Il destino e la storia degli uomini non seguono mai un percorso lineare o anticipabile dalla mente umana. La loro traiettoria percorre strade strane, come un palloncino sfuggito dalle mani di un bimbo e trasportato dal vento. A volte sono percorsi imperscrutabili, apparentemente senza senso, altre volte invece il destino si avvita su se stesso e fa dei giri che una persona non è in grado di comprendere fino a quando non si ritrova di colpo, senza quasi accorgersene, al punto di partenza. E allora lì, tutto d’un tratto, ha davanti il disegno completo di ciò che è accaduto, ed è come se tutti i pezzi di un puzzle si ricomponessero in un momento.

Probabilmente deve essere proprio questa la sensazione che inonda la mente di Kyle Kuric in questa tiepida sabato sera di settembre al Pabellon Fernando Buesa di Vitoria, mentre sorride, alza al cielo il trofeo di Mvp della Supercopa de España e assiste al completarsi del suo disegno. Mentre sente quelle stesse voci che dieci mesi fa sembravano rimbombargli in testa, mentre incrocia quegli stessi occhi che dieci mesi fa lo fissavano preoccupati, mentre respira quella stessa aria che dieci mesi fa sembrava opprimerlo, mentre fa tutto ciò, vede ricomporsi i pezzi di un puzzle che dieci mesi fa si era sgretolato, e assiste al chiudersi di un cerchio che il destino, proprio in quell’arena, proprio dieci mesi fa, aveva iniziato a tracciare con la linea imperscrutabile di un palloncino in balìa del vento, senza sapere dove sarebbe andato a finire.

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Il destino di Kyle Kuric aveva cominciato a deragliare proprio lì, nel cuore dei Paesi Baschi, all’inizio di novembre di un anno fa, dopo una vita fino a quel momento sempre tracciata da dei binari sicuri. Nato in Pennsylvania ma cresciuto nell’Indiana, figlio di un neurochirurgo di origine slovacca e di un’infermiera specializzata, diplomato al liceo con ottimi voti, inserito tra i migliori prospetti dello stato dell’Indiana, reclutato con una borsa di studio dai Louisville Cardinals di una leggenda collegiale come Rick Pitino. Una bella carriera in NCAA, con quattro anni pieni di soddisfazioni, un approdo alla Final Four nel 2012, ottime cifre, alcuni highlights come una clamorosa schiacciata contro Notre Dame (votata Dunk of the year per la stagione 2011) e il canestro della vittoria nella leggendaria partita contro Marquette, rimontando da -18 negli ultimi cinque minuti e mezzo. L’impegno sociale per i bambini meno fortunati dell’area di Louisville, tramite la sua associazione benefica Kyle’s Korner for Kids, fondata all’ultimo anno d’università, con cui regalare giochi ai bambini ricoverati negli ospedali pediatrici e aiutare gli ospiti della Home of the Innocents, una sorta di rifugio per bambini disabili, convalescenti da malattie, orfani, abbandonati, vittime di violenze o abusi. L’inizio di carriera da professionista in Spagna, prima con due anni a Madrid nelle file dell’Estudiantes e poi con il trasferimento a Las Palmas, per giocare nel Gran Canaria. Il matrimonio nel 2013 con Taraneh, studendessa di odontoiatria conosciuta a Louisville, e la nascita dei suoi due figli, i gemellini Arshan e Arsalan, nell’agosto del 2015.
Poi la vita che riceve uno scossone quell’1 novembre, proprio lì a Vitoria. La paura, il destino che deraglia, il puzzle che va in pezzi, il palloncino portato via dal vento senza sapere dove finirà.

