Carissima, sono qui.

Grembiule blu, le elementari, forse ricordi. Ricordi di un appartamento piccolo, di lì a poco venduto, per una casa e una camera dove, sopra la porta, c’era già il classico canestrino. A quei tempi si chiamava educazione motoria, quelle ore lì dentro erano interminabili, già allora.

Ho in mente due cose. La prima, la mensa scolastica. Non mi piaceva il 98% scarso delle cose che passavano e un giorno, nella mia classe, fui l’unico a rifiutare il vitello tonnato. Mio padre mi disse qualcosa come “Non ti piace? Sei scemo?” Il giorno dopo, erano tutti in ospedale con la salmonella. Scusa, Beppe. Allora hai ragione te.

La seconda, è che proprio non ne volevo sapere di salire su una pertica. Ero già un lungo Minors, e l’unico quadro svedese che avrei saputo apprezzare nella mia vita sarebbe stato un’opera di Larsson, probabilmente. La maestra ci faceva giocare, e io prendevo e tiravo. Tiravo, e scheggiavo il ferro. Ogni tanto facevo canestro, ma su una cosa non si scappava. Tutti i miei amici di 7-8 anni sapevano rispondere alla domanda “Per chi tifi?“, anche le bimbe. E la prima risposta non era “Bologna”, “Juve”, “Milan/Inter”, “Castel di Sangro”. Era Una di quelle Due.

Virtus e Fortitudo nel 1998 erano all’apogeo. La Effescudata veniva da due finali Scudetto perse consecutivamente, sprecando un match point clamoroso in gara 4 sul campo della Benetton Treviso. L’appuntamento con la gloria, però, fu solo rimandato: la squadra di Petar Skansi, Carlton Myers, David Rivers e Dominique Wilkins vinse il primo trofeo della sua storia, prima battendo i cugini della Virtus in semifinale, poi dominando in finale di Coppa Italia, i nemici trevigiani.

fonte: ilfortitudino.it

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La Vunera se li ritrovò davanti anche in Eurolega: siamo ai playoff, sono i quarti di finale, si tratta del primo storico Derby in quella che è tuttora la massima competizione cestistica europea. Gara 1 sta sul 62-49 con spiccioli da giocare, Rivers sbaglia da 3, Fucka e Savic si contendono il rimbalzo. Rissa.

Fucka tira la palla addosso a Savic, la Security fa quello che può che non è abbastanza, si scatena il tutti contro tutti. Quello che nessuno voleva vedere, quello che in molti erano sicuri di aspettarsi. Vengono espulsi Abbio, Savic, Morandotti da una parte, dall’altra Myers, Fucka, e tutta la panchina. La Fortitudo finisce in 3 il primo episodio, ma ritrova Wilkins per gara2. Per capire quanto tempo è trascorso, fra le due partite nasce Davide, il primogenito di Paolo Moretti.

Dopo 48 ore è un inferno. Sei alla tua massima espressività.

Dominique è il protagonista assoluto, la Fossa è il solito spettacolo, i biancoblu sfruttano un 1° tempo magistrale anche dall’insospettabile Stefano Vidili e la partita è finita, sostanzialmente. Ma c’è la Virtus, c’è Danilovic, c’è Sconochini. Un parziale negli ultimi 5′ condanna i padroni di casa, 56-58, 0-2. La squadra di Messina staccherà poi il pass per Barcellona, per giocarsi le Final Four: grazie alla vittoria 58-44 contro l’AEK Atene di Victor Alexander, Abbio & co. alzeranno la coppa a grandi orecchie dell’Eurolega.

fonte: repubblica.it

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Il successo viene bissato con lo scudetto: nella decisiva gara5, un 2/2 di Fucka dalla lunetta avrebbe dato il +5 alla F, con poco meno di 30” da giocare. Sbaglia il secondo, Danilovic tira da 3, Wilkins, forse, ci mette la mano. Zancanella fischia. Overtime, il resto lo sappiamo tutti. Ce l’hai raccontato tu.

 

I mesi passano.

24 Aprile 1999. Facevo le medie e io stavo andando a scuola a piedi, come al solito. Quel giorno sei stata, sportivamente, la regina d’Europa. Quel giorno, per le strade, non c’era nessuno.

Il Bologna giocava, in casa, la semifinale di ritorno di coppa Uefa contro il Marsiglia. Per riempire lo stadio in ogni ordine di posto, i bidelli ci davano i biglietti gratis. Come rifiutare? Quel giorno, per inciso, c’era un’altra semifinale: il derby di Eurolega, a Monaco di Baviera. Per i miei concittadini è stato un 2° Oktoberfest.

Così, mentre esultiamo per l’inserimento vincente del nostro idolo Paramatti, in contemporanea sul tabellone della curva S. Luca non c’era la serie A, ma gli aggiornamenti dall’Olympiahalle. C’era una tensione altissima, io mi ero preparato anche un mini-cartellone orrendo che dev’essere ancora, da qualche parte, in cantina. Vince la Virtus, il Bologna si fa rimontare per un rigore dubbio realizzato da Blanc e, per effetto dello 0-0 in Francia, viene eliminato. La stessa Virtus perderà la Finale qualche giorno dopo, bombardata e ammazzata dallo Zalgiris Kaunas più bello di sempre (Tyus Edney, Bowie, Stombergas, i due Zukauskas). Tutti a bocca asciutta, insomma. Ma se ripenso a quella giornata, cara mia, ritornano i brividi.

 

Gli anni passano, bellissima.

E tu, non sei più quella di una volta.

