ATLANTA HAWKS

di Matteo Soragna

Gli Hawks si affacciano a questa stagione come una delle squadre più interessanti da guardare, per la pallacanestro che giocano ma soprattutto per analizzare i miglioramenti che questa squadra saprà produrre. Il front office ha lavorato molto bene negli ultimi due/tre anni e ha usato tutte le scelte seguendo un progetto ben preciso di costruzione.

Il nucleo del roster è in mano al trio che l’anno scorso ha forzato già qualche paragone importante. Trae Young (21) dopo una stagione che lo ha visto combattere con Doncic per il titolo di Rookie dell’anno, grazie soprattutto ad una seconda parte di campionato di altissimo livello, avrà particolare attenzione dalle difese. Passatore meraviglioso usando il Pick&Roll, tiratore dal range illimitato (specialmente dal palleggio) paga spesso in difesa dove la sua taglia lo costringe a mismatch anche con i pari ruolo. John Collins (22) è al terzo anno, nella seconda stagione ha migliorato tutte le voci statistiche principali e ha chiuso in sostanza con una doppia doppia di quasi 20+10. La connection con Young funziona già alla perfezione, ma per il lungo ex Wake Forest il processo di miglioramento passa dalla qualità del suo tiro da fuori e dal volume di tiro. Kevin Huerter (21) ha il compito di usare tutti gli spazi creati dai compagni per diventare il nuovo Klay Thompson. Per poterlo fare deve però quantomeno avvicinare il livello difensivo della guardia dei Warriors.

Photo by Scott Cunningham/NBAE via Getty Images

Le due scelte al draft della scorsa estate sono di quelle che possono fare il botto: alla 4 De’Andre Hunter (Virginia), ala dal fisico pazzesco, può difendere su 3/4 ruoli. In attacco, al college aveva numeri di alto livello dal punto di vista dell’efficienza in diversi aspetti del gioco, sarà interessante vedere come e quanto utilizzerà i possessi a disposizione.

Alla 10 è stato scelto Cam Reddish, il terzo del trio delle meraviglie di Duke. Giocatore di equilibrio, per come è costruita la squadra avrà tempo per migliorare il suo bagaglio offensivo soprattutto  dal palleggio. Three and D, al college ha tirato oltre sette tiri di media da oltre l’arco (con il 33,3%).

De’Andre Bembry, Jabari Parker e Alex Len sono i giocatori che porteranno il solito contributo in attacco, i primi due con il loro talento, il lungo aprendo il campo.

Atlanta può far crescere i suoi giovani anche grazie al gruppo di veterani che garantirà tiro (Crabbe), conoscenza del gioco (Evan Turner) e immortalità (Vince Carter, 42 anni).

La scorsa stagione ha visto gli Hawks terzultimi per efficienza difensiva e al 24° posto per percentuale di rimbalzi conquistati in difesa. Questi sono i campi dove ci si aspettano i miglioramenti maggiori.

In attacco sono stati il gruppo con il pace (possessi sui 48 minuti) più alto, il che ha portato in maniera abbastanza naturale ad essere la franchigia che perde in proporzione più palloni. La buona notizia è che sono una squadra che ama passarsi il pallone come testimonia il 9° posto per % di assist sui canestri.

CHARLOTTE HORNETS

di Roberto Gennari

North Carolina anno zero. Via Jeremy Lamb, via soprattutto Kemba Walker, che degli Hornets in questi anni era stato anema e core, portando i calabroni a due apparizioni ai playoff e a sfiorarli lo scorso anno. Lo starting five di Charlotte di quest’anno vedrà Terry Rozier (che dopo quattro anni da soldato di Brad Stevens andrà agli Hornets a fare i big money e necessariamente anche a mettere insieme big numbers), Dwayne Bacon, un giocatore al terzo anno che non ha messo in mostra chissà cosa finora, ma ha saputo sfruttare al meglio il minutaggio che il coach gli ha dato nel finale della scorsa stagione, come a fine marzo dove ha inanellato tre partite consecutive oltre quota 20 punti, il veterano Nicolas Batum, al suo dodicesimo anno nella Lega e quest’anno chiamato a dare un contributo numericamente maggiore rispetto alla stagione scorsa, il secondo anno da Michigan State Miles Bridges, che può dare un discreto contributo ma che non è esattamente un lungo, e infine The Big Handsome Cody Zeller, giocatore affidabile ma non esattamente un cuor di leone.

Photo by Kent Smith/NBAE via Getty Images

Ora, è abbastanza facile immaginare come coach Borrego non stia proprio facendo salti di gioia, visto anche che lo stesso Rozier ha ammesso di avere ancora qualche difficoltà nel ruolo di leader di una squadra. Ma è anche vero che le aspettative basse sono forse l’unica cosa a cui può ancorarsi la squadra in blu e celeste per evitare di naufragare: giocare senza eccessiva pressione, cercando di esprimere soprattutto in casa un buon basket, è il massimo che si possa chiedere agli Hornets quest’anno. Certo, in panchina c’è qualche giocatore con un po’ di esperienza in NBA, come i vari Biyombo, Marvin Williams e Kidd-Gilchrist, un nucleo di giovani da far crescere, come Malik Monk, The God of Dunk (vi vedo che ridete), il neocampione del mondo Willy Hernangomez e il rookie P.J. Washington, protagonista di due solide annate in un college di primissima fascia come Kentucky, ma la sensazione è che a Charlotte manchi un po’ di tutto, e che la cessione di Kemba Walker sia stata la classica mossa per togliere tutta la polvere da sotto il tappeto.