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Quel giorno Kyle si sveglia presto, dato che il match di campionato contro il Laboral è alle 13 e quindi bisogna prendere parte alla sessione di risveglio muscolare e fare una colazione abbondante. Però ha un’emicrania lancinante, come se qualcuno stesse palleggiando dentro la sua testa, e si rende subito conto che non sarà in grado di giocare quella partita. Infatti nel pomeriggio non entra in campo neanche un minuto e vede il suo Gran Canaria perdere 77-67. La sera poi la squadra riparte e si dirige a Barcellona, dove fa tappa per un paio di giorni prima di dirigersi a Berlino per giocare un match di Eurocup contro l’Alba. La mattina seguente, dal momento che i dolori non accennano a sparire ma anzi diventano sempre più forti, Kyle chiede di essere sottoposto ad una visita medica. In ospedale inizialmente gli dicono che non c’è bisogno di sottoporlo ad una risonanza magnetica, che non è nulla di grave. Nelle ore successive però al mal di testa si aggiungono anche vertigini e nausea. I dottori spagnoli allora accettando di visitarlo più accuratamente. Il responso definitivo arriva il giorno dopo, martedì 3 novembre, proprio mentre i suoi compagni, che nel frattempo sono partiti senza di lui, stanno per atterrare in Germania: meningioma, ovvero un tumore cerebrale.

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E’ quello il momento in cui si percepisce con chiarezza che il destino due giorni prima ha tracciato una linea netta, che separa in maniera decisa ed incontrovertibile un prima e un dopo, quello che c’era e quello che ci sarà. La prima cosa che fa Kyle è chiamare a casa negli States, dove è ancora l’alba. Tutto ciò che riesce a dire al padre, che di mestiere fa proprio il neurochirurgo, è “ho fatto un esame medico e ho bisogno che tu lo veda. I dottori dicono che ho un tumore”. La moglie parte subito da Las Palmas verso Barcellona con i due figli di tre mesi. Kyle vuole attendere l’operazione tenendo in braccio i suoi bimbi, con Taraneh al suo fianco. Non sa ancora se dopo l’operazione sarà ancora in grado di camminare o di parlare, figuriamoci giocare a basket. Nel mentre tutta l’Europa cestistica si stringe attorno a lui, i profili social della Liga ACB e di tutte le squadre lo supportano con l’hashtag #WeAreWithYou, anche i nostri Amedeo Della Valle (suo avversario nello stesso girone di coppa) e Luca Vitali (suo compagno per qualche settimana nei playoff spagnoli l’estate precedente) gli fanno sentire la propria vicinanza. Il Gran Canaria -che già pochi mesi prima ha affrontato un altro momento difficile, quando il canadese Levon Kendall aveva dovuto abbandonare la squadra a causa di un tumore al cervello del figlio Skyler, di poco più di un anno- si stringe tutto attorno a lui.
Giovedì 5 novembre, quattro giorni dopo che il cielo si è capovolto, Kuric va sotto i ferri. Viene sottoposto a due operazioni consecutive, la prima per rimuovere il tumore e la seconda per alleviare la pressione endocranica, che nel frattempo si è impennata a dismisura. Il livello normale di una persona sana è di 15 mm/Hg, il livello di soglia oltre cui la pressione inizia a diventare pericolosa è di 22. Quel giorno, durante l’operazione, Kyle sale fino a 33 mm/Hg. Una parte dell’osso frontale viene rimosso proprio per alleggerire la pressione. All’agente Guillermo Bermejo viene comunicato che potrebbe anche essere in pericolo di vita. Ma quando ormai la sera sta per cedere il passo al giorno successivo, il sito del Gran Canaria pubblica un atteso comunicato stampa di tre righe, la prima delle quali però vale più di quanto potrebbe dire un libro intero, tant’è che è scritta tutta in maiuscolo e in grassetto: “LA INTERVENCIÓN QUIRÚRGICA HA FINALIZADO CON ÉXITO”.

