Hey now you’re an All Star get your game on, go play
Hey now you’re a Rock Star get the show on get paid
And all that glitters is gold, Only shooting stars break the mold

– All Star by Smash Mouth

 

Mani che sudano, gambe che tremano e cuore che batte a mille. Un groviglio di emozioni all’altezza dello stomaco, poco sotto lo sterno, al centro del petto. Le palpebre sbattono nervose, la salivazione praticamente azzerata.

Certo non è la gara 7 per il titolo, non ci si gioca il tutto per tutto, ma forse proprio perché non si tratta di un lavoro di squadra è una situazione che tocca corde ed emozioni diverse, più private e personali. Intime.
Stiamo ovviamente parlando della convocazione all’All-Star Game. Croce e delizia di analisti e giornalisti, General Manager e giocatori, tifosi e Gregg Popovich. Ogni volta c’è almeno un illustre e meritevole escluso, un infortunio in un ruolo particolare, o un miliardo e mezzo di voti dalla Cina che scompigliano le carte in tavola. I posti in ballo invece, quelli sono fissi: 24 giocatori (una dozzina per l’Est, altrettanti per l’Ovest), di cui 5 partenti e 7 riserve.

 

I quintetti li sceglie il pubblico. Se hai l’X-Factor entri, se no nada. Piaccia o non piaccia il televoto regna sovrano. I sostituti sono selezionati dagli allenatori, con l’unico divieto di optare per i propri alfieri. In caso di assenze dell’ultima ora (leggi: infortunio a Kobe Bryant) spetta al Commissioner mettere una pezza. Una sorta di lotteria, o di notte degli Oscar. C’è sempre qualcuno che si ritrova in mano una insipida statuetta alla carriera e c’è sempre un Di Caprio inspiegabilmente snobbato dalla Academy. Per ora conosciamo i coach (le new entry Steve Kerr e Mike Budenholzer) e i quintetti base: Steph Curry, Kobe Bryant, Blake Griffin, Anthony Davis, Marc Gasol per l’Ovest e John Wall, Kyle Lowry, LeBron James, Carmelo Anthony, Pau Gasol per l’Est.

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Resta in ogni caso il fatto che se sei convocato fisso da ormai 14 edizioni consecutive, non serve consultare la successione di Fibonacci per immaginare che la quindicesima chiamata sarà pressoché assicurata. Per chi ha partecipato una sola volta vale piuttosto il contrario, con la replica che non è quotata nemmeno dai bookmakers di Las Vegas: chiedere a Juwan Howard (1996), Nick Van Exel e Jayson Williams (1998), Wally Szczerbiak e Shareef Abdur-Rahim (2002), Jamal Mashburn (2003), Mehmet Okur e Josh Howard (2007), Chris Kaman e Gerald Wallace (2010), Andrew Bynum e Andre Iguodala (2012) e agli altri 120 Paganini della lista per credere. Una lista piuttosto lunga tra l’altro, visto che su 397 convocati dal 2 Marzo 1951, e cioè da quando esiste una Partita delle Stelle, sono 268 quelli con molteplici convocazioni.  Gli altri, non più pervenuti.

 

L’exploit degli una tantum è del 1998, con 8 giovani e meno giovani valorosi mai richiamati in servizio: Kenny Anderson, B. J. Armstrong, Mookie Blaylock, Derrick Coleman, Horace Grant, Charles Oakley, Clifford Robinson e John Starks. Anche allora si giocò al Garden ma i riflettori non furono proprio per i novellini:

Notevole pure il 2004, con 6 desaparecidos di lusso…non proprio tutti indimenticabili e non necessariamente per ragioni legate al Gioco: Michael Redd, Sam Cassell, Andrei Kirilenko, Ron Artest (che da Metta World Peace non ha riavuto l’onore), Kenyon Martin e Jamaal Magloire (sì, avete letto bene). Liberi di non crederci eh, ma gli highlights non dimenticano:

Questo per quanto riguarda le meteore. In attesa delle comunicazioni ufficiali sulle matricole (attese entro fine mese), ecco una lista di nomi vergini, che potrebbero esordire in grande stile nel 64esimo episodio della saga stellare. Anche senza George Lucas in regia lo spettacolo difficilmente mancherà e se di solito la prima volta dei comuni mortali è sul divano di casa di lei o tra i ruvidi sedili ribaltabili della Panda 1000 Fire presa di nascosto dal garage del nonno, per loro sarà al Madison Square Garden. Un debutto da 19.812 spettatori e altrettante paia di bulbi oculari pronti a stupirsi e magari anche a lacrimare. Se dal ridere o dalla commozione dipende tutto da come andrà. Oltre che dalla classica ansia da prestazione.

 

 

Klay Thompson

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Dopo che Steph Curry era stato incoronato All-Star dodici mesi fa con tanto di consenso plebiscitario e partenza in quintetto, il 2015 potrebbe essere l’anno buono per il suo Splash Brother del cuore. Il figlio di Mychal, proprio come il figlio di Dell, non smette di progredire: al suo terzo giro nella lega viaggia a oltre 21 punti a partita, con i Golden State Warriors saldamente primi a Ovest, forti del miglior record NBA.

