DENVER NUGGETS

di Giorgio Barbareschi

I Nuggets sono stati probabilmente la più grande sorpresa della passata regular season, chiusa a quota 54 vittorie e 28 sconfitte (34-7 tra le mura amiche) con il secondo posto ad Ovest e il titolo della Northwest Division. Ai playoff, dopo aver superato gli Spurs al primo turno, sono stati eliminati in una semifinale dai Blazers in una serie molto combattuta e conclusasi solo con una tiratissima Gara 7. Una serie dove i Nuggets partivano da favoriti, sia dal fattore campo che dagli infortuni degli avversari (Nurkic), ma in cui hanno pagato a caro prezzo l’inesperienza dei propri giocatori chiave.

Nikola Jokic in quell’occasione si è preso la responsabilità della sconfitta, così come ha fatto (anche se solo in parte) dopo la fallimentare esperienza della sua nazionale serba ai recenti mondiali di basket in Cina. Jokic ha solo 24 anni ma dovrà maturare in fretta se vorrà diventare il leader di questi Nuggets, che per talento complessivo sono una delle squadre più attrezzate dell’intero panorama NBA.

Il playmaker titolare sarà ancora una volta Jamal Murray, fresco di un faraonico rinnovo da 5 anni e 170 milioni di dollari. Murray è cresciuto nel tempo sia come realizzatore, soprattutto nella selezione dei tiri, che come creatore di gioco, ma il contratto appena siglato è di quelli che dal giorno zero richiedono l’appartenenza ad una elite di rendimento dalla quale il canadese appare ancora piuttosto lontano.

A fianco a lui ci saranno sempre Gary Harris, a patto che riesca a rimanere sano, e Will Barton (idem). Una coppia ben assortita: più creatore di gioco dal palleggio il primo, più dinamico in contropiede il secondo, con entrambi in grado di contribuire anche nella metà campo difensiva. 

In frontline lo spot di ala forte sarà ancora presidiato da Paul Millsap, veterano per il quale i Nuggets hanno esercitato una team option che vale 30 milioni di dollari. Millsap è un giocatore solido, con esperienza di partite importanti e dotato di un elevato IQ cestistico, essenziale in un gioco come quello predicato da Coach Malone che richiede interpreti abili nel passare il pallone nella metà campo offensiva tanto quanto attenti in quella difensiva.

Poi c’è appunto Jokic, giunto quarto nelle votazioni dell’MVP della passata stagione dietro al terzetto Antetokounmpo-Harden-George e atteso ad un ulteriore miglioramento. Il serbo è già una superstar affermata nonché il miglior centro per distacco tra i passatori della Lega (7.3 ad allacciata di scarpe, un’enormità), ma può ancora crescere nel tiro da fuori e soprattutto, come detto, nelle doti di leader.

La panchina di Denver sarà un’arma importante, perché il roster della franchigia del Colorado è profondo in tutti i reparti. Monte Morris, Malik Beasley e Torrey Craig hanno già dimostrato nella passata stagione di sapersi far trovare pronti al momento del bisogno e garantiranno un solido supporto in caso di problemi fisici nelle posizioni da 1 a 3. L’arrivo di Jerami Grant da OKC aggiunge un’ulteriore arma all’arsenale di coach Malone, essendo in grado di ricoprire entrambe le posizioni di ala, mentre Mason Plumlee potrà fungere sia da backup di Jokic che giocare a fianco del serbo (anche se per periodi non troppo lunghi). Difficilmente troveremo in campo il nuovo arrivo Bol Bol, alle prese con un complesso infortunio al piede, mentre nella preseason si è finalmente rivisto in campo Michael Porter Jr, talentuosa ala da Missouri selezionata con la quattordicesima chiamata al draft del 2018 e ai box per tutta la passata stagione a causa dei postumi di un intervento alla schiena.

Insomma, i Nuggets hanno mantenuto intatto il nucleo di giocatori della passata stagione, sono giovani e hanno uno dei roster più intriganti di tutta la Lega. Basterà per arrivare, se non al titolo, quantomeno alla prima finale NBA nella storia della franchigia? Possibile, anche se probabilmente le favorite ad Ovest sono altre (su tutte le due angeline, ma anche Jazz e Warriors non scherzano). I Nuggets però hanno già dimostrato di trovarsi a loro agio nel ruolo di underdogs e sono pronti a stupire tutti un’altra volta.

 

MINNESOTA TIMBERWOLVES

di Giorgio Barbareschi

Non più tardi di ventiquattro mesi fa, i Minnesota Timberwolves erano la squadra più carica di hype dell’intera NBA. Oggi, dopo il passaggio del ciclone Jimmy Butler e l’allontanamento forzoso di coach Thibodeau, sono forse una delle più desolanti. 

