illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Daniele Vecchi

 

 

 

Il 17 giugno 2015 i Golden State Warriors si laurearono Campioni NBA per la prima volta dal 1975, battendo 105-97 i Cleveland Cavaliers in Gara 6 alla Quicken Loans Arena di Cleveland, vincendo la Finale 4-2, con una grande performance di Stephen Curry, autore di 25 punti e risultando il miglior realizzatore dei Warriors in quelle Finals, con una media di 26 punti a partita.

Mentre Steph festeggiava il suo primo Titolo NBA, spianando la strada alla dinastia Warriors degli anni a venire, Seth Curry, il fratello minore di Steph, si preparava alla Summer League con i New Orleans Pelicans, dopo una stagione agli Erie BayHawks, squadra di D-League affiliata agli Orlando Magic, con i quali aveva totalizzato una media di 23.8 punti a partita.

Oggi Seth Curry è un giocatore capace di fare la differenza, avendo trovato la sua massima espressione in carriera con la maglia dei Philadelphia 76ers.

Seth non è più solo il fratello meno talentuoso dei due, è un giocatore più che solido e sta dimostrando grande motivazioni e grande talento.

In questa stagione NBA, con tutte le prudenze e i piedi di piombo del caso, si possono affermare alcune cose, a riguardo dei Philadelphia 76ers:

  • I Sixers corrono in campo aperto.
  • I Sixers difendono.
  • I Sixers si divertono.
  • Tra Embiid e Simmons sembra esserci in atto una tregua.
  • Tobias Harris attacca il ferro, ed è sensibilmente più altruista.

Merito di Doc Rivers, probabilmente, o forse merito della dipartita sportiva (a detta di tutti, giocatori, giornalisti e insiders philadelphiani) di Brett Brown, secondo molti la vera scelta sbagliata dei Sixers nell’ultimo decennio.

Seconda migliore difesa del campionato, miglior squadra a rimbalzo difensivo, quasi sempre in controllo totale del ritmo gara e con una concentrazione di squadra che in questo momento della stagione è oro colato, i Sixers risultano essere una squadra solida ed equilibrata, e il Numero 31 ha parecchio a che fare con questa nuova attitudine.

Infatti come dicono in tutti i blog di tifosi Sixers, se la stagione 2021 ha un volto, è il volto di Seth Curry, al netto dell’incontestabile oracolo di tutti i tifosi Sixers, ovvero Protein Shake Milton.

I due, soprattutto nelle ultime gare, si alternano al rookie Tyrese Maxey nel ruolo di tiratore designato, aprendo il campo da oltre l’arco dei tre punti dando a Philly una dimensione diversa dallo strapotere di Embiid in area e dalla fisicità di Simmons nell’attaccare il canestro.

Ritmo, transizione, e tiro da tre punti, Seth è esattamente tutto quello che è mancato a Philly nella ultima stagione.

foto inquirer.com

Il Seth Curry visto finora in maglia Sixers è lo stereotipo del giocatore con grande fiducia in sé stesso, capace di prendere in mano una squadra nonostante la presenza di altre 2/3 superstar già conclamate come Embiid, Simmons e Harris, e di guadagnarsi la loro fiducia.

Per tutta la off season e la pre season tutti gli addetti ai lavori e i tifosi di Philly hanno invocato a gran voce una point guard vera e soprattutto un tiratore dalla lunga distanza, date le caratteristiche di Ben Simmons.

Seth sta rispondendo presente, confermandosi l’uomo su cui contare per aprire il campo, il tutto per 8 milioni all’anno (altri due anni di contratto alle stesse cifre).

Altro aspetto interessante dell’arrivo di Curry il 18 novembre 2020 da Dallas, è che Seth sia arrivato in cambio di Josh Richardson (10 milioni l’anno), che a sua volta era arrivato ai Sixers da Miami nella off season 2019, quindi pare proprio che Philadelphia abbia trovato il “lato positivo” del sanguinoso sign and trade di Jimmy Butler agli Heat.

Seth Curry pare finalmente aver trovato la propria strada, all’alba dei 31 anni.

Seth e Stephen, due carriere diverse, due talenti diversi, e due situazioni mentali diverse, soprattutto dalla ascesa di Steph ai vertici del basket mondiale.

Stephen Curry, MVP, uno dei più entusiasmanti giocatori della Lega, pluri campione NBA e pluri All Star, colui che ha forzato il gioco del terzo millennio a diventare quello che è adesso (che piaccia o no), un vero e proprio punto di svolta della NBA moderna.

Partendo da questi presupposti, non dev’essere stato assolutamente facile per Seth, in questi anni, essere il fratello di Steph.

