di Marco Crespi
grafici Fabio Fantoni

 

 

I migliori. 7 gennaio 2019, i Milwaukee Bucks sono i migliori, lo dice il miglior record della NBA, 28-11, lo dice il miglior netrating, +9.0, vincono, piacciono, si convincono.

 

Brook Lopez

Partiamo dalla scorsa estate. I Bucks hanno finito la stagione regolare con 44 vittorie e sono poi stati eliminati al primo turno di PO. Arriva Mike Budenholzer come nuovo allenatore, contratto di quattro anni che sorpassa i tre di Antetokounmpo. Il (non) banale quesito è “Non è facile passare da good enough a great”: ce la possono fare i Bucks, e soprattuto, come?

Due dei principali problemi sono legati alla linea da 3: che non significa solo tirare da 3, ma anche spacing – e cioè area da coprire per la difesa avversaria – e come difendere/limitare il tiro da 3 degli avversari.

I Bucks hanno tirato 24.5 triple a partita (25esimi nella Lega per frequenza, solo 24esimi per efficienza, con il 35.6%). Poco, troppo poco se in squadra hai a disposizione un giocatore come Giannis, unico per talento, capacità di migliorarsi anno dopo anno, ma senza (ancora…) capacità di tirare da 3 punti.

I Bucks si conservano in difesa perché non hanno taglia per proteggere il ferro e non hanno nemmeno velocità di piedi per cambiare. Questo significa lasciare tanti tiri da 3 agli avversari, soprattuto tanti tiri da 3 aperti presi con vantaggio. 

I Bucks decidono di firmare Brook Lopez, contratto di un anno a 3.382.000 dollari: nulla per uno starter. Firmano anche Ilyasova, giocatore che sa sempre dare un buon apporto alla sua squadra, capacità però quasi mai premiata dalla continuità con la stessa squadra: qui il contratto è di 3 anni, 7.000.000 per ogni stagione. Anche i numeri possono trasmettere un senso in questo caso: zero pressione salariale per vedere come Lopez può cambiare (o non cambiare qualcosa), e continuità contrattuale per un giocatore che sa sempre adattarsi alla squadra (Ilyasova), e saperlo fare è la chiave per giocare con Giannis ed esaltare la sua partita.

Cosa succede oggi?

Photo by Stacy Revere/Getty Images

I Bucks sono secondi nei tiri tentati da 3 punti, 39.3 (secondi solo a, ovviamente, Houston con 42.9) e Giannis è il primo per canestri fatti nella restricted area (arrivando cioè al ferro). Per la prima volta dopo quattro anni il primo non è Lebron.

I Bucks hanno cambiato lo spacing. Lo hanno cambiato grazie a Brook Lopez. Prima guardiamo le clip video, poi analizziamo numeri.

Tirare più da 3 punti non cambia la partita solo nel numero di tentativi da dietro la linea, ma apre anche maggiori spazi, esaltando la partita di Giannis. Dando soprattutto un nuovo marchio al gioco dei Bucks. Un marchio che li avvicina all’essere great e alla convinzione di poterlo essere.

E se tiri così, e attacchi così, quando gli avversari tentano di negarti quel tiro da 3 (che fa così male), allora diventi un altro giocatore rispetto a quello quasi (non) sopportato a Brooklyn (e va riconosciuto a coach Atkinson di aver deciso che la visione Nets di tirare da 3 punti doveva coinvolgere anche Lopez).

Brook Lopez è un’altra persona con un’altra energia, e la difesa contro di lui è completamente cambiata rispetto a quella della scorsa stagione. Lopez sa stare anche in area, ma non a riposare bensì per proteggerla. Non solo come concetto, ma anche come efficienza. Le squadre avversarie tirano da sotto solo 26.8 volte, i Bucks sono primi anche qui, quelli che fanno andare gli avversari meno di tutti al ferro.

Grazie a quel giocatore firmato con un anno di contratto: miglior rapporto salario-impatto.

 

Giannis 

La bellezza dei suoi occhi di ragazzino che, abbassandosi, solo cinque anni fa sussurravano il sogno di diventare un giocatore NBA. Il poter essere il nuovo LeBron. Il sorpassare ruoli e posizioni. L’essere universale. Si notano tante cose, guardando la partita di Giannis, e già domani se ne aggiungerà un’altra: sceglierne qualcuna non è facile.

Partiamo dall’estate. Ogni estate per lui ha significato lavoro, fisico e tecnico, per aggiungere un singolo miglioramento ogni volta. Nel suo modo di giocare c’è sempre più luce. Come per un Super Eroe. 

Ha rifiutato l’invito a giocare con altre stelle NBA “Altri lo fanno, io non voglio farlo. Non mi sentirei a mio agio”, lui non vuole mostrare agli altri i dettagli del suo divenire. Non vuole essere visto in una buddy-buddy relazione con gli altri giocatori. Non si tratta di una posizione ordinaria, e massimo rispetto per chi sa dire no ad una tendenza che appiattisce. E lui riesce anche a spiegarlo con la sua speciale naturalezza.

