Ragazzo, ma che cazzo stai facendo?”.

Non sappiamo di preciso cosa disse coach Jason Barton, ma le parole che usò verso il ‘ragazzo’ -un puma dai muscoli scolpiti nel marmo che gli era stato portato da Keith Odister, padre della sua point guard Kyle- dovrebbero essere state più o meno queste. Su un campo da basket possono capitare innumerevoli cose bizzarre, ma il coach dei NorCal Pharoahs, squadra del campionato AAU della zona di Sacramento, non aveva mai visto un giocatore segnare nel proprio canestro. Però il ragazzo aveva le sue buone attenuanti: questa era la prima partita in vita sua e a dire il vero le regole di questo gioco non è che le avesse proprio capite tutte, anche perché era arrivato da poco da Benin City, città della zona meridionale della Nigeria, dove palloni da basket non ne aveva neanche mai visti. E poi lui in realtà in America ci era andato per diventare dottore: era questo ciò che voleva mamma Patricia per il suo figliolo, che in patria si era appena diplomato alla ragguardevole età di 14 anni, mica che perdesse i suoi pomeriggi a giocare a basket invece di impiegarli sui libri. Solo oggi mamma Patricia comincia gradualmente ad accettare, sia pur con riluttanza, il fatto che quella laurea in medicina non sia mai arrivata (si è comunque  laureato in economia) e che suo figlio abbia speso così tanti pomeriggi -sicuramente troppi a suo dire- a correre dietro un pallone arancione. Anche perché in circa 10 anni Ifeanyi Festus Ezeli-Ndulue, il cui primo nome significa “nulla è impossibile a Dio”, è passato dal non saper riconoscere il canestro in cui doveva attaccare a conquistare l’accesso al luccicante palcoscenico delle Finali NBA.

con Doug Cornelius

con Doug Cornelius

Apri bene le orecchie perché sei il primo ragazzo, e probabilmente anche l’ultimo, a cui dico una cosa del genere: guadagnerai più soldi grazie al basket di quanti ne guadagneresti facendo il dottore”.

La reazione di Festus nel sentire quelle parole oscillava tra lo sconcerto, l’incredulità e l’imbarazzo, ma coach Doug Cornelius sembrava sicuro di sé, ed effettivamente ci aveva visto lungo. Due anni prima, quando Ezeli era arrivato a Yuba City, in alta California, direttamente dalla Nigeria, era un ragazzotto di circa due metri abbastanza scoordinato che non aveva mai giocato alcuno sport di squadra in maniera organizzata, al di fuori di qualche partita di calcio con gli amici. “Normalmente agli eventi sportivi a casa mia ero sempre stato quello che tifava, mai quello che giocava” ammette candidamente ad anni di distanza. In patria si era sempre concentrato sullo studio, come volevano il papà Festus sr, uomo d’affari, e la già citata mamma Patricia, giudice e proprietaria di una scuola privata: avendo saltato l’asilo e avendo bruciato le tappe ai tempi delle medie, Ezeli era arrivato a conseguire il diploma all’età di 14 anni, mettendo in mostra tutta la propria spiccata intelligenza e la passione per la cultura e l’istruzione. Da qui la scelta dei genitori di mandarlo a studiare proprio in California, dallo zio Chuck Ndulue, per permettergli di completare la sua istruzione a livello accademico e diventare un medico, sebbene la sua reale aspirazione fosse quella di studiare fisica. Ma una volta che lo zio se l’era ritrovato davanti, Festus non era più il pupattolo di tre anni che Chuck ricordava dall’ultima volta che l’aveva visto, bensì un mezzo gigante. Fu proprio lui allora a consigliargli di provare con la pallacanestro, giusto per trovarsi un hobby con cui passare il tempo, dato che nei primi mesi la nostalgia della Nigeria era così forte che Festus piangeva a dirotto ogni volta che chiamava a casa. Però Ezeli per il basket non era proprio portato: dopo l’incidente con la squadra AAU, provò ad entrare a far parte della squadra della Jesuit High di Sacramento, che frequentò per un anno. Lì Festus si distinse come uno dei migliori studenti in assoluto in chimica, ma venne tagliato ai provini di inizio stagione proprio dal suo prof di chimica, che oltre a disimpegnarsi tra alambicchi e tabelle degli elementi aggiungeva l’impegno da coach a quello dietro la cattedra.

