illustrazione grafica di Paolo Mainini

 

 

Gli Eterni (Endless nella versione originale) “non sono divinità ma l’incarnazione di sentimenti, atti e passioni degli esseri senzienti. Esistono da prima che l’uomo potesse concepire l’idea di divinità e rimarranno in vita dopo la morte dell’ultimo dio.” Gli Eterni sono dei personaggi di un fumetto creato da Neil Gaiman, quello di American Gods, e hanno tutti in comune la lettera D come iniziale nel proprio nome. Vincent Lamar Carter non ha la D nel nome ma nel luogo di nascita (Daytona Beach, Florida, che per molti è semplicemente una Mecca degli sport motoristici), e ha un che di fumettistico in più di un senso. È capace di acrobazie che sfidano le leggi della fisica; per lui, il tempo passa più lentamente che per i “normali esseri umani”; e soprattutto ha più di un nickname che lo fa somigliare ad un eroe di una testata fumettistica: Vincredible, Vinsanity, Air Canada, Half-Man/Half-Amazing, Flying Man (questi ultimi due soprattutto). Ah, ed è anche cugino di un altro giocatore discretamente forte, di un paio d’anni più giovane di lui, che ha lasciato la NBA nel 2012 dopo un’ultima stagione disputata con la casacca degli Atlanta Hawks. Ma ci sono una quantità di cose così strepitose su di lui che davvero, a volte non possiamo fare a meno di pensare che Vince sia stato sceneggiato da uno parecchio bravo.

Ai tempi della High School, Carter si dedicò prima al football americano, poi, dopo un infortunio, alla pallavolo. Oltre al basket, certamente. Ah, gli venne anche offerta una borsa di studio come sassofonista, e dicono che anche alle percussioni non se la cavasse male. Al momento della scelta del college, il numero di lettere che gli arrivarono fu impressionante, secondo alcuni “oltre 50”, altri sostengono che il numero esatto fosse 77. Alla fine, la scelta era ristretta a Florida (per questioni territoriali) e North Carolina (perché insomma, giocare per Dean Smith, beh, aveva il suo perché. Ecco, già questo particolare di Dean Smith dovrebbe dirci qualcosa su quanto sia lungo il viaggio di Vince Carter sotto le luci della ribalta del mondo del basket a stelle e strisce, un viaggio iniziato a Chapel Hill quando ancora gente che tutti conosciamo, tipo Devin Booker, Ben Simmons e Brandon Ingram non era ancora nata, e che oggi è ancora in corso. Una carriera talmente costellata di date significative che è stato un lungo cammino, ma insieme anche un grande piacere, ripercorrerla.

 

 13 giugno 1989, Great Western Forum, Inglewood, California

Quando si giocano le finali NBA tra i Detroit Pistons e i Los Angeles Lakers nel 1989, un allora dodicenne Vince Carter guarda davanti alla TV i Bad Boys che rifilano un cappotto ai Los Angeles Lakers dello Showtime. Sarà l’ultima partita da professionista di Kareem Abdul-Jabbar, che giusto due giorni prima aveva messo in campo una prestazione da 24 punti e 13 rimbalzi. I tifosi gialloviola sperano che decida di continuare almeno per un altro anno, e un po’ ci spera anche la giovane matricola proveniente dalla Jugoslavia, Vlade Divac, che sa di avere tanto da imparare da uno dei migliori centri di sempre. E invece non va così: la carriera del numero 33, iniziata alla fine degli anni ’60 e proseguita poi per tutti i ’70 e gli ’80, non si affaccerà al decennio che sta per cominciare. Questo avrà importanza per Vince, ma lui ancora non lo sa, e del resto il suo mito d’infanzia è sempre stato Dr. J, Julius Erving.

 

28 marzo 1998, AlamoDome, San Antonio, Texas

Semifinale del torneo NCAA 1998. Primo atto delle Final Four. North Carolina ci arriva per il secondo anno consecutivo, all’anno zero della propria storia cestistica, il primo dopo Dean Smith, che era in carica dal 1961 e che ha lasciato dopo la sconfitta contro Arizona in semifinale dell’anno precedente, in cui V.C. era stato il miglior realizzatore dei suoi, ma aveva dovuto arrendersi ai vari Mike Bibby, Jason Terry, Michael Dickerson e Miles Simon, al termine di una partita in cui le due squadre hanno sentito molto la tensione e tirato con un complessivo 45-140 dal campo. Adesso UNC ha di fronte Utah, squadra guidata da coach Rick Majerus, collaudatissima anche se orfana della sua stella Keith Van Horn, migrato in NBA l’anno precedente. Gli Utes sono sostanzialmente nelle mani di Michael Doleac, che di quella squadra è il miglior realizzatore e rimbalzista, e di un play di cui sentiremo parlare spesso negli anni a venire: The Professor Andre Miller, peraltro anche lui capace di stare in NBA fino a 40 anni. Come l’anno precedente, Vince è il miglior realizzatore dei suoi (21 punti con 10-16 dal campo), ma il resto dei suoi non lo asseconda, e quando Antawn Jamison si dichiara eleggibile per il draft 1998, anche lui decide che è giunto il momento di passare tra i pro.

