BOSTON CELTICS

di Davide Romeo

Dopo una stagione al di sotto delle – grandi – aspettative, i Celtics hanno vissuto una piccola rivoluzione estiva.  La partenza di Irving in direzione Brooklyn sarebbe una perdita grave per qualsiasi squadra: il playmaker di origini australiane ha deluso, sia per i malumori durante la seconda parte di stagione che per le prestazioni durante i playoff, ma si tratta pur sempre un All Star e di quello con più punti nelle mani. Il compito di sostituirlo spetta a Kemba Walker, arrivato in estate da Charlotte e fresco reduce dal suo primo mondiale disputato con team USA, anche se non con un risultato soddisfacente. Si tratta di un giocatore che l’anno scorso ha chiuso a 25 + 4 + 6, cifre non lontane da quelle di Irving nell’ultimo anno a Cleveland. C’è quindi ragione di credere che Kemba possa fare il salto di qualità alla corte di Stevens e avere un impatto molto simile a quello di Kyrie. Possiamo aspettarci che Kemba assuma il ruolo di leader della squadra – come a Charlotte – essendo il miglior realizzatore e il miglior creatore di gioco. Alle sue spalle probabilmente opererà Marcus Smart, un gran difensore in grado di spezzare le partite come leader della second unit.

Clutch Points

L’addio di Marcus Morris lascia comunque affollatissimo il reparto di esterni, con Tatum, Brown, lo stesso Smart e Hayward in lizza per gli stessi minuti. Da Tatum ci si aspetta la breakout season che ha mancato lo scorso anno, magari con più responsabilità sul lato offensivo del campo: dovrà ritrovare efficacia in isolamento e attaccare di più il ferro. Anche Jaylen Brown e Gordon Hayward sono chiamati ad un miglioramento. il primo ha subito un infortunio alla mano della prima parte della stagione ed è rientrato quando la squadra era già in crisi, finendo in panchina; l’ex Utah sembrava ancora privo di fiducia nei propri mezzi e nel proprio fisico, e la squadra ha risentito della sua ridotta produzione offensiva a fronte di un largo impiego. Molto del futuro a breve termine della squadra dipenderà dalle prestazioni di questo trio.

Il punto debole del roster è sicuramente il reparto vicino a canestro, dove l’unica certezza è il neoacquisto Enes Kanter. Fresco di nazionalità svizzera, alla faccia di Erdogan, è un giocatore che offre interessanti opzioni offensive sotto canestro e in situazioni di pick and roll. Tuttavia non è in grado di avere lo stesso impatto difensivo di Horford, e il suo cambio sarà uno tra Robert Williams, Daniel Theis e Vincent Poirer, tutta gente che ha ancora molto da dimostrare.

Tra i rookie si è molto parlato di Tacko Fall che ormai è una sensation sui social, ma l’altissimo centro giocherà principalmente in G-League. Chi va tenuto d’occhio è Grant Williams, uno che sa tirare, sa passarla e sa giocarsela anche sul perimetro. Pare già in grado di ritagliarsi minuti importanti e tenere il campo sia come 4 che come 5, ma anche non trovando spazio fin da subito può svilupparsi sicuramente in un solido giocatore per il futuro. Un’altro che ci piace è Romeo Langford, una guardia che è già una leggenda in Indiana ed una maschera di ghiaccio in campo: è un ottimo realizzatore che può già dare un valido contributo in uscita dalla panca, e che una volta sgrezzato potrebbe diventare un gran giocatore. Carsen Edwards è un ottimo tiratore, e anche lui potrebbe portare energia e brio alle seconde linee.
Brad Stevens dovrà certamente inventarsi qualcosa, soprattutto per sopperire all’assenza di Horford e per integrare in maniera efficace la nidiata di giovani all’interno delle rotazioni, ma le 50 vittorie sembrano alla portata anche quest’anno. Il cammino in postseason è molto più difficile da prevedere, ma se tutto andasse per il verso giusto si potrebbe parlare senza troppe remore di finali di Conference.

 

BROOKLYN NETS

di Matteo Soragna

Una delle grandi protagoniste della scorsa estate ha cambiato molto pur mantenendo un nucleo di giocatori che negli ultimi due anni l’ha portata ad essere una squadra che gioca una bella pallacanestro.

Inizia una sfida alla quale non era abituata, vincere l’anello.

Per farlo ha rinunciato a D’Angelo Russell e ha portato al Barclays Center Kyrie Irving, in uscita (non proprio amorevole) dall’esperienza deludente di Boston. Il play ha comunque prodotto una stagione da 23.8 + 6.9 in poco meno di settanta partite giocate, ma quelle cifre le può fare ad occhi chiusi in qualsiasi squadra. Il grande dubbio riguarda il suo impatto a livello di equilibri, anche se questa Brooklyn non è piena di giovani come lo erano i Celtics.

