco)

 

Trento dal girone di ritorno in poi ha iniziato a mostrare a larghi sprazzi una delle migliori pallacanestro del nostro campionato, soprattutto difensivamente. Già negli ultimi tre anni, quello della promozione e i primi due di Serie A, la squadra di Buscaglia aveva spesso raccolto apprezzamenti da molte parti per la qualità del gioco espresso. Ma proprio quest’anno, quando il roster sembrava un po’ meno portato per il basket-champagne e un po’ di più per la lotta e il sacrificio, sono arrivati i risultati migliori, riuscendo perfino ad eliminare Milano. Magari mettendoci un filo in meno di bellezza rispetto agli anni precedenti, ma più concretezza che mai. “Non c’è stato un momento preciso in cui abbiamo capito che potevamo eliminare Milano, abbiamo sempre avuto percezione della loro forza, ma noi abbiamo cercato sempre di superare prima di tutto noi stessi. Anche quando dopo due vittorie loro hanno vinto di tanto da noi, siamo rimasti tranquilli. Quando siamo andati 3-1 non abbiamo pensato «oddio, abbiamo il match point». Dopo ogni vittoria abbiamo pensato solo a vincere quella dopo, mentre durante ogni partita abbiamo pensato che dovevamo tenere duro, tenere duro e tenere duro. Credo che soltanto a pochi minuti dalla fine di gara5 ci siamo resi conto che avevamo battuto Milano, perché prima c’è sempre stata la percezione di poterla giocare, ma principalmente per metterci alla prova, per dare il massimo di noi stessi e vedere dove arrivavamo. Quando ragioni partita per partita è dura riuscire a guardare troppo in là”.

Un modo di ragionare vincente che ha surclassato Milano, stritolata forse anche dalla pressione contro una squadra molto più leggera mentalmente. Ma la pressione può esistere anche in ambienti rilassati come quello di Trento, e soprattutto può essere usata in maniera positiva. “Chiaramente avevamo meno pressione di Milano, è ovvio che ci sono piazze e piazze, però invece l’autopressione te la puoi mettere comunque da solo. Se sei ambizioso, cerchi sì di non fare il passo più lungo della gamba, ma questo non vuol dire non puntare in alto. Quando un ambiente vince, poi vuole vincere ancora di più, quindi un po’ di pressione la si sente comunque. E’ chiaro che in un momento storico come questo è una pressione di un certo tipo, completamente positiva, però noi siamo capaci di averla, di metterla, e con le nostre vittorie stiamo creando piano piano le condizioni perché questa pressione maturi e aumenti. Ovviamente c’è ancora tanta differenza rispetto alla pressione di grandi piazze storiche, ma stiamo facendo la nostra strada anche lì”.

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Una strada che è stata lunga, dalle serie minori fino alla finale scudetto, e che per gran parte di questo percorso ha visto Maurizio Buscaglia accompagnato dal suo soldato principale, prolungamento del proprio braccio e della propria mente in mille battaglie. “L’altro giorno stavo facendo un’intervista con un giornalista e mi ha chiesto quale fosse il giocatore più forte che ho allenato, e io ero indeciso su cosa rispondere. Poi dopo qualche secondo ha aggiunto «ma non parliamo solo di talento, guardiamo a un quadro generale». E allora come faccio a non parlargli di Toto Forray? Oggi siamo a poco più di 24 ore dal giocarci una finale scudetto, ma lui è partito dalla C2 e ad ogni nuova categoria a cui si affacciava sembrava non potesse entrarci mai. Assieme siamo partiti da lontano e abbiamo condiviso tanto, quindi è un giocatore a cui sono legato, ma sempre con le giuste misure e i giusti equilibri, ognuno col suo ruolo, e forse è per quello che siamo stati assieme così tanti anni. Ma Toto è importante perché spinge dentro il nostro mondo-Aquila i nuovi, cerca di fargli sapere cosa siamo e chi siamo, aggiunge delle piccole cose fin dal primo giorno con la sua anima da combattente. E’ uno che ha vinto tantissime sfide nella sua carriera, senza arrendersi mai”.

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Così come non si è mai arreso anche Maurizio Buscaglia. Anche quando allenava ragazzi suoi coetanei o trascorreva i weekend sui parquet (e talvolta sui linoleum) delle palestre delle minors emiliane. Anche quando 11 anni fa, dopo essersi trovato avanti per 2-1 nella serie, ha finito per perdere una gara5 di finale a Venezia. Il tempo gli ha concesso di salire gradino per gradino, di portare la sua carriera sempre più in alto, e ora gli offre questa nuova occasione. Dal 2006 al 2017, da Angelo Milone a Dustin Hogue. Sempre su quella panchina, ma stavolta con uno scudetto in palio. Il volo dell’Aquila non era mai arrivato così in alto.