Non sapevo assolutamente niente del gioco, ignoravo pure che si dovesse cambiare campo dopo l’intervallo” ricorda oggi, “ero un ragazzo di 14-15 anni a cui bisognava spiegare tutto come se fossi un bimbo di 6, era frustrante per me e per gli altri. Qualche altro ragazzino mi prendeva in giro, ma questo nel tempo mi ha motivato ancora di più”.

Il suo carattere infatti non era quello di una persona che molla facilmente, così dopo i primi insuccessi continuò a lavorare. Iniziò ad allenarsi con Guss Armstead, un personal coach locale che lavorava con stelle liceali della zona e professionisti, facendo principalmente da sparring partner a Phil Ricci, giocatore visto per tanti anni anche in Europa con le maglie di Manresa, Le Mans e CEZ Nymburk tra le altre. Quando all’età di 16 anni Festus si iscrisse allo Yuba Junior College e si presentò a Doug Cornelius chiedendogli di giocare, aveva già fatto parecchi progressi rispetto agli inizi, ma la strada era ancora lunghissima. La prima cosa che coach Cornelius gli chiese, una volta portato sul parquet, fu di fare un arresto ad un tempo e schiacciare: la sua risposta, disarmante per uno di 204 cm, fu “non ne sono capace”. Il bagaglio di tecnica e coordinazione del giovane nigeriano era ancora letteralmente da costruire, ma il suo nuovo allenatore si accorse che la capacità di apprendimento di Festus era molto alta: se gli si faceva vedere una cosa, in breve tempo imparava a riprodurla. Cornelius lo convinse a non iscriversi all’università come studente a tempo pieno ma solo part-time, per mantenere l’eleggibilità accademica. Nel mentre Ezeli entrò a far parte della squadra, allenandosi assieme agli altri e fungendo da cameraman durante le partite di campionato.

Quando gli avversari ci vedevano arrivare guardavano me, che ero sempre il più grosso, e dicevano «oh oh, stasera sono guai», poi io tiravo fuori la telecamera, iniziavo a montare il cavalletto e il loro sguardo si trasformava in qualcosa tipo «ehi, ma che scherzo è questo?». Non credevano ai loro occhi

ride Festus ripensando a quei tempi. Passò un anno ad allenarsi con coach Cornelius, senza mai giocare.

Durante gli allenamenti, quando sbagliava qualcosa di semplice o non gli riusciva quello che cercava di fare, provava così tanta frustrazione che iniziava a prendere a pugni violentemente il parquet. Più di una volta ho avuto paura che si rompesse la mano”,

racconta Doug, a cui il giocatore dei Warriors è rimasto molto legato. Ma dopo l’anno di apprendistato dietro le quinte a Yuba, tornò il momento di provare a giocare sul serio, di nuovo con i NorCal Pharoahs nel torneo AAU. Bastarono poche settimane perché Ezeli, che nel frattempo era cresciuto fino a 2.10, divenisse uno dei giocatori più ricercati della California. La voce si sparse talmente tanto che venne invitato al Reebok All-America camp di quell’estate.

ezeli giovane

Un articolo di Sports Illustrated del 2011 ricorda che i reclutatori delle varie università, che erano lì per visionare ragazzini che ormai conoscevano e vedevano giocare fin dalle medie, quando videro apparire dal nulla Festus sembrava avessero visto Bigfoot, l’equivalente del nostro yeti. Nel giro di poche settimane arrivarono ben 27 offerte di borse di studio da parte di università di Division I. Coach Cornelius ricorda:

bastarono poche partite del torneo AAU e io stavo già parlando con UCLA, Ohio State, Florida, college di questo livello. A quel punto mi sono detto: ok, direi che me lo sono perso per sempre”.