Lo scorso anno Charlotte era la squadra che perdeva meno palloni di tutta la Eastern Conference, seconda solo ai San Antonio Spurs in tutta la NBA: ecco, se proprio vogliamo trovare qualcosa di buono da cui ripartire per la squadra di Michael Jordan, diciamo che potrebbe essere questo.

 

MIAMI HEAT

di Roberto Gennari

Il ritiro di Dwyane Wade mette ufficialmente i Miami Heat di fronte a un “anno zero” della loro storia cestistica. Così Miami ha deciso di liberarsi di lacci e lacciuoli e intraprendere davvero il cammino che – nelle intenzioni di quella vecchia volpe di Pat Riley – dovrebbe riportarli ai vertici della NBA. Certo, magari non da subito, ma neanche con un cammino tanto traumatico com’è stato quello intrapreso da Phila negli anni del Trust the Process – che poi va bè, anche lì.

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A South Beach si è deciso di mettere un punto fermo con l’estensione contrattuale ad Erik Spoelstra, un allenatore partito in sordina e oggi uno dei pezzi più ambiti nel mercato. Si è poi deciso di alleggerire il Salary Cap e lo spogliatoio dell’ingombrante presenza di Hassan Whiteside, un giocatore di impatto ma che – diciamo così – non fa del Q.I. cestistico la propria arma migliore. Lo spazio salariale, peraltro, è stato usato per firmare uno dei free agent più ambiti sulla piazza, nonché un giocatore con una forma mentis che piace da morire a Pat Riley: Jimmy Butler, giocatore sicuramente di temperamento, che non si risparmia mai sui due lati del campo e che a Phila si sentiva un po’ “chiuso” tra Embiid e Ben Simmons. A lui – e al veterano di mille battaglie Goran Dragic – saranno affidate le chiavi della squadra. Nella posizione di centro sarà chiamato a più minuti e più responsabilità l’ottimo Bam Adebayo, uno che nel tempo di gioco che gli concedeva Spoelstra si è comunque messo in luce, anche se rispetto a Whiteside è ovviamente meno carrozzato. Il resto del roster non straborda di talento ma ha un trait d’union nella concretezza: Justise Winslow, James Johnson, Meyers Leonard (arrivato in Florida al posto di Whiteside) più due soggetti da prendere un po’ con le molle come Dion Waiters (che pare ai ferri corti con Pat Riley e salterà l’opener stagionale perché sospeso per unprofessional conduct on the bench) e Kelly Olynyk, non sono certo giocatori che cambieranno la storia della Lega, ma non pretendono la palla ad ogni possesso e non faranno troppi danni.

Una menzione a parte la merita Tyler Herro, chiamata numero 13 dell’ultimo draft. Al torneo NCAA gli abbiamo visto annullare uno dei tiratori da tre più temuti della storia del basket collegiale, e in generale Herro nel suo unico anno a Kentucky si è dimostrato giocatore affidabile nella metà campo difensiva (ma in NBA non saranno tutte rose e fiori), una macchina ai liberi (.935) ma ancora non troppo continuo in attacco. Pur senza caricarlo di eccessiva pressione, per riportare il record della franchigia in positivo e tornare a giocare i playoff, gli Heat avranno bisogno anche del suo contributo. Ecco, il tallone d’Achille di Miami, a ben guardare, è proprio negli spot 1 e 2, tra punti interrogativi (Dragic sano tutta la stagione? L’oggetto del mistero Kendrick Nunn arruolabile? 40 punti in una gara di preseason dicono comunque poco, anche se di là c’erano i Rockets) e ricerche di conferme (Dion Waiters ha saltato quasi 130 partite nei suoi tre anni a Miami: sarà di nuovo in salute come nel periodo ai Thunder? E soprattutto: riuscirà a tenere la testa a posto?), le sorti di Miami passano dal rendimento delle sue guardie.

 

ORLANDO MAGIC

di Andrea Cassini

Parabola strana quella descritta negli ultimi anni dalla franchigia della Florida, dettata anche da scelte dirigenziali un po’ frettolose e poco lungimiranti, oltre ovviamente ad alcune variabili fuori controllo che non si sono allineate in favore dei Magic. Le aspettative sono calate di molto da quando Orlando acquistò Serge Ibaka dai Thunder con l’idea di salire subito ai vertici della Eastern Conference, e per lungo tempo la squadra ha pagato la mancanza di un vero franchise player. Alla fine, nel silenzio generale, quel ruolo se l’è preso di propria iniziativa Nikola Vucevic, e il quadriennale da 100 milioni di dollari firmato in estate aggiunge la benedizione del GM Hammond. Molti lo immaginavano in partenza, per liberare spazio salariale e ripartire da zero, ma in mezzo è successo qualcosa: i Magic hanno approfittato del polverone a centro classifica per strappare una qualificazione ai playoff e posizionarsi per occupare stabilmente un posto nella griglia per gli anni a venire. In tutto questo Vucevic ha aggiunto pericolosità in attacco, con il 36% da tre e un sensibile incremento negli assist, limando al contempo i limiti difensivi. Ovviamente la protezione del ferro resta il suo punto debole e sul lato atletico Vucevic non si avvicina agli unicorni che popolano il pitturato nei tardi anni ’10, ma per il momento può bastare.