Non certo perché manchi il talento, intendiamoci. Karl Anthony Towns è uno dei giocatori offensivamente più devastanti del pianeta, in grado di fare canestro da ogni zona del campo e in ogni situazione. In difesa siamo ancora alle aste e ai cerchietti, ma quando uno ha delle mani come quelle certe cose possono anche essere perdonate, anche se KAT non pare proprio essere un cuor di leone quando la palla scotta e quando distribuivano la leadership probabilmente lui era andato in bagno.

Il talento nella metà campo offensiva non manca nemmeno ad Andrew Wiggins, che in carriera sfiora i venti punti ad allacciata di scarpe e nelle serate buone è capace di esplosioni attorno ai quaranta. Ecco, magari qui il gioco è già un po’ più monodimensionale, perché il buon Wiggins non eccelle dalla distanza (33.9% nella passata stagione, mai comunque oltre il 35%), tira malino i liberi e soprattutto non la passa veramente mai. Difesa? Anche qui meglio soprassedere.

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Con due profili come questi, ovvio che la convivenza con un caratterino come quello di Jimmy Buckets sia andata a finire com’è andata a finire (malissimo), ma anche con la sua partenza le cose non sono migliorate (36W e 46L il computo definitivo della passata stagione). Oggi i Wolves sono una squadra rinchiusa in un limbo da cui sembra impossibile possano uscire a breve, perché i contratti dei giocatori più importanti sono lunghi e molto onerosi e rendono quasi impossibile rivoluzionare un roster che pare aver già dimostrato di non poter ambire a risultati importanti, pur senza poter essere definito “scarso”.

Oltre a Wiggins e Towns, il quintetto della prossima stagione rivedrà Jeff Teague in cabina di regia, affiancato da uno tra Josh Okogie (lui sì grande difensore e potenziale breakout player di questa stagione) e Jarrett Culver. Il rookie da Texas Tech è arrivato da Phoenix, che lo aveva selezionato con la sesta chiamata assoluta per poi spedirlo a Minnesota in cambio di Dario Saric e dell’undicesima chiamata allo stesso draft. É un attaccante e difensore versatile, anche se c’è il timore che possa essere uno di quei giocatori bravi a fare un po’ di tutto ma non bravissimi a far niente.

Ultimo membro dello starting five sarà Robert Covington, chiamato a tamponare i buchi difensivi dei suoi più blasonati compagni e a segnare triple con buona costanza. Dalla panchina usciranno Shabazz Napier, Keita Bates-Diop, Jordan Bell, Jake Layman, Gorgui Dieng e Noah Vonleh. Meglio non aggiungere ulteriori commenti, non è bello accanirsi con chi non sta bene.

L’arrivo in panchina di Ryan Saunders, figlio di chi da queste parti ha lasciato un ricordo indelebile, ha riportato un po’ di sorrisi ma l’impressione è che prima di tornare a vedere qualche partita di playoff al Target Center occorrerà attendere. A meno che Wiggins, che in estate ha dichiarato di voler conquistarsi in questa stagione una chiamata all’All Star Game, non produca davvero un’annata eccezionale e che i Wolves tornino magicamente ad essere quella formazione che solo due anni fa faceva vibrare gli animi di tutti gli appassionati di basket. Ma, in tutta onestà, meglio non sperarci troppo.

 

OKLAHOMA CITY THUNDER

di Giorgio Barbareschi

Paul George e Russell Westbrook, i due giocatori che nei piani della dirigenza avrebbero dovuto costituire il nucleo di una stabile contender dell’Ovest per i prossimi tre/quattro anni, non fanno più parte degli Oklahoma City Thunder. Il primo ha deciso di voltare le spalle ad una franchigia a cui aveva giurato amore e fedeltà non più di un anno fa per rispondere alle sirene di Los Angeles e alla chiamata di Kawhi Leonard. Il secondo, giocatore simbolo (sì, anche quando ancora c’era KD) della franchigia fin dal suo trasferimento da Seattle, è stato invece spedito dal GM Sam Presti a far compagnia a quell’altro ex-Thunder con la barba che attualmente risiede a Houston, Texas.

Dalle cessioni di queste due superstar Presti ha ricavato un clamoroso tesoretto di scelte future (in totale OKC avrà quindici first round picks tra qui e il 2026) oltre ad un pacchetto di giocatori di buon livello che però, uno sopra tutti, non necessariamente faranno parte dei piani futuri della franchigia.