 

Ci sarebbe dell’altro, certo. Come non citare il primo scudo dell’Aquila nel (sempre) lontano 2000, il Grande Slam di un Ginobili capellone e di una squadra che in Italia non aveva, e non avrà, mai avuto eguali. La bomba sulla sirena di Ruben Douglas. Ma questo pezzo non vuole essere solo un’accozzaglia di vittorie, successi, trofei.

Potrebbe essere una lettera, da leggere ascoltando un brano degli Explosions In the Sky. Scritta per chiunque ti odiava e ti odia cestisticamente, oggi come allora, perché invidioso delle tue esultanze e del tuo Palmares. Per la gente d’Aosta, Benevento o Siracusa, lontana e appassionata di pallacanestro, che non ti conosce come la vecchia BasketCity. Per i giovanissimi bolognesi, perché sono nati e si sono avvicinati al basket troppo tardi per ammirarti, come direbbero i giornalisti, al top della condizione.

Nel frattempo, sono cresciuto. Continuando a giocare, sbattendo la porta del Liceo con la sacca in spalla, facendo della palla a spicchi la mia unica valvola di sfogo e sperando di arrivare chissà dove. Quando ci scontravamo contro l’una o l’altra, c’era il pienone. Più in alto, in realtà, il tuo nome risaltava ancora. Se la Vunera era fallita per poi acquistare i diritti di Castelmaggiore, ripartendo dalla Lega2, nel 2006 la Fortitudo ritornò in Finale, per la decima volta in 11 stagioni (mancando solo quella del ’99), perdendo contro la Benetton della futura top pick del draft NBA, Andrea Bargnani. Nel 2007 fu la volta della Virtus, prima vittima dell’egemonia della Montepaschi Siena. Il canto del cigno.

Ci sarebbe dell’altro, appunto. In quel 1999 già citato, una band di diciottenni con i capelli quantomeno rivedibili pubblicarono un album destinato a durare un po’ di più del loro stesso gruppo, con una hit che parlava di vespe, colli e che non vi sarà difficile da trovare e cantare in una qualche festa in spiaggia, anche adesso. Cesare, da sempre grande tifoso Fortitudo, il compianto Lucio, indimenticato cuore virtussino, sei città di talento musicale come poche altre.

Non solo questo. Sei e rimarrai sempre la Dotta, perché nel lontano 1088 nacque l’Alma Mater e, mannaggia a lui, qualcuno mise le basi per le mie future sessioni estive. Sei la Rossa, perché hai un credo politico abbastanza esplicito, e il coraggio di tenerti un sindaco discusso, e più che discutibile. Sei la Grassa. Perché non si nasce Bruno Barbieri a caso, tagliatelle e tortellini sono all’ordine del giorno, e quella cotoletta con prosciutto e formaggio farebbe esplodere chiunque passi di qui. Bologna è una regola, tornando alla musica. Una regola a cui manca qualcosa.

 

Ad oggi, la Virtus è in A2. Pagando una stagione fallimentare, figlia dell’incompetenza economica e cestistica delle cariche più alte della sua Fondazione. Ottenendo un singolo successo in trasferta in tutto il campionato, credendo di vedere la luce dopo la roboante vittoria di Torino alla penultima, spenta, definitivamente, dalla sconfitta di Reggio, e dalle esultanze contemporanee di Caserta e dell’Auxilium. Sembra incredibile, almeno strano. In un campionato così mediocre, dove le squadre hanno 10 giocatori a Settembre e 10 volti nuovi a Marzo, bastava davvero poco. Ma nessuno è riuscito a fare peggio. Rialzarsi, con pochi soldi e ancora meno spinta, sarà durissima.

Ad oggi, la Fortitudo è in A2. “Un palazzo dello sport da 15mila posti, un’arena da 25mila metri quadrati, nascosta da una collina con un verde parco, con palestre e centro di riabilitazione su 5mila metri quadri, e un centro wellness da 38 mila metri con l’intento di unire in un’unica struttura le eccellenze del calcio e del basket bolognese. Questo era il sogno, di Gilberto Sacrati, del fantascientifico “Parco delle Stelle” Un sogno, appunto. Fantascienza, esatto. Gli anni di Seragnoli sono remoti, quelli di Martinelli, Sacrati e della sua bancarotta si provano a rimuovere ma sono, in tutto e per tutto, impossibili da dimenticare. Umoralmente, rispetto ai “cugini”, la situazione è diametralmente opposta: la vittoria della serie B e la finale per salire in A1 contro Brescia ha ridato il calore, e il colore, della “vecchia” Fortitudo 103. Merito di un gruppo rimasto unito e spettacolare, e di un allenatore di categoria superiore. Ma è A2. Non è il posto giusto, al diavolo il Derby. Non lo è, per nessuna delle due.

Così, mentre prendo la macchina per andare a giocare a basket tre volte alla settimana, ascolto “Canzone” o “Lost in The Weekend” nell’autoradio, mi manca poco ma non faccio niente per finire gli studi, sono indeciso se e per quale motivo andare a votare e mangio, eccome se mangio… mi chiedo, carissima, se tu sei ancora la stessa di sempre. La vecchia, incancellabile Basketcity.

Non lo so, se la risposta sono i millemila campetti della città. Le tantissime società di basket del circondario, i 3000 spettatori presenti in media per la finale del torneo estivo più importante d’Italia, quello dei Giardini Margherita. La Garisenda, che si piega per marcare gli Asinelli in post basso.

Dovrebbe esserla.

Ma dovremmo, vorremmo, meritare di meglio.

Non provare ad appassire.

Ti aspetteremo.

 

 

di Carlo Pedrielli