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L’operazione è andata bene, il tumore è stato rimosso con successo e la complicazione dovuta all’esagerata pressione endocranica sembra non aver lasciato strascichi. Le condizioni di Kuric sono stabili e monitorate. La domenica successiva i suoi compagni, che senza di lui avevano subito la prima sconfitta in campionato a Vitoria e la prima sconfitta in Eurocup a Berlino, mostrano tutto il loro sollievo dominando il Murcia per 88-59 e dedicando la vittoria a Kyle. Quando qualche giorno dopo esce dal coma indotto, il primo pensiero di Kuric va proprio alla sua squadra: una delle prime cose che fa è chiedere alle infermiere di lasciarlo andare a giocare il derby contro Tenerife la domenica seguente. Per dare più peso alle sue parole fa per alzarsi in piedi, ed è così che si rende conto di non essere in grado neanche di muoversi dal letto. I giorni seguenti ovviamente sono lenti e faticosi, ma tutti sono presenti al suo fianco. Kyle lentamente si riprende e ricomincia tutto da capo: prima riprende a mangiare in maniera autonoma, poi gradualmente ricomincia a camminare. Tutta una serie di azioni che prima sembravano automatiche, banali, scontate, adesso vanno quasi imparate da capo e costano uno sforzo notevole. La moglie Taraneh, che non lo abbandona neanche per un’ora, viene aiutata dai giocatori della squadra di basket del Barcellona ma soprattutto dalle loro mogli, che a turno vengono a farle compagnia, a portarle da mangiare, a riportarle i vestiti lavati e stirati. I progressi di Kuric sono talmente rapidi che nel giro di pochi giorni gli viene già permesso di uscire dall’ospedale per la prima volta. Sabato 28 novembre è ospite del Barcellona calcio, che lo invita al Camp Nou assieme alla moglie e alla sorella Katie per assistere al 4-0 dei blaugrana contro la Real Sociedad, solo due giorni prima della terza e ultima operazione in programma. Lunedì 30, sempre alla clinica Teknon di Barcellona, va sotto i ferri per la ricostruzione della volta cranica e per farsi impiantare una protesi di materiale sintetico al posto della parte di osso frontale rimossa. Pure questo intervento va bene e dopo una settimana e mezza di convalescenza, giovedì 10 dicembre, a 41 giorni dall’inizio del suo calvario, viene dimesso e può tornare a Las Palmas a riabbracciare prima i suoi compagni e poi i suoi tifosi.

I mesi successivi trascorrono lenti: le tre operazioni ovviamente l’hanno debilitato e periodicamente deve sottoporsi a degli esami di controllo, ma Kyle vuole riprendere a giocare il prima possibile. I medici gli stilano una tabella di recupero programmando il rientro in campo per la stagione successiva, ma Kyle -che al momento della scoperta del tumore aveva avuto paura di non poter mai più giocare a basket- non vuole sentire ragioni: deve tornare in campo prima della fine del campionato. Comincia allora a focalizzarsi sul momento in cui tornerà ad allacciarsi le scarpe prima di una partita. Nessun giocatore aveva mai subito un’operazione del genere ed era tornato a giocare in così poco tempo, come lui desidera fare. Anzi, non esiste notizia di alcun cestista professionista al mondo che sia tornato a giocare dopo che gli sia stata impiantata una protesi cranica. Bisogna fare le cose con calma, gli dicono i medici. “Quando lavori per raggiungere un obiettivo, la vita assume un significato speciale”, spiega Kyle in un video in cui mostra i suoi allenamenti e una parte del suo cammino verso il ritorno in campo. Ha ragione lui.

E infatti, contro ogni pronostico, il 10 marzo riceve il via libera per tornare ad allenarsi in gruppo con i suoi compagni in campo e proprio un mese dopo, nonché a 4 mesi dalla sua dimissione dalla clinica di Barcellona, il 10 aprile torna in campo contro Valencia.
Gran Canaria perde questa partita 68-84, una delle sole tre sconfitte interne stagionali oltre a quelle con Barcellona e Real Madrid, ma ovviamente il punteggio quel giorno passa in secondo piano. Kyle entra in campo già a metà primo quarto, gioca un totale di 11’54” e chiude con 9 punti frutto di un 3/4 da tre, indicandosi la testa ad ogni canestro come a dire “il nemico era qui, ma l’ho sconfitto”. Sulla sua prima tripla il boato della Gran Canaria Arena è da pelle d’oca. Kyle Kuric is back.