Ma non è sempre stato così.

Anche Seth alla High School e al college era una star, al pari se non più di suo fratello.

Seth è di due anni più giovane di Stephen, nato nel 1990, e ovviamente anche lui cresciuto a Charlotte dove il padre Dell era, come tutti sappiamo, un ottimo giocatore e colonna portante degli Charlotte Hornets.

Alla Charlotte Christian School (la stessa di suo fratello Stephen) Seth si dimostrò immediatamente come una dotatissima shooting guard, grande realizzatore, capace di passare, di difendere e di portare palla, guadagnandosi tutta la trafila di onori, All Conference, All State e All American, guadagnandosi anche i riflettori di molti college di primo piano.

Seth invece scelse la Liberty University, nella Big South Conference, una conference senza college di primo piano, dove già dal suo anno da freshman Seth si ritrovò ad essere la superstar dell’intero torneo, divenendo, da freshman, il miglior realizzatore ogni epoca della Big South per singola stagione, sentendo subito il bisogno di palcoscenici più importanti, per esprimere il proprio talento.

Foto Espn

Dopo un anno a Liberty, Curry accettò la proposta di Duke, di cui divenne uno dei giocatori più importanti. 

Nella sua stagione da senior, 2012/13, Seth viaggiò con una media di 17.5 punti a partita, venendo nominato ACC First Team, e All American Second Team, avendo tutte le carte in regola per una chiamata al Draft NBA 2013.

Seth però non venne chiamato da nessuno e rimase undrafted, uno dei migliori giocatori di quella tornata ad essere rimasto fuori, non convincendo del tutto gli scout a causa della statura e della prestanza atletica, non considerate idonee per una shooting guard di massimo livello. 

Il talento era comunque trabordante già a quel tempo, e Seth guadagnò una chiamata alla Summer League dei Golden State Warriors, la squadra di suo fratello, con i quali giocò sei partite di pre season, non riuscendo però a guadagnarsi un posto nel roster della stagione.

Qui cominciò la sua idiosincrasia con la NBA, dove riuscì a giocare solo 4 partite in due stagioni con tre squadre diverse, Memphis Grizzlies, Cleveland Cavaliers e Phoenix Suns, segnando solo un canestro da tre punti (con Cleveland) in 17 minuti totali in due anni.

Nonostante questa reiterata mancanza di fiducia da parte di queste squadre NBA, Seth si dimostrò il vero dominatore della D-League, al suo esordio con i Santa Cruz Warriors segnò 36 punti con 12 su 19 dal campo, terminando la stagione 2013/14 con una media di 19.7 punti e 5.8 assist a partita.

Nella stagione successiva ai già citati Erie BayHawks in D-League totalizzò 23.8 punti, 3.9 rimbalzi e 4.2 assist di media a partita, dimostrandosi un giocatore che probabilmente meritava una chance vera anche al piano di sopra.

Foto Espn

La chance per Seth arrivò dopo aver dominato la Summer League di Las Vegas nell’estate 2015 con i New Orleans Pelicans, guadagnandosi un contratto garantito con i Sacramento Kings, che videro in lui un grande tiratore.

Nonostante la stagione sfortunata di quei Kings, partiti con grandi ambizioni (tra le loro fila anche Marco Belinelli) e finiti fuori dai playoff, giocò 44 partite partendo 9 volte titolare (prevalentemente nella seconda parte della stagione) con una media stagionale di 6.8 punti, lasciando intravedere sprazzi di grande talento e dimostrando una crescente solidità, acquisita anche grazie ad un minimo di fiducia dell’ambiente circostante.

Appariva chiaro ormai che le sue potenzialità erano state chiaramente snobbate e sottovalutate, nei suoi primi due anni di professionismo.

La sua buona stagione ai Kings venne ripagata con un contratto con i Dallas Mavericks nella stagione successiva, dove dimostrò tutto il suo valore con 12.8 punti di media a partita, pur in una stagione perdente da 33-49.

Ormai Seth sembrava aver finalmente convinto tutti di essere un giocatore che “belongs”, ovvero che è a livello NBA e che merita di starci, ma durante il training camp della stagione 2017/2018 soffrì di una frattura da stress alla tibia destra, frattura che si rivelò più grave del previsto e che necessitò di un intervento chirurgico, costringendolo a saltare tutta la stagione.

foto columbian.com

Seth non si diede per vinto, ritornò al massimo del suo potenziale nel 2018/2019, e ricominciò dai Portland Trail Blazers, dove però il suo apporto offensivo e il suo minutaggio calarono sensibilmente (da 12.8 punti con Dallas a 7.9 punti con Portland, da 29 minuti di impiego con Dallas a 18.9 minuti di impiego con Portland), e mentre suo fratello Stephen conseguiva la terza nomination per l’NBA First Team e raggiungeva le NBA Finals con i Warriors (sconfitti 4-2 dai Toronto Raptors), Seth sembrava essere “regredito”, dopo tutti gli sforzi fatti per affermarsi come buon giocatore NBA.