Tornato dai mondiali iberici con una medaglia d’oro al collo, ha festeggiato il sontuoso rinnovo contrattuale (max contract da 70 milioni di dollari in 4 anni) rifilando 41 punti ai malcapitati Lakers. Tira con il 45% abbondante dal campo e difende su chiunque. Non domo, ne a messi 52 contro i Kings, altro massimo in carriera. Dopo i 37 punti nel solo terzo quarto (record NBA da far cadere le mascelle), alla voce ‘All-Star’ sul dizionario trovate la sua foto. In camera la targhetta della valigia dice già New York.

 

 

DeMarcus Cousins

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Non sarà una cima in spogliatoio ma in campo è un’autentica belva. E qui stiamo parlando di vincere partite, non il Nobel per la medicina. Rimessosi da una forma di meningite virale che l’ha tenuto a letto per due settimane, ha ripreso da dove aveva lasciato: dominare in vernice. Non si fosse fermato, probabilmente Michael Malone sarebbe ancora comodamente seduto sulla panchina dei Kings anziché trovarsi in piazza con Landini. Una doppia doppia sempre pronta ad accadere, un repertorio in post ogni giorno più ricco di soluzioni: il ragazzone dell’Alabama è a sua agio nel pitturato come un magutt bergamasco. Quasi da solo teneva Sacramento vicina al 50%. Se non è degno di nota questo, non si sa cosa lo sia.

 

 

Jimmy Butler

jimmy

Difensore dell’anno, giocatore più migliorato e per qualcuno persino MVP se i Bulls dovessero trionfare nella Eastern. In pratica non c’è un premio a cui il texano dagli occhi di ghiaccio e dalle mani roventi non sia candidato. E il tutto partendo letteralmente dal nulla (qui vi avevamo raccontato la sua storia).
Reduce dall’ennesimo salto di rendimento alla Bob Beamon, se fosse per Thibodeau non uscirebbe dal campo nemmeno quando allo United Center tolgono il parquet e mettono giù il puck per far pattinare i Blackhawks. Non vede l’ora di calcare coi suoi stivali il legno nobile del Garden.

 

 

Almeno un Atlanta Hawk

hawks

Una striscia di candidati per una squadra in striscia di vittorie. Che poi il nome sia Kyle Korver o Jeff Teague fa poca differenza.

Il primo ha raggiunto l’apice della meccanica di tiro ed è un cecchino a un passo dall’infallibilità (roba da club del 50-40-90). Se Bradley Cooper non vince l’Oscar per American Sniper, lo danno direttamente a lui.

Il secondo da Wake Forest è la piacevole costante nel sistema georgiano, con una media punti sempre in rialzo da quando, 6 primavere fa, è diventato pro. Il suo è il nome più papabile, i posti tuttavia sono contati e quando si ferma la musica c’è sempre qualcuno che rimane senza sedia.

Certo con due Warriors in uniforme a Ovest anche gli Hawks col primato a Est (e secondo miglior bilancio in regular season) potrebbero ambire a riservare due spot. Chissà chi strapperà il biglietto.

 

 

Mike Conley

conley

Cercare un buco nel backcourt dell’Ovest è come cercare Giovanardi al Gay Pride. Il vecchio Mike lo sa bene e sa anche che ancora una volta potrebbe pescare la pagliuzza corta. Sarebbe un peccato. Se non altro perché la pulizia del suo gioco è ammirevole: cifre consolidate ma in costante incremento, convinzione da quarterback nell’imbeccare in end zone Gasol e Randolph, fumble e intercetti ridotti ai minimi termini. Gii mancano gli anelli di Tony Parker, l’esplosività di Russell Westbrook, la barba di James Harden e gli effetti speciali di Chris Paul e Damian Lillard. Questo potrebbe costargli ancora una volta caro, come caro costa da un paio di anni a questa parte a un altro rimbalzato fisso al fotofinish, Eric Bledsoe. A casa Conley però sono tutti in attesa con le dita incrociate. Basterà?

 

 

Andre Drummond

andre

Delle torri gemelle di Detroit, una spicca con una certa quale autorità sullo skyline della città. E non è il Renaissance Center. Più in alto dei suoi 73 piani, e di Greg Monroe, arriva solo Andre Drummond. Non sono in tanti i ventunenni che possono attentare al posto di miglior rimbalzista della lega. Per ora la pertica da Mount Vernon ne cattura circa 13 a partita. Meglio di lui c’è solo DeAndre Jordan. Ah, dalla partenza di Josh Smith (e prima dell’infortunio a Brandon Jennings) i Pistons hanno inanellato una serie da 12 vinte – 3 perse, e rischiano pure di tornare in corsa per una piazza ai playoff. Serve aggiungere altro?

 

 

Monta Ellis

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Elettrizzante ma con poca coscienza negli anni californiani, ha perso poco in esplosività e guadagnato tanto in maturità cestistica. Migliore selezione di tiro, migliore integrazione coi compagni, migliore dei Dallas Mavericks sempre in lizza per i playoff nel selvaggio West (l’investitura è di un certo Dirk Nowitzki). Il pistolero che non ha mai indossato la canotta di un college è giunto alla nona stagione in carriera e vorrebbe festeggiare con un posticino nel firmamento NBA. L’unico ostacolo da superare a quel punto sarebbe trovare un centimetro di pelle libero per aggiungere un tatuaggio celebrativo. Auguri.