Dal giorno del suo ritorno gioca tutte le partite rimanenti tranne una. Complessivamente mette assieme una media di 12,5 minuti in campo con 6,2 punti a partita e il 51,9% da tre, ma in queste situazioni i numeri dicono ben poco della sua impresa. La stagione finisce là dove il calvario era iniziato: Gran Canaria perde a Vitoria la decisiva gara3 dei quarti di finale per 78-71 e viene eliminata dai playoff per 2-1 dal Laboral. Kuric segna 11 punti in 14’ dalla panca ma non bastano. Gran Canaria è fuori, ma ovviamente la delusione per la sconfitta è meno forte di altre volte. Kyle è tornato a giocare: è vero, non è ancora al 100% e deve fare tanta strada per ritornare ad essere il giocatore che era prima, ma già essere tornato su quel campo in cui temeva di aver vissuto la sua ultima giornata da atleta professionista è un successo. Però la questione non è ancora completamente chiusa. Kuric non vuole solamente tornare a giocare, vuole tornare ad essere più forte di prima.

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Infatti durante l’estate non si ferma, continua ad allenarsi e prende parte anche alla Summer League NBA di Las Vegas, dove viene invitato dai Phoenix Suns. Teoricamente il suo contratto con Gran Canaria è scaduto a luglio e lì potrebbe cercare di strappare un (poco probabile) ingaggio NBA, ma in realtà il suo obiettivo è chiaro, tornare a giocare per la squadra che l’ha supportato in tutti questi mesi e ripartire da lì. Infatti ad agosto arriva il rinnovo con l’Herbalife e comincia il suo terzo anno a Las Palmas. Dopo quanto successo negli ultimi mesi, la prima stagione della nuova vita di Kyle Kuric comincia da dove era finita la vita vecchia, nella stessa squadra per cui giocava nel giorno in cui la sua esistenza è cambiata definitivamente.
Però, sebbene i pezzi del puzzle stiano cominciando a tornare insieme, il cerchio non è ancora chiuso. E a volte il destino, quando si avvita su sé stesso, ripassa più volte dallo stesso posto.
Il nuovo viaggio ricomincia a Vitoria, sempre lì, dove l’incubo era iniziato e dove la stagione era finita. Al Pabellon Fernando Buesa si gioca la supercoppa spagnola, con Gran Canaria che è qualificata in quanto finalista della precedente Copa del Rey. Teoricamente dovrebbe essere la sfavorita, dato che le altre tre partecipanti alla Final Four sono squadre di Eurolega: Real Madrid, Barcellona, Baskonia. Ma ormai l’abbiamo capito, il destino non percorre strade lineari. Se lo sport scorresse su binari prevedibili, dove la squadra più ricca o più forte o più favorita vince sempre, gran parte della magia e dell’epica che accompagna le grandi imprese sportive svanirebbe sul nascere.
Prima di questa Supercopa, il Real Madrid ha vinto complessivamente nella sua storia 87 titoli, il Barcellona 56, il Baskonia 14.
Il Gran Canaria 0.
Il destino continua il suo gioco e aggiunge un altro pezzo al puzzle quando il sorteggio mette l’Herbalife di fronte ai padroni di casa di Vitoria, la squadra che Kuric avrebbe dovuto affrontare il giorno in cui è cominciato tutto. Sugli spalti ci sono quasi 10mila tifosi baschi, e tutto ciò che vedono è un uomo in missione. Vince il GranCa 84-80, con Kyle che segna 24 punti con 4/9 da tre.
Il giorno dopo in finale c’è il Barcellona, ovvero la squadra della città dove Kuric ha scoperto il suo tumore, dove è stato operato e dove ha vissuto i 40 giorni più difficili della sua vita. Quel percorso mai lineare, che sembrava imperscrutabile ed inintellegibile, comincia ad aver contorni molto più nitidi adesso. Quei pezzi di puzzle così piccoli e così indecifrabili presi uno per uno, ora stanno cominciando a lasciar intravedere un disegno. Il destino si diverte, dà un ultimo sbuffo di vento al palloncino che si avvita ancora una volta su sé stesso e torna lì, proprio dove era cominciato il suo volo.
Non c’è neanche storia, Gran Canaria vince 79-59, guadagnando punti di divario in ogni singolo quarto. Una vecchia conoscenza italiana come Bo McCalebb segna 15 punti con 5 assist, Darko Planinic ne aggiunge 12, Kuric ne scrive 10. A fine partita il veterano Albert Oliver scappa via con il pallone del trionfo, il capitano Eulis Baez alza il primo trofeo nella storia del club, e Kyle Kuric, nel momento decisamente più toccante della serata, riceve il trofeo di miglior giocatore.