Il colpo vero però è aver convinto (insieme a Kyrie) il due volte MVP delle finali Kevin Durant a vestire il bianco/nero, pur sapendo che realisticamente si dovrà aspettare la stagione 2020/21 per rivederlo in campo dopo la rottura del tendine d’Achille.

Photo by Nathaniel S. Butler/NBAE via Getty Images

A chiudere il terzetto di amici si è aggiunto DeAndre Jordan che avrà una delle ultime possibilità delle sua carriera per vincere.

Il reparto guardie è oggettivamente di livello con Spencer Dinwiddie che ha raggiunto la sua maturità e consapevolezza nella squadra uscendo dalla panchina. Gioca una marea di PnR e ha carta bianca usando il suo talento dal palleggio. Con Irving e poi Durant in campo potrebbe godere di spazi che gli consentirebbero di migliorare quel 33.5% da tre punti della scorsa stagione.

Dopo il brutto infortunio alla gamba, che lo ha tolto dal campo anche per la prima metà della stagione scorsa, Caris LeVert è tornato a dare  grande produzione offensiva.

Joe Harris, dopo un non felicissimo Mondiale cinese, proverà a ripetere la grande stagione che gli ha permesso di tirare da oltre l’arco con un abbondante 47.0% e aprire il campo per gli isolamenti di Irving e Dinwiddie.

Il reparto lunghi è meno di impatto offensivo, con il già citato Jordan e con Jarrett Allen che vivranno di blocchi per gli alley oop e di rimbalzi d’attacco. Sono due ottimi stoppatori anche se questo non è garanzia di buona difesa. 

Kurucs nello spot di ala grande deve poter aprire il campo tirando meglio del 31.5% da tre punti della passata stagione e lavorare in campo aperto usando le sue caratteristiche.

Quando tornerà KD lo vedremo diversi minuti in quel ruolo dominando come ha fatto negli anni agli Warriors.

Nella stagione 18/19 i Nets non hanno eccelso in nessuna statistica particolare, se non a rimbalzo offensivo dove sono stati nella top 10. L’obiettivo minimo è la semifinale di Conference, magari proprio contro i Sixers che li hanno fatti fuori 4-1 l’anno scorso.

 

NEW YORK KNICKS

di Matteo Soragna

Inizia la nuova storia dei Knicks, partendo dalla cessione di Porzingis e la scelta di RJ Barrett al draft. New York ha bisogno di trovare prima di tutto credibilità, dopo anni passati a costruire male le squadre e a non sfruttare al meglio le scelte.

Sono sei anni che non vanno ai playoff, ma soprattutto sono anni che esprimono una pallacanestro di basso livello.

La ricostruzione passa dalla scelta della guardia ex Duke, giocatore di grande talento combinato ad una grande conoscenza della palla a spicchi. Atleta multi dimensionale che può giocare diversi ruoli tra gli esterni, che sa creare dal palleggio e da cui ci si aspetta produzione immediata.

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Molto dipenderà dall’equilibrio che si creerà tra gli esterni con Dennis Smith Jr. che l’anno scorso, dopo il trasferimento da Dallas nell’affare Porzingis, ha prodotto quasi 15 punti di media e più di 5 assist pur abusando del palleggio e mettendo poco in ritmo i compagni.

Al secondo anno Kevin Knox potrà migliorare gli alti e bassi (comprensibili nell’anno da rookie) che hanno contraddistinto la passata stagione.

Allonzo Trier è l’altra guardia che ha prodotto molto in attacco uscendo dalla panchina, ma usando tutti i palloni che gli passavano per le mani.

Annata chiave per il play francese Frank Ntilikina, dopo un Mondiale giocato in crescendo da protagonista mostrando miglioramenti nel fondamentale che fino ad oggi lo aveva visto più in difficoltà, il tiro.

Pacchetto di esterni molto giovane che può essere aspettato per vederne i progressi.

Reparto ali forti affollato e pieno di teste calde. Julius Randle viene da un anno a New Orleans con cifre da quasi All Star (21.4 + 8.7), tirando da tre punti per la prima volta sopra il 30% (abbondante in questo caso) che abbinato alla sua capacità di giocare in campo aperto dal palleggio lo rendono un’arma di alto livello. La sua concentrazione, soprattutto in difesa, è uno degli aspetti su cui lo staff dovrà lavorare.

Di fianco a lui da Boston è arrivato Marcus Morris, uno dei pochi ad essere continuo nei Celtics dell’era Irving, che però ha già pensato bene di farsi espellere in una amichevole pre season rischiando di cambiare i connotati a Justin Anderson.