I Thunder si presenteranno infatti al via con Chris Paul in cabina di regia ma non è detto che tale situazione perdurerà fino al termine della stagione. Paul è ancora un giocatore di alto livello, ma un fisico che già da un po’ ha cominciato a scricchiolare unito ad un contratto da oltre 120 milioni per i prossimi tre anni ne fanno un ospite non particolarmente gradito nel progetto di rebuilding (o repositioning, come lo ha creativamente ridefinito Presti qualche tempo fa) della franchigia. Il futuro appartiene a Shai Gilgeous Alexander, talentuoso play che già ai Clippers ha fatto intravedere un gran bel potenziale e che quest’anno si dividerà i minuti in guardia con CP3 e Dennis Shroeder

Photo by Zach Beeker/NBAE via Getty Images

Le ali titolari saranno il nostro Danilo Gallinari, che entra nell’ultimo anno di contratto e avrà molto spazio per mettersi in mostra, e uno tra Terrence Ferguson e il rientrante Andre Robertson, nessuno dei due particolarmente pericoloso in attacco (per usare un eufemismo) ma entrambi molto utili nella metà campo difensiva. Avrebbe fatto di certo comodo anche l’ottimo Jerami Grant, atleta pazzesco che aveva mostrato enormi progressi tecnici nel corso della passata stagione, ma è stato anch’egli spedito a un indirizzo nuovo (Denver) in cambio dell’ennesima prima scelta futura al draft

Il centro dell’area sarà presidiato dall’idolo delle donne Jason Momo… ehm scusate, Steven Adams.

Il neozelandese è un solido totem in difesa e ha sensibilmente accresciuto il suo bagaglio di soluzioni offensive rispetto ai suoi primi anni della Lega, anche se dovrà dimostrare di potersi integrare con i nuovi compagni ora che il suo amico Russell è partito per altri lidi.

Nonostante le partenze eccellenti, non si può quindi dire che i Thunder si presentino al via della stagione con una squadra di basso livello. Coach Billy Donovan potrà inoltre pescare dalla panchina qualche altra carta interessante, come Hamidou Diallo e Nerlens Noel, per cui è difficile escludere in partenza OKC dal novero delle formazioni in lizza per un posto nei prossimi playoff. 

Tutto dipenderà dalla chimica che i nuovi giocatori riusciranno a sviluppare nei prossimi mesi, ma soprattutto dalle decisioni che la dirigenza prenderà strada facendo. Dovesse decidere di mantenere a roster Paul e Gallinari, i Thunder avrebbero abbastanza talento per lottare per un posto al sole pur nella iper-competitiva Western Conference. Se invece Presti deciderà di premere con ancor più decisione il pulsante reset, OKC potrebbe veder crescere il numero nella casella delle sconfitte sull’altare di una maggiore flessibilità salariale per i prossimi anni.

 

PORTLAND TRAIL BLAZERS

di Andrea Cassini

Rip City viene da una stagione esaltante e da un successo che agli occhi di molti era inaspettato – e verso il quale in tanti sono ancora increduli: le finali della Western Conference, raggiunte superando la concorrenza di Oklahoma City Thunder e Denver Nuggets, con momenti epici regalati ai fan da Damian Lillard prima di una resa, forse precoce, contro i Warriors. Spettatori increduli, dicevamo, perché nonostante l’exploit in post-season e tante campagne contraddistinte da una regolarità impressionante sotto la guida di coach Stotts (6 partecipazioni consecutive ai playoff) risulta difficile immaginare i Blazer capaci di ripetersi quando Rockets, Clippers, Lakers e Jazz si sono rafforzate, i Warriors non demordono e i Nuggets possono solo migliorare – da un certo punto di vista, considerato l’altissimo livello della Western Conference con qualche sfortuna di troppo Portland potrebbe persino faticare per guadagnarsi un posto nella griglia. Ma l’atteggiamento con cui Rip City risponde ai dubbi prende in prestito la faccia di bronzo di Dame Lillard, confermatissimo con un supermassimo da 196 milioni in quattro anni, uno che ci ha costruito una narrativa di successo sulla storia dell’underdog che supera le aspettative e si scrolla di dosso le critiche. Basterà per ripetersi?