Infatti Ezeli non fece mai in tempo a giocare un singolo minuto con la maglia di Yuba College. La scelta di Cornelius di mantenere intatta l’eleggibilità accademica si rivelò perfetta, perché così Festus aveva ancora davanti a sé 4 anni pieni di carriera NCAA ed era appetibile per qualsiasi università. Inizialmente nei suoi piani l’idea era di passare da una prep school, non ritenendosi ancora pronto per poter giocare a basket a livello di Division I. Ma poi i suoi consiglieri lo convinsero a non porsi limiti e le varie pretendenti vennero scremate finchè non ne rimasero quattro: Boston College, Connecticut, Harvard e Vanderbilt. I genitori spingevano fortemente per Harvard, uno dei più prestigiosi atenei degli Stati Uniti, ma Ezeli a quel punto voleva davvero vedere fin dove sarebbe potuto arrivare col basket e quindi scelse un giusto compromesso virando su Vanderbilt University, college di buona tradizione tanto accademica quanto sportiva, oltre che storicamente abituato ad avere nel suo roster ragazzi provenienti da altri paesi e inclini alla nostalgia di casa.

college

Nella prima stagione a Nashville, vissuta da redshirt freshman senza poter giocare, per via del trasferimento di università, venne spesso dominato in allenamento da AJ Ogilvy, la stella della squadra. Ma quando verso fine stagione lo staff tecnico si accorse che Festus stava diventando sempre più bravo a difendere sul suo avversario, allora si capì che il ragazzo poteva davvero essere un fattore, soprattutto nella sua metà campo.

Realizzai subito che sarebbe potuto essere un giocatore senza alcun futuro, che non avrebbe mai combinato niente, tanto quanto sarebbe potuto diventare un giocatore dominante” ricorda coach Stallings, l’allenatore di quei Commodores, “il suo range potenziale, dal negativo al positivo, era più ampio di quelli di qualsiasi altro giocatore avessi mai visto”.

Nelle prime due stagioni fu la riserva di Ogilvy, entrando nei pochi minuti in cui l’australiano si riposava e mettendo assieme cifre modeste con percentuali altrettanto modeste. In più si aggiungeva un problema: Festus soffriva di “ansia da palcoscenico”, non avendo mai giocato davanti a un pubblico numeroso in vita sua. Nel novembre 2008, durante uno scrimmage a porte chiuse contro North Carolina, che poi avrebbe vinto il titolo in quella stagione, tenne testa straordinariamente ai lunghi dei Tar Heels. Una settimana dopo, quando Vanderbilt affrontò Alabama-Huntsville, università di Division II, nel suo primo match casalingo stagionale, Ezeli faceva quasi fatica a staccarsi da terra.

Non riusciva neanche ad alzare le braccia a rimbalzo solo perché c’erano delle persone sugli spalti” rammenta ancora Stallings. “Non avevo neanche il controllo del mio corpo” conferma il nigeriano.