Sempre facendosi forte delle proprie motivazioni nonostante le circostanze avverse, Seth tornò a Dallas nel 2019/2020, ancora con Rick Carlisle ma con Luka Doncic e Kristaps Porzingis come prime punte, e riuscì a ritagliarsi un ottimo spazio, ritornando ai suoi livelli di minutaggio e di punti (12.4 punti di media a partita, con un career high di 37), disputando degli ottimi playoff (i Mavericks uscirono al primo turno eliminati 4-2 dai Los Angeles Clippers) e confermandosi un giocatore che poteva giocare egregiamente anche a livello di post season.

foto dallasnews.com

Nella ultima off season i Sixers hanno sacrificato Josh Richardson per puntare su Seth, investendolo di una grande responsabilità, visto che Philly necessitava proprio di un tiratore da tre e di un trattatore di palla.

E l’inizio di questa stagione sta dando ragione alla scelta di Daryl Moray.

Seth come detto è la faccia delrinnovato entusiasmo che sembra aleggiare nei Sixers, squadra che senza Brett Brown pare aver ritrovato semplicemente la gioia di giocare assieme e divertirsi su un campo di basket.

La fiducia che Rivers ha dato al marito di sua figlia Callie può essere vista da due punti di vista diametralmente opposti.

Può essere stato una specie di “favore” fatto da Rivers alla figlia, che può avere convinto il padre a ingaggiare il marito (difficile da credere), e allo stesso tempo può essere un sovraccarico di responsabilità nei confronti di Seth, costretto a rendere al massimo (e magari anche più di altri) non solo come giocatore ma anche come componente della famiglia, cosa che poteva essere un’arma a doppio taglio per Seth.

Invece sembra proprio che l’uomo da Duke ci sguazzi alla grande, nelle responsabilità e nella pressione, e questo è proprio ciò che Rivers e i Sixers stanno cercando.

Doc Rivers rimane comunque un grande motivatore.

Probabilmente molto più bravo come motivatore di singoli giocatori che di squadre.

I denigratori dell’ex giocatore degli Atlanta Hawks, come allenatore, affermano che Rivers ha sì vinto un Anello NBA da coach, ma alla guida della squadra probabilmente meglio auto-amministrata a livello di spogliatoio, quei Boston Celtics in missione, con i Big Four, Paul Pierce, Ray Allen e Rajon Rondo capitanati da Kevin Garnett che finalmente si scoprì leader dopo gli anni di Minnesota.

Una sorta di “pilota automatico”, per Rivers, in quegli anni in Massachusetts.

Ma rimane comunque il fatto che, a quel massimo livello, devi sempre esserci per i tuoi giocatori, devi conoscere in ogni minimo particolare le caratteristiche non solo tecnico-tattiche di tutti i tuoi giocatori, ma anche ogni singola sfumatura psicologica. 

Una mancanza di comprensione degli equilibri mentali della tua squadra, e tutto può trasformarsi in un disastro, come spesso è accaduto a grandissime squadre ricolme di superstars.

E così Doc Rivers sta lavorando su Seth Curry. 

Riesce a motivarlo come ancora nessuno è riuscito a fare, probabilmente dandogli il rispetto tecnico-umano che merita, e che forse fino ad ora nessuno era riuscito a dargli.

Di certo non dev’essere stato facile convincerlo che era l’uomo giusto per sua figlia, quella probabilmente è stata la sua impresa più grande.

E ora Curry lo sta ripagando con punti, attitudine, talento e soprattutto difesa, ottenendo splendidi risultati sul campo.

Pare chiaro che il talento offensivo di Seth non sia paragonabile a quello di suo fratello Stephen, ma essere un’outsider in mezzo a una telenovela mai svelata completamente come quella tra Philadelphia, Joel Embiid e Ben Simmons, è un chiaro segno di personalità, attitudine, fiducia nei propri mezzi e talento.

Ora i Sixers anche grazie a lui sono al comando della Eastern Conference, e se Curry continuerà con questo rendimento, se Embiid e Simmons manterranno alta la concentrazione sulla squadra piuttosto che sulle singole performances, e se Harris continuerà ad avere questa voglia di divertirsi sul campo attaccando il ferro e fidandosi dei compagni, allora nella post season i Sixers potranno dire la loro. 

foto Bill Streicher-USA TODAY Sports