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A festeggiare con lui nel post-partita c’è Jesùs, un ragazzo di 17 anni di Aviles, che Kyle ha aiutato negli ultimi mesi a recuperare dal suo stesso male, un tumore al cervello. Colpita dalla storia di Kuric, la madre del ragazzo gli aveva scritto per chiedergli di inviare un video al figlio, in modo da fargli coraggio essendo passato dalle stesse difficoltà. Kyle ha fatto di più, mandandogli oltre al video anche una maglia autografata, scrivendogli nel tempo numerosi messaggi di appoggio e, una volta guarito, invitandolo a Vitoria ad assistere alla Supercopa. “Non ci potevo credere. E’ una di quelle cose che non puoi neanche comprare con i soldi, è stato il miglior regalo che abbia mai ricevuto in vita mia. E’ un gigante, un grande sportivo e un uomo ancora migliore. Mi ha trasmesso un sacco di forza per riuscire a superare tutto questo”, ha raccontato Jesùs dopo la finale abbracciando il suo idolo.

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Il destino percorre strade strane, spesso anche tortuose, ma proprio per questo a volte ci regala grandi paesaggi. Forse alla fine del viaggio imperscrutabile -quando non ci si concentra più sui singoli particolari, ma ci si accorge che fa tutto parte di un disegno più grande di noi, che all’inizio non avevamo colto- lo si accetta quasi il destino. Perché ci ha resi più forti, ci ha fornito nuove consapevolezze, ci ha mostrato altre prospettive.
Kyle Kuric in quei giorni di novembre probabilmente avrà pensato “perché proprio io?”. I suoi parenti, i suoi amici, i suoi compagni, i suoi tifosi, avranno pensato “perché proprio lui?”. Una risposta ovviamente non c’è. Il destino è così: ti porta via il palloncino, gli fa fare un giro tortuoso che non puoi conoscere e non ti spiega neanche il perché. Ma come ha sottolineato lui, “quando succede qualcosa di brutto nella vita, hai due scelte: lasciare che ciò ti distrugga o fare in modo che ciò ti fortifichi”. In questi mesi ha provato paura, ma ha anche ricevuto affetto e amore. Tante persone accanto a lui hanno sofferto, ma altre in giro per il mondo hanno tratto coraggio e ispirazione dalla sua storia. Il suo fisico si è indebolito, ma il suo carattere si è rafforzato.
Mentre solleva la coppa con una mano e stringe il premio di Mvp nell’altra, il cerchio finalmente si chiude. Kyle Kuric è un uomo diverso rispetto a un anno prima, ma è tornato ad essere lì, a guardare in faccia il suo destino. In quel momento sono trascorsi 328 giorni dal momento in cui tutto era iniziato, e il vento smette di soffiare. Il palloncino torna docilmente nelle mani del suo proprietario che l’aveva visto volare via verso l’ignoto, mentre l’ultimo pezzo del puzzle si incastra infine al suo posto.
Si comporta così, a volte, il destino.

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a cura di Mario Castelli