Sempre più forte. Sempre sorpassando avversari, spazio e tempo. 

In questo grafico vediamo la frequenza e l’efficienza dei suoi tiri al ferro, dalla media distanza e da 3.

C’è una crescita, ma non così evidente come quella che invece il nostro occhio (incantato) ammira vedendolo in campo. La sua partita supera ruoli e posizioni, la sua partita è giocare in modo universale ben oltre il sapere fare un po’ di tutto. E’ capace di attaccare in tante situazioni, creandole e prendendole dal campo.

Un esempio è il pick and roll, o meglio il DHO (dribbling hand off, cioè la collaborazione tra due giocatori con un passaggio tra chi ha la palla in mano e si muove in palleggio e chi va verso di lui per riceverlo), situazione sempre più frequente. Giannis lo può giocare con la palla in mano (cioè – se volessimo utilizzare un’espressione sempre meno oggettivamente reale – da lungo) o andando a prendere la palla (cioè da piccolo), con efficienza in entrambe le situazioni. PPP (Point Per Possession) di 1.54 quando è lui a partite con la palla in mano, PPP di 1.11 quando è lui a riceverla: eccellente in entrambi i casi. 

Giannis attacca dal palleggio e lo fa nella direzione giusta per cercare il difensore da bloccare. Il passaggio non è consegnato (altra cosa ormai lontana dalla realtà). Il ball-handling, l’atletismo, e la sua “lunghezza” creano vantaggi.

E se la difesa anticipa la sua scelta, Giannis, con la palla in mano, ha l’intelligenza nel leggere e – nella seconda clip – così da non passare la palla, tenerla e volare a canestro.

Giannis viene sempre cercato, la squadra va verso di lui per dargli vantaggio e lui, ricevendo in corsa e non da fermo, non dovendo tenere il palleggio aperto in attesa del blocco, può allargare il suo passo e finire l’azione così.

Manca il tiro da 3. La scorsa stagione 1.9 tentativi a partita con il 30.5%, quest’anno 2.4 tentativi con il 15%: peggior percentuale ma frequenza più alta, avanzando nel miglioramento della sua partita.

Quando tira, le sue spalle vanno indietro senza motivo perché tanto non deve allontanarsi da un difensore che in realtà gli lascia sempre spazio. Con quei piedi, saltare naturalmente in avanti (e non all’indietro) gli darà un gesto più corretto e più affidabilità in termini di percentuali. Lo sa già. Completerà anche questa parte, andando a prendere la palla, non aspettandola, aggressivo com’è la sua partita. E noi lo aspettiamo in piedi.

Photo by Nathaniel S. Butler/NBAE via Getty Images

 

Khris Middleton

La prima sensazione è che appaia più ai margini del gioco dei Bucks, o meglio, le chiamate di giochi per lui sembrano quasi per dimostrargli credito. E il suo modo di attaccare sembra ad intermittenza. E’ una presenza da verificare.

Vediamo i numeri. Proiettando le sue statistiche sui 40’, segna 22.9 punti rispetto ai 22.4 della scorsa stagione, prende 7.5 rimbalzi invece di 5.7, tira molto più da 3 punti con 8.8 tentativi rispetto ai 5.5 di un anno fa e, di conseguenza, il suo rapporto tra tiri da 3 e tiri dal campo è passato dal 32% al 48%. 

Una differenza c’è. Un adattamento ci deve essere stato, sia tecnico che mentale: Giannis è sempre più un modello di gioco, un modello di gioco vincente e unico, un modello nuovo, un modello che condiziona.

Qualcuno si esalta e (ri)nasce (Lopez), qualcuno deve cambiare i suoi tempi con la palla in mano ricevendola in modo diverso rispetto a prima, dovendola aspettare di più dietro la linea dei 3 punti. 

Oggi per Middleton è così. Non meglio o non peggio, ma diverso. E fino ad adesso, vincente.

Photo by bleacherreport

La visione di Budenholzer, la sua capacità di portare un modello che esalti Giannis, il suo saper scegliere chi aggiungere al roster, la sua intelligenza nel convincere i giocatori a giocare in modo aggressivo in difesa, attaccando. Squadra vera in attacco. Squadra vera in difesa. E non a caso Brogdon può sentirsi -contemporaneamente – motore della squadra e giocatore trasportato da questo modello. Si può essere un pezzo importante di una squadra vincente anche senza talento, se la tua squadra sono i Bucks che giocano con una visione seria ed eccitante.

 

PS. Questo grafico di Fabio Fantoni ci mostra la posizione di ogni giocatore NBA nelle varie classifiche individuali. Non può e non vuole essere l’analisi di una tendenza ma solo un piccola curiosità di come i top giocatori diventano sempre più universali, di come Giannis sia presente nei Top 40 di ogni classifica. Facendo sempre più cose sul campo, facendosi sempre più divertire.