Foto di thegrandarchives.com

 

24 giugno 1998, General Motors Place, Vancouver, B.C., Canada

Nella draft class del 1998, riguardandola col senno di poi, c’era diverso materiale niente male. Sei giocatori selezionati per almeno un All-Star Game (più Mike Bibby e Jason Williams, che il solo fatto che non sia mai stato chiamato se non al rookie game dove fece quel passaggio, fa gridare al sempiterno scandalo), e un ordine delle chiamate che, a rivederlo oggi, sembra fatto con uno di quei siti tipo Randomizer. Olowokandi alla 1, LaFrentz alla 3, Traylor alla 6, Nowitzki alla 9 e Pierce alla 10, per dire. Vince andò alla 5, chiamato dai Golden State Warriors, dopo il compagno di college Antawn Jamison, scelto alla 4 dai Toronto Raptors. Giusto il tempo di farsi una foto col recentemente scomparso David Stern ed ecco che i due si scambiano la casacca. Carter approda a Toronto, dove sarà molto più che un semplice giocatore.

Al termine della sua prima stagione, sarà eletto Rookie of the Year, ricevendo 113 voti sui 118 disponibili e arrivando sedicesimo nella classifica dell’MVP della NBA. Il suo ruolo di ambasciatore per l’espansione della popolarità del basket in Canada è enorme.

 

12 febbraio 2000, Oakland Arena, Oakland, California.

Vince Carter l’indomani giocherà titolare nell’All-Star Game 2000. È già la stella dei suoi Toronto Raptors, e al suo secondo anno nella NBA arriva alla partita delle stelle come giocatore più votato, mettendosi alle spalle gente come Shaquille O’Neal e Allen Iverson. Merito delle sue prodezze e della sua spettacolarità nell’interpretare il gioco. Il giorno prima della partita, durante lo Slam Dunk Contest, ci spiega il perché. In finale ci sono lui, suo cugino e Steve Francis. Però qui le parole di questo umile narratore non bastano a descrivere la grandezza di quanto messo in atto dal numero 15. Ergo, lasciamo spazio alle immagini, che è meglio.

(ogni volta che rivedo la elbow dunk mi sento male, lo ammetto)  

 

25 settembre 2000, The Dome, Sydney, Australia.

L’Italbasket aveva appena perso contro la Cina una gara ininfluente per la qualificazione ai quarti di finale, avendo già battuto Lituania e Francia e trovandosi così seconda nel gruppo A, dietro agli inarrivabili USA. Dopo quella partita andava in scena la sfida tra la Francia, matematicamente quarta, e gli USA già certi del primo posto nel girone. In pochi immaginavano che questa partita si sarebbe rigiocata nella finale per l’oro olimpico, ma così fu. Ed erano ancora meno quelli che immaginavano che questa partita sarebbe passata alla storia del basket perché è stato proprio in quel giorno che abbiamo avuto la fortuna di vedere la “dunk de la mort”, o “dunk of death”, se preferite. Vince di quella nazionale non doveva neanche essere parte, perché coach Tomjanovich gli preferiva Tom Gugliotta, ma il biancone dei T’Wolves si fece male a una caviglia nel finale della regular season e allora si spalancarono le porte di Team USA per lui, a cui venne data la maglia numero 9, tanto per non mettergli pressione. Payton cerca un appoggio complicato a difesa schierata e lo sbaglia, sul rimbalzo Bonato cerca l’apertura del contropiede con un passaggio dietro la schiena che Vince intercetta, parte in terzo tempo e…

Bonus track: nell’esultanza comprensibilmente smodata per quanto appena fatto, il pugno di Carter manca di pochi centimetri la faccia di Garnett, per quello che avrebbe potuto essere uno dei più clamorosi KO tecnici della storia dello sport.

Del destino di Frédéric Weis, invece, sappiamo già tutto. Le porte della NBA che si chiudono, il basket europeo, la depressione, la tabaccheria a Limoges, una vita al di fuori del basket. Ma senza rancore verso Vincredible.

Quando succedeva questa cosa, i due giocatori NBA più giovani attualmente attivi (Doumbouya e Horton-Tucker) non erano ancora nati. Zion Williamson, un altro che in quanto a schiacciate potrebbe dire la sua, aveva poco meno di tre mesi.