In quei due anni da riserva fece esercizi per gestire l’ansia e la pressione, seguì allenamenti personalizzati solo per lui per insegnargli a fare tagliafuori, dato che non aveva la minima idea da dove si cominciasse, e rinunciò alle abituali feste notturne collegiali per rimanere in camera sua a studiare il playbook o riguardare i filmati delle partite. Alla fine, dopo la fine del percorso universitario di Ogilvy, nell’anno da junior arrivò finalmente l’esplosione di Ezeli, che si fece trovare insospettabilmente pronto per a ricevere il suo primo vero minutaggio consistente della carriera, mettendo assieme 13.0 punti, 6.3 rimbalzi, il 58.8% al tiro e il record di stoppate in una stagione per l’università di Vanderbilt con ben 88 tiri cancellati, strappato di mano a Will Perdue, uno che sia pur da gregario ha comunque vinto in carriera qualcosa come 4 titoli NBA. In quel momento Festus si accorse che forse sì, davvero poteva far diventare il basket il suo mestiere, come preconizzato da coach Cornelius ai tempi in cui ancora non era neppure capace di schiacciare in 1vs0. Cambiò il suo percorso di studi, passando da biologia (abbastanza impegnativo per i ritmi di uno studente-atleta) a economia, scelta che la madre Patricia ha iniziato a digerire parzialmente solo negli ultimi mesi grazie ai risultati di questa stagione. Ma indipendentemente dalle materie studiate, la sua grande fame di cultura e l’amore per lo studio lo hanno portato a voler apprendere sempre di più, fattore che è risultato probabilmente determinante per riuscire a diventare un giocatore vero. L’anno successivo le statistiche si abbassarono leggermente, ma ormai il suo nome era conosciuto anche dai general manager NBA. Nel giugno 2012 si presentò al draft addirittura con la remota speranza di una chiamata al primo giro: i Golden State Warriors, reduci da una stagione da 23-43 nell’anno del mezzo lockout e alla ricerca di un backup center per far fronte ai problemi fisici di Bogut, lo draftarono con la 30esima scelta del primo round, l’ultima valida per un contratto garantito. Contro qualsiasi pronostico, Festus avrebbe giocato in NBA.

un discreto lavoro a quel draft...

un discreto lavoro a quel draft…

Nel suo primo anno da professionista giocò 78 partite, di cui ben 41 da titolare proprio per via degli acciacchi di Andrew Bogut, senza brillare particolarmente ma anche dimostrando di poter tenere il campo grazie alla sua energia, all’atletismo e all’etica del lavoro. Ma l’impatto con la nuova realtà non fu particolarmente facile né in campo, dovendosi misurare con il livello più alto possibile di uno sport che aveva comunque imparato a conoscere da pochi anni, e neanche fuori, dove come tutte le matricole (e forse pure di più visto il suo scarso pedigree) fu vittima di qualche “rookie hazing”, tipo quando i suoi compagni gli fecero sparire tutte e quattro le ruote della sua macchina, nascondendole in giro nella practice facility dei Golden State Warriors.

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Però la sua crescita come giocatore rischiò di rallentare dopo che un’operazione al ginocchio nell’estate 2013 lo costrinse a rimanere fuori per tutta la stagione successiva. In quel periodo lontano dal campo però Festus, oltre a seguire la riabilitazione per riguadagnare l’integrità fisica e l’atletismo precedente, ha continuato a studiare il gioco e a costruirsi un bagaglio tecnico e di conoscenze, guardando decine di ore di video anche nei momenti liberi. Al via di questa stagione Ezeli era di nuovo pronto al suo posto, e dopo poco più di un mese di rotazioni a singhiozzo, ha finalmente avuto la sua chance: complice uno stop di Bogut, il nigeriano si è trovato a giocare 8 gare consecutive con un minutaggio in doppia cifra, firmando anche una partita da 15 punti contro Sacramento e una da 10 contro i Lakers in due serate consecutive. Con quelle prestazioni è diventato definitivamente una pedina importante del roster, anche se per i suoi compagni è sempre stato fondamentale, soprattutto perché abituato a predere spesso e volentieri alla “credit card roulette”, l’abitudine che i giocatori dei Warriors hanno quando vanno a cena tutti insieme durante le trasferte: ogni giocatore mette la sua carta di credito in un cappello, dopodiché un cameriere viene incaricato di estrarle tutte, una alla volta, fino a che non ne rimane una che sarà quella che dovrà pagare la cena per tutti. “Perdo quasi sempre, divento matto” ha detto Festus quando questo particolare giochino è diventato di pubblico dominio, e per dimostrarlo ha anche postato un video sul suo profilo Instagram:

