Giocheranno la finale le due squadre con più idea.

Idea nel costruire un roster. Idea nel modificarlo: Trento essendosi accorta che non funzionava, Venezia per aver aggiunto qualcosa. Idea sul campo, come sviluppo di un’idea di gioco modellata sui giocatori.

 

 

Small Ball e Batista

Quarti di finale, Gara 4, Venezia è in vantaggio 2-1. La prima partita a Pistoia l’ha vinta la squadra di Esposito. De Raffaele sceglie (deve farlo per l’impossibilità di schierare tutti gli stranieri a disposizione) di lasciar fuori Batista e, anche, di far indossare la maglia a McGee.

Venezia vince, conquistando la semifinale, giocando in modo autorevole. E con il piacere di giocare insieme.

(Senza Batista Venezia gioca la sua pallacanestro: allargando il campo, con cinque giocatori fuori dalla linea dei 3 punti, per tirare e attaccare con i tagli)

Semifinale, Gara 1, Avellino vince al Taliercio e strappa il vantaggio del fattore campo. Stessa scelta di De Raffaele: Batista in tribuna. La sensazione è che, se anche la partita fosse durata 400 minuti, Avellino l’avrebbe comunque comandata.

(Errore lasciar fuori Batista: ci vuole il suo corpo per dare una dimensione interna a Venezia, per giocare contro Fesenko, per poter fare questo tipo di canestri. Sicuri)

Pochi giorni di distanza tra le due partite. Opposte sentenze. Spesso senza analisi.

(Dopo gioca sempre Batista. Reyer in finale e anche doppia doppia per lui. In attacco.)

No, non è questione di Batista sì o Batista no, nemmeno di retoriche “per giocare i play-off ci vuole un corpaccione vicino a canestro”.  E neppure l’opposto “si deve giocare con cinque giocatori che allargano il campo”. La necessità è giocare con una Idea. E un’idea non è solo pensare uno sviluppo disegnato a parole o sulla carta, ma, dopo la visione, uno sviluppo di gioco allenato e trasmesso, modificato curandone i dettagli, per farlo diventare uno strumento a disposizione della squadra.

“Abbiamo avuto un confronto come spesso accade in un gruppo con regole precise. Ha capito che doveva cambiare registro, siamo contenti”. Nelle parole di Walter De Raffaele un passaggio importante.

Provo a tradurlo. Per me, da esterno, è più facile.

Batista se gioca da stella, con i suoi vizi, chiedendo ogni volta il pallone in post basso e giocando in difesa come sua abitudine, non è giocatore così forte per permettersi la sua relativa presenza difensiva. Bilancio in rosso. Non vale la pena adeguarsi al suo modo di giocare, con il rischio di snaturarsi.

Se Batista gioca sempre in movimento, se non riceve la palla per un prevedibile 1c.1 in post basso, ma se sa aspettare di ricevere con vantaggio dopo che gli altri hanno attaccato, allora il suo corpo e il suo istinto nel fare canestro possono essere un fattore. Aggiungendoci anche un essere aggressivo in difesa, magari a volte anche troppo, ma sempre meglio del rimanere passivo ed essere sorpassato da passaggi e tagli.

De Raffaele ci è riuscito.

www.reyer.it

Quando Batista è in campo, la sua squadra gioca in un modo, non banale martellando la palla in post basso, ma mantenendo l’attacco in movimento (di passaggi e di tagli) e aggiungendo la sua capacità di chiamare la palla nel vantaggio costruito.

Venezia gioca dall’inizio dell’anno, per venti minuti abbondanti, il suo Small Ball. Allarga il campo con i Big (Ejim e Peric, oltre a Ress), avendo cinque giocatori fuori dai tre punti che possono attaccare il ferro partendo da lontano e creando spazi per tagli, e successive penetrazioni.

Venezia ha conquistato il secondo posto con la sua identità, Small Ball come sviluppo, e adesso ha aggiunto Batista, non da fermo, ma nel movimento Reyer. Una delle combinazioni (im)perfette di Venezia.

 

Se Peric tira anche da 3, Bramos ha più vantaggio.

Bramos e Peric. Un’altra combinazione (im)perfetta che durante i playoff tende più verso il perfetto.

Bramos, tiratore da 3 punti. Il suo volume di tiri dice 2.3 tentativi da 2 a partita e 5.3 tentativi da 3 a partita, cioè da dietro la linea da 3 prende il 70% dei suoi tiri dal campo.

Un tiratore che sa giocatore in modo serio: sempre pronto a chiudere il vantaggio costruito dall’esecuzione.

Bramos ha bisogno degli 1c1 di Peric, di Peric che batte il suo difensore e che trova punti al ferro o, se arriva un aiuto, scarica per gli altri: con Bramos in prima fila.

Nei play-off la sfida diventa una serie. In una serie ci si conosce sempre meglio: dettagli curati, anche nella tattica della difesa 1c1. Il primo appunto per chi difende contro Peric, è stare staccato quanto basta per non essere sorpassati dal primo palleggio.

E Peric aumenta il volume di tiri da 3. Non solo il volume, ma anche la percentuale. Sempre giocando in movimento e nel movimento del gioco Reyer

E Bramos può tirare meglio, cioè con più vantaggio.

 

Libertà per Tonut e McGee

Quanto giocano, quanto segnano, da dove tirano: molto simile, ma come lo fanno non lo è. Un’altra combinazione (im)perfetta di Venezia.

Tonut lo fa attaccando dal palleggio in contropiede, anche usando il blocco sulla palla. Lo fa avendo grande fiducia nel MRJ (tiro in sospensione da media distanza). Lo fa prendendo velocità da una buona difesa. Lo fa dalla spinta di un’esecuzione ad alto ritmo.

McGee lo fa con la libertà del giocatore di rottura, che trova tiri anche fuori dall’esecuzione, quasi da fermo o partendo da fermo: con meno ritmo ma con più con follia.

(Assoluta libertà quando tiri nei playoff con il 61.1% da 3, il 53.7% da 2 e il 100% dalla linea di tiro libero, ma anche calando – fisiologicamente – le percentuali, il sentirsi libero aiuta a mettere canestri importanti: in the clutch).

Volume di gioco simile. Ma sviluppo di gioco diverso.

Tre combinazioni (im)perfette della Reyer. Tre esempi di come una Idea significhi combinare differenze. Di come significhi sommare sviluppi differenti per diventare versatili.

Marquez Haynes e Ariel Filloy sono un’altra coppia: stesso ruolo, molti più tiri da 3. Haynes ne tira 6.1 a partita, Filloy ne tira 3.8, ma – curiosamente – nella proiezione sui 40’ per entrambi la media è di 8.4 numero di tentativi. Il 65% dei tiri tentati dal campo da Ariel e un quasi identico 63% per Marquez.

In questo caso più che una combinazione di differenza, è un concetto di fare la differenza segnando 5 canestri da 3 punti in gara 6 di semifinale ad Avellino.

 

a cura di Marco Crespi

grafici di Fabio Fantoni