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Orlando si è mossa bene accumulando i talenti di Jonathan Isaac (chiamato alla stagione della svolta) e Mo Bamba, entrambi complementari a Vucevic, e aspettando con pazienza Aaron Gordon ed Evan Fournier – reduce da un career year e da un ottimo Mondiale con la Francia.

In estate, Orlando ha rasentato la perfezione e ha scelto di non abbandonare la via vecchia per la nuova: confermati Vucevic e Terrence Ross dalla panchina, un altro giocatore che sta godendo di nuova vita grazie al robusto trattamento di Steve Clifford, hanno aggiunto un prezioso 3&D come Al-Farouq Aminu e due scommesse a costo zero come Markelle Fultz e Michael Carter-Williams (sul primo ci torneremo) senza perdere praticamente niente. Si può solo fare meglio rispetto al 42-40 dello scorso anno quindi, anche se i Magic non sono la squadra più spettacolare della lega e il gioco di coach Clifford non è tra i più innovativi; magari persino sperare di salire un po’ più in su del 50%, se quelle famose variabili si allineeranno e se gli equilibri della Eastern Conference, già precari, dovessero crollare definitivamente. Cosa manca per fare il salto? La brillantezza, quando non una star conclamata, in cabina di regia; perché a DJ Augustin non si possono chiedere gli straordinari. Ecco che la seconda chance per Markelle Fultz acquista tutto il senso del mondo. Philadelphia non era pronta per lui, e soprattutto lui non era pronto per Philadelphia: se il problema fisico che lo angustia sarà risolto, ed è un se grande quanto le Everglades, Orlando ha lo spot di point guard pronto per lui.

 

WASHINGTON WIZARDS

Bradley Beal, in questo momento, è la classica rosa nel deserto che è la squadra della capitale del District of Columbia. I Wizards, nel giro di una stagione, sono passati dal giocarsela ad armi pari per le finali di Conference a scollinare a fatica le trenta vittorie, e in questa stagione sembra che si continuerà a sentire una musica dalle tonalità molto simili.

L’infortunio di Wall al tendine d’Achille dello scorso gennaio è un franchise-killer: il giocatore è uno dei migliori playmaker della lega, ma non si sa nemmeno se giocherà questa stagione e non si sa in che condizioni sarà al suo ritorno – lui che ha sempre puntato molto sul proprio atletismo – e soprattutto ha un contratto da 40 milioni all’anno, che diventeranno quasi 50 quando scadrà tra tre anni. Le possibilità di manovra della squadra, avendo poco spazio salariale e poca appetibilità, sono minime. 

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L’asset più prezioso della squadra è, come già detto, Beal: ormai il ragazzo è un All-Star, ha concluso l’ultima stagione a 25 punti di media e a 26 anni sta per iniziare il momento migliore della sua carriera.
Con il contratto appena rinnovato per altri 2 anni (per 72 milioncini complessivi) al termine della prossima stagione, la mossa migliore sia per lui che per i Wizards probabilmente sarebbe stata una trade, ma è recentemente arrivata la notizia di un estensione biennale del contratto del giocatore, che non potrà essere scambiato fino alla prossima stagione, e resterà quindi con le chiavi della squadra in mano in attesa di capire cosa sarà di Wall.  Si tratta di un grande successo del nuovo front office, guidato da Tommy Sheppard, che è riuscito a convincere il giocatore della validità del nuovo progetto e delle possibilità di ricostruzione del roster. Ci sono due anni di tempo prima della player option di Beal e fino ad allora l’obiettivo sarà sviluppare i giovani a roster (più della metà dei giocatori registrati è sotto i 24 anni)  e cercare di creare un gruppo coeso e in grado di tenere in campo. Questa stagione dunque sarà probabilmente poverissima di vittorie, e non potrebbe essere altrimenti con un quintetto che vede i nomi di Ish Smith, Trent Brown Jr e Thomas Bryant: quest’ultimo, un solido centro con mentalità difensiva, potrebbe diventare una pedina importante in futuro. Sarà interessante però seguire anche la prima stagione di Rui Hachimura, un 4 atipico che è anche il primo giapponese della storia della lega, e l’ottava di Isaiah Thomas, ancora alla ricerca di sé stesso e dello stato di forma da MVP che aveva nell’ultimo anno a Boston.

E chissà che dalla lottery pick, a fine stagione, non arrivi LaMelo.

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