 

20 maggio 2001, Chapel Hill, North Carolina

Nell’estate del 1995, la madre di Vincredible, che di professione era insegnante, ha fatto firmare a suo figlio un contratto scritto in cui lui si doveva impegnare a conseguire una laurea alla University of North Carolina at Chapel Hill, “no matter what happened in his basketball career”.  Ed è proprio per tenere fede a quel contratto scritto che Vince, alle 8:40 del mattino, si presenta a discutere la sua tesi di laurea per tenere fede all’impegno preso con la madre. Una tesi di laurea che vale tanto quanto i milioni guadagnati fino a quel momento in NBA, per mamma Michelle. Un’emozione meravigliosa per Vince, ma non sarà l’unica quel giorno, perché…

Foto di Timeless Sports

 

(Più tardi) 20 maggio 2001, First Union Center, Philadelphia, Pennsylvania

Vince Carter non è mai stato alle NBA Finals, e questo è un suo cruccio. Tuttavia, ha giocato una delle serie di playoff più epiche di inizio anni 2000, la semifinale di conference che vedeva opposti i Philadelphia 76ers e i Toronto Raptors. La serie è in parità sul 3-3 dopo sei battaglie tiratissime tra la truppa capitanata da Allen Iverson da una parte e quella guidata da Air Canada dall’altra. Chi vince, affronta in finale di conference i Milwaukee Bucks. Tutta la serie si gioca su un possesso, Toronto ha il tiro per la vittoria sul filo della sirena (vi ricorda qualcosa? Dovrebbe ricordarvi qualcosa), il numero 15 dei Raptors, che fino a quel punto era 6-17 dal campo, si prende il tiro che pesa come un macigno, la palla rimbalza sul secondo ferro ed esce. Questa scimmia resterà arrampicata sulle spalle dei Toronto Raptors per ben 18 anni, quando quattro rimbalzi sul ferro faranno giustizia poetica di quel tiro di Vince.

Il prodotto di North Carolina, da allora, comincia a lavorare su sé stesso, per “espiare” in qualche modo il fatto di non essere riuscito ad arrestare la cavalcata dei Sixers verso le NBA Finals. Nel periodo che va dal 2003 al 2008, mette a segno 16 game winner, secondo al solo LeBron James in questo lasso di tempo.

 

17 dicembre 2004, Toronto, Ontario, Canada

La prima vita di Vince Carter finisce all’inizio della sua settima stagione in NBA. I Toronto Raptors lo mandano ai New Jersey Nets in cambio di Alonzo Mourning, Aaron Williams ed Hank Williams. Vince non la prende benissimo, e infatti, nonostante avesse dichiarato che non avrebbe più schiacciato, nell’intento legittimo di avere maggior considerazione come giocatore, una delle schiacciate più belle della sua carriera la rifila proprio in faccia al malcapitato Mourning, di ritorno ai Miami Heat, un anno dopo quella trade.

(Carter ha successivamente raccontato che ‘Zo non gli ha parlato per 6 o 7 anni, dopo quella schiacciata, ma questi sono dettagli)

Resterà in maglia Nets per 4 stagioni e mezzo, disputando per tre volte i playoff e finendo eliminato altre due volte alle semifinali di conference. Ma…

 

4 maggio 2007, Continental Airlines Arena, East Rutherford, New Jersey

I New Jersey Nets sono la squadra di Jason Kidd, insieme a lui Vince Carter e Richard Jefferson. La serie di primo turno dei playoff della Eastern vede accoppiati i Nets, testa di serie numero 6, ai Raptors, numero 3. A Toronto ci sono già Bosh e un giovane rookie italiano scelto alla numero 1. I Nets eliminano i Raptors in 5 gare grazie anche ad un Carter in grande spolvero (per lui 25 di media nella serie con 6.2 rimbalzi e 4 assist, oltre ad un ragguardevole 47% da tre) e a un Kidd in tripla doppia di media. Per Vince, che a questo punto ovviamente non è più Air Canada, giustizia è fatta.

Foto di Chris Trotman/Getty Images

 

26 maggio 2010, Amway Arena, Orlando, Florida

Nel frattempo Vince Carter è stato scambiato ancora una volta, gli anni sul passaporto sono 33 e ai Magic, freschi reduci dalla finale NBA persa abbastanza nettamente contro i Los Angeles Lakers, cercano un veterano per sopperire alle partenze di Turkoglu e Rafer Alston, e con Dwight Howard, Rashard Lewis e Jameer Nelson al loro meglio hanno intenzione di riprovarci. La regular season li vede replicare il record dell’anno precedente (59-23), Vince è il secondo terminale offensivo dei Magic a 16.6 punti a partita. Le prime due serie di playoff sono una passeggiata: 4-0 agli Hornets, 4-0 agli Hawks. La finale di conference, però, li vede opposti ad una squadra altrettanto tosta ma più talentuosa: i Boston Celtics che hanno ancora Rondo, Allen, Pierce, Garnett e Perkins nello starting five, più Rasheed Wallace come sesto uomo di lusso, Glen Davis e Tony Allen dalla panchina. Le prime tre gare vanno ai biancoverdi, ma Orlando, che aveva il fattore campo dalla sua, ottiene un’insperata vittoria in gara-4 a Boston e vince anche gara-5 tra le mura amiche, portandosi a due sole vittorie dalla NBA Finals. In tutta la sua carriera, Vince Carter non sarà mai più così vicino alle finali NBA. Ma continuerà a scrivere pagine su pagine di una carriera lunghissima, prima in maglia Suns, poi Mavs, Grizzlies, Kings e Hawks.