Proprio nel mezzo di quella striscia positiva, un infortunio alla caviglia però lo ha fermato sul più bello, facendogli perdere oltre due mesi di regular season e consentendogli di rientrare stabilmente solo a marzo, con un posto nelle rotazioni da riconquistare. Ma la fiducia in casa Warriors è sempre stata molto alta in lui e prontamente è tornato ad essere una pedina importante dalla panca per Golden State. Nel mese di marzo ha avuto un rendimento dall’efficacia elevatissima, come dimostrano le sue cifre rapportate sui 36 minuti: 17.4 punti, 13.1 rimbalzi e 4.4 stoppate. Il tutto condito dal solito mix di atletismo, difesa, abnegazione e intelligenza.

Onestamente sta ancora imparando il gioco, ma ha un grande potenziale e dei possibili margini di miglioramento spaventosi

ha detto recentemente Jarron Collins, assistente allenatore della franchigia californiana, che assieme all’altro assistente Luke Walton ha lavorato molto in palestra per farlo crescere. Un grosso endorsement -oltre che da Bogut, che si è più volte speso in favore della sua riserva- gli è arrivato anche da un altro dei giocatori chiave della squadra, Draymond Green, che nella conferenza stampa dopo la decisiva vittoria in gara6 contro Memphis si è fatto una domanda da solo a cui rispondere, solo per poter sottolineare l’importanza dell’apporto dato alla causa da Festus, che pure aveva giocato solo 2 minuti ma nel momento più difficile della partita, dicendo che senza di lui probabilmente quella partita non l’avrebbero vinta.

Il momento più alto della stagione è arrivato nella finale di conference contro Houston, quando Steve Kerr l’ha chiamato in causa con maggior frequenza per provare ad arginare Dwight Howard, ricevendone in cambio un ottimo apporto nei 15.8 minuti in campo: 6.8 punti, 6.0 rimbalzi e il 60% al tiro, compresa una prestazione da 12+9 nella decisiva gara5 che ha chiuso la serie e ha spedito i Warriors alla loro prima finale da 40 anni a questa parte. Con il suo rendimento tra l’altro Ezeli non ha conquistato solo i propri tifosi ma anche qualche fan dei Rockets, come testimoniato dalle foto postate dalla web-celeb Terann Hilow, tifosa di Houston famosa su internet per le immagini provocanti caricate sui suoi profili social, che ha voluto a tutti i costi farsi ritrarre con il numero 31 di Golden State.

Presa sicura

Presa sicura

All’eta in cui normalmente ogni giocatore con un potenziale futuro in  NBA è già stato scoutizzato a fondo, Ezeli non sapeva neanche cosa fosse la pallacanestro. Oggi invece si appresta a lottare per conquistare il più grande traguardo possibile per un cestista, dietro solamente forse all’oro Olimpico. Peter Guber, co-proprietario dei Warriors e magnate di Hollywood, sta già progettando un film sulla storia di un ragazzo che si trasferisce negli USA dall’Africa e arriva fino a giocare nei Golden State Warriors, ovviamente basandosi sulla vita di Festus. “Fin dall’inizio non avrei mai pensato di poter arrivare fin qui. Ci sono un sacco di persone al mondo che sognano di giocare una finale NBA, lavorano per quello, ma che non ci arriveranno mai. Io invece sono qua senza neanche averci mai sperato per un attimo. Nella mia mente le possibilità che potessi arrivare a giocare in NBA erano praticamente rasenti allo zero, il fatto che io sia arrivato fino a questo punto è assolutamente incredibile”. Da questa notte Festus Ezeli, il ragazzo che aveva finito il liceo a 14 anni e sarebbe dovuto diventare un medico, potrà giocarsi le sue chance di alzare al cielo il Larry O’Brien Trophy, il sogno proibito di chiunque abbia mai preso in mano una palla da basket. Proibito a maggior ragione per chi fino a soli 10 anni fa non conosceva neanche le regole e la suddetta palla la infilava nel proprio canestro.

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