Photo by Sam Forencich/NBAE via Getty Images

È dura, perché sia lui che CJ McCollum hanno raggiunto il loro prime e, per quanto il duo sia straordinariamente affidabile, le difese sanno cosa aspettarsi. Nella scorsa stagione Portland ricevette un’inaspettata spinta grazie all’inserimento in corsa di Rodney Hood ed Enes Kanter, entrambi cruciali nei playoff (Hood realizzò 14.7 punti di media contro Denver, tirando con il 57.6% dal campo e il 50% da tre). Il secondo è partito in direzione di Boston, mentre il primo è stato confermato grazie a un’ottima mossa di mercato, con i soli 5.7 milioni della mid-level exception. In attesa di Nurkic, che subì un grave infortunio alla gamba sul finale di stagione e il cui recupero andrà valutato con prudenza, vista la stazza del giocatore, Portland si tutela nel frontcourt con Hassan Whiteside: una firma intrigante, forse non il fit più brillante per Lillard e McCollum, ma una di quelle scommesse che, se azzeccate, possono andare benissimo. Buona anche l’aggiunta di Kent Bazemore, la qualità è quella che è ma ormai i 3&D servono come il pane, mentre per provare a ricreare quell’effetto sorpresa il GM Neil Olshey ha portato in Oregon un paio di giovani – o meno giovani – promesse da rivalutare. Una è Skal Labissiere, bocciato dal progetto Kings che pure gli aveva dato spazio per esprimersi lo scorso anno ma tutto da scoprire in un ambiente meno disfunzionale, e l’altra è Mario Hezonja. Per lui Portland è verosimilmente l’ultima chiamata per una carriera che conta in NBA, perché le annate a Orlando e New York non possono essere considerate dei successi; anzi, forse pendono sul lato della delusione, viste le alte aspettative nei suoi confronti. Ma se Hezonja fosse, come spesso capita agli atleti europei, un giocatore che vive di motivazioni e non sa lasciare in proprio impatto in squadre di bassa classifica e senza idee chiare, Portland sarebbe il palcoscenico perfetto per lui. Stotts ha minuti da dargli, visto che cerca una point forward che sostituisca il ruolo di guida della second unit rappresentato da Evan Turner. E poi, a Portland vive il ricordo di Drazen Petrovic, connazionale di Hezonja, idolo per l’intera nazione croata e pure qualcosa in più: Mario ha scelto di ereditarne il numero di maglia, il 44, una responsabilità pesante da onorare.

 

UTAH JAZZ

di Marco Munno

Per i cosiddetti small markets, costruire una squadra presenta sempre una difficoltà in più: per attrarre free agents non possono contare sul fattore ambientale, e nel caso dei Jazz la terra dei Mormoni è tutt’altro che una location appetibile. Per poter bilanciare questo difetto, l’unica contromossa è la bontà del progetto: la franchigia dello Utah è pian piano arrivata a poterne offrire uno dei più solidi in circolazione. Da quando nel 2014 Quin Snyder è stato nominato coach del team la salita di livello delle performance della squadra è stata costante, con la valorizzazione del materiale umano pescato al draft o tramite scambi, le due vie rimaste al general manager (fino a questo maggio, prima della promozione nel front office) Dennis Lindsey per l’allestimento di un roster competitivo.

Rudy Gobert e Donovan Mitchell, entrambi acquisiti dai Nuggets appena dopo la pesca al draft da parte di Denver, sono diventati un solido asse di valore su cui basare le proprie fortune. Il francese, da due stagioni consecutive miglior difensore dell’anno, è ad oggi il giocatore più condizionante al mondo per la costruzione di una difesa di squadra; non a caso, fra i migliori 30 giocatori per rating difensivo (con 15 minuti di impiego e metà delle partite previste giocate) nella scorsa stagione ben 8 erano dei Jazz. Lo statunitense, dopo soli due anni nella Lega, è un esterno in grado di segnare quanto di farsi valere nella sua metà campo.

Splendido il loro duello da trascinatori delle proprie nazionali nel quarto di finale del recente Mondiale, chiuso da una stoppata del francese sull’americano

Contando su questo duo e sul contesto che li circonda, la dirigenza ha ritenuto maturi i tempi durante questa offseason per andare all-in: nella posizione di playmaker è stato lasciato andare Ricky Rubio, così da liberare il posto per Mike Conley, aggiunta di peso che (infortuni permettendo) ne migliora tiro da fuori, esperienza e leadership. Le stesse qualità che aumenteranno nella second unit dove è stato spostato Joe Ingles: nelle ultime 2 stagioni l’australiano è stato titolare in 179 delle 180 gare ufficiali dei Jazz e, a 32 anni appena compiuti, capeggerà una panchina finalmente diventata più profonda. Si alzeranno infatti per dare alternative ai titolari il veterano sempre pronto all’uso Ed Davis, l’incostante di talento Jeff Green e la scommessa Emmanuel Mudiay (in attesa di un completo recupero fisico di Dante Exum).

Non sono questi tre gli unici ad essere stati convinti dal piano tecnico allestito a Salt Lake City al momento della firma di un nuovo contratto questa estate: l’aggiunta di maggior valore in questo senso è quella di Bojan Bogdanovic, proveniente dalla miglior stagione personale oltreoceano, che aggiungerà pericolosità offensiva (con predilizione per il tiro da fuori, ad un 42% abbondante nella scorsa stagione) ad un quintetto base completato dal versatile Royce O’Neale.

Insomma, in una Western Conference dagli equilibri profondamente scossi dalla ridda di trasferimenti di questa estate, i Jazz sembrano pronti a recitare un ruolo di prim’ordine.

L’augurio di ritorno ai migliori risultati mai ottenuti parte dal rispolverarne le divise per questa stagione – (nba.com)

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