Foto di ESPN

 

Non posso avere la pretesa di descrivere quello che Vince Carter ha rappresentato per la NBA, per il basket mondiale, per i Toronto Raptors. Posso forse provare a descrivere un sentire comune che era quello dell’essere nemmeno ventenni, appassionati di una Lega che era – di nuovo – rimasta orfana di Michael Jordan. A fine anni novanta eravamo tutti piuttosto spaesati:  MJ aveva vinto altri tre titoli e se n’era andato, ci dicevano che il rock era morto, il grunge moribondo e il punk collassato, e concetti come “comprare le partite on demand” o “vedersi gli highlight di una partita sul cellulare, la mattina, mentre si sta facendo colazione o altro” erano concetti quasi astratti, a metà strada tra il romanzo di fantascienza e le riviste di settore per ultranerd. Sentivamo che ci saremmo arrivati ma non avevamo la minima idea di quanto ci sarebbe voluto. In questo contesto ci trovavamo, a dover fruire di una NBA che da quel fatidico 1998 era priva della nostra certezza più grande. Dire che Vince Carter è stato per molti di noi come Jordan è al tempo stesso una sciocchezza senza pari e l’affermazione più intellettualmente onesta che possiamo fare su di lui, e non perché entrambi hanno giocato per tre anni a North Carolina prima di approdare in NBA, non perché siano stati degli schiacciatori fuori dal comune o perché fossero alti 1.98, no. Vince Carter è stato per noi (ok, almeno per me, ma sono convinto di non essere l’unico) come Jordan perché era quello di cui guardavo le partite perché sapevo che in qualsiasi momento avrebbe potuto tirarmi fuori dal cilindro la giocata del decennio, la schiacciata del secolo. Cercavo di connettermi a NBA.com col mio modem a 56k per poterlo votare per l’All-Star Game perché volevo essere certo che ci fosse, per non rischiare di perdermi quel momento che mi avrebbe fatto saltare dal divano.

Vince Carter era un giocatore che mi emozionava sempre. E adesso che ha 43 anni e ancora schiaccia, e gioca con ragazzi così tanto più giovani di lui, mi fa una strana tenerezza, forse a pensare che cosa ero quando lui è entrato in NBA e cosa sono adesso, cosa siamo diventati tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di ammirarlo in queste 22 lunghissime stagioni volate via in un attimo.

La leggenda vuole che abbia toccato il ferro con la punta delle dita per la prima volta quando aveva solo 11 anni, e che un anno dopo sapesse già schiacciare. Questa estate, ai primi di agosto, era ancora senza squadra e, tra un allenamento e l’altro, faceva pratica come TV analyst. Serenamente, diceva di sé stesso “so di essere vecchio come giocatore, ma spero che nei prossimi giorni si muova qualcosa”. Quattro giorni dopo, ha rifirmato con gli Hawks per un’altra stagione, la ventiduesima della sua carriera infinita e piena zeppa di highlight da stropicciarsi gli occhi. Chiuderà, se chiuderà quest’anno, temiamo di sì, ad oltre 1500 partite giocate (al momento in cui scriviamo gliene mancano 3 per superare Dirk Nowitzki come terzo di ogni epoca), oltre 25000 punti segnati (diciannovesimo all-time NBA) senza aver vinto un titolo, come quarto giocatore più anziano di ogni epoca ad aver calcato i parquet della NBA, unico ad averlo fatto per 22 stagioni e in quattro decadi diverse. Per quest’ultima cosa, magari avrà mandato un pacco regalo a casa di Kareem Abdul-Jabbar. Dal prossimo anno, invece, sarà l’anno zero per me: tutti, e dico tutti, i giocatori che militano in NBA saranno nati dopo di me. Che diamine, persino LeBron James sarà nella top 10 dei “vecchietti”, e sì che è giovane, LeBron James, quanti anni potrà mai avere, con quel fisico lì? O forse è come per i personaggi dei fumetti, per loro il tempo passa in modo diverso, rispetto a noi comuni mortali. Sì, dai, deve essere così.

Foto di nba.com