Il tiro da fuori per aprire il campo è garantito anche dalla presenza di Bobby Portis, anche se la sua tenuta mentale è sempre stata il grande punto di domanda della sua carriera. Se poi non si dovesse trovare bene con Morris…

Sotto canestro Taj Gibson porterà esperienza e attitudine, cercando di fare da mentore a Mitchell Robinson che nella stagione da rookie ha portato alla causa di NY 2.4 stoppate a partita, tirando dal campo con il 69% massimizzando scarichi e rimbalzi d’attacco.

Il compito, non semplice, per coach Fizdale è quello di dare prima di tutto un’identità alla sua squadra che ad oggi è solo un insieme di giocatori, chi alla ricerca di riscatto e chi alla ricerca del suo futuro.

 

PHILADELPHIA 76ers

di Roberto Gennari

Quel pallone che rimbalza quattro volte sul ferro, poi si accomoda in fondo alla retina. Quella foto con Leonard, Embiid e mezzo mondo con gli occhi fissi sulla palla. Uno dei momenti più iconici della NBA moderna, quello che ha poi conseguentemente portato al primo espatrio dal suolo USA del titolo NBA, è conseguentemente e purtroppo per loro, anche uno dei momenti che maggiormente hanno definito il percorso dell’ormai arcinoto “Process” che da anni sta andando avanti a Philadelphia.

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Certo, ragionando in termini di freddi numeri, le stagioni in cui le vittorie arrivavano col contagocce (47 in TRE stagioni, ricordiamolo) sembrano lontane anni luce, e adesso i Sixers affidano a Brett Brown una squadra con due superstelle indiscusse come Joel Embiid e Ben Simmons, affiancando loro Tobias Harris, che tra Clippers e Sixers ha messo insieme la miglior stagione della carriera, Josh Richardson, che Miami ha dovuto a malincuore includere nella trade per arrivare a Jimmy Butler (il quale dopo aver lasciato Minnesota per i Sixers, aveva detto che avrebbe voluto solo e soltanto Miami) e Al Horford. Il problema è casomai che adesso i Sixers sembrano essere andati persino oltre l’all-in: la second unit di Phila, quest’anno, vede i soli Ennis III e Mike Scott, più forse Trey Burke, ma è un grosso forse, in grado di dare un contributo da subito.

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Rispetto alla squadra che nelle ultime due stagioni ha scollinato le 50 W e si è fermata per due volte alle Semifinali di Conference, infatti, sono partiti in momenti diversi e per diverse ragioni J.J Redick, Robert Covington, Dario Saric, T.J. McConnell, Marco Belinelli e l’ingiudicabile Markelle Fultz. La panchina di Phila, quest’anno, è insomma piuttosto svuotata, anche considerando che delle cinque scelte che avevano i Sixers al draft, ben quattro sono stati i giocatori scelti e poi scambiati (Ty Jerome, Carsen Edwards, Bruno Fernando e Admiral Schofield). Particolare non secondario: Redick (240) e Shamet (99, in 54 partite) erano primo e secondo dei Sixers per triple realizzate. A Richardson e Harris l’arduo compito di non farli rimpiangere. E allora resta da capire se davvero Ben Simmons avrà imparato a tirare da fuori (tendenzialmente resterei sul vecchio adagio secondo cui una rondine non fa primavera, o per dirla con quel film che noi tutti amiamo, “il sole batte anche sul culo di un cane”, fino a smentita in partite ufficiali), resta da capire quanto potrà dare nel corso di una stagione lunga com’è quella NBA il non più giovanissimo figlio di Tito Horford, quante partite salterà Embiid (gli auguro di non saltarne nessuna, ovviamente), quanto di buono arriverà dalle riserve.

Ogni anno in più che passa, tuttavia, diventa sempre più lecita la domanda: avranno fatto bene i tifosi della Città dell’amore fraterno a credere nel Process?

 

TORONTO RAPTORS

di Davide Romeo

Sono i campioni in carica, protagonisti della cavalcata al titolo più inaspettata del decennio, eppure nessuno li considera tra i favoriti. E, parlando chiaramente, è giusto così. Il vuoto lasciato da Kawhi Leonard è enorme e non può essere riempito completamente da nessuno dei giocatori a roster, quindi è esagerato aspettarsi automaticamente un repeat. Tuttavia Toronto rimane una delle migliori squadre ad Est, e saranno sicuramente molto interessanti da seguire.

Paskal Siakam durante la scorsa stagione è stato il Most Improved Player e ha dimostrato di essere il futuro della franchigia. Ora ha l’occasione di diventare già il leader. Lo scorso anno ha chiuso a 17 punti di media con il 20% di usage: la partenza di Leonard lascia spazio per un aumento proporzionale di entrambi i dati, che dovrebbero portarlo ad essere la prima opzione offensiva, ma non dimentichiamo anche che è un All Defense e un valido passatore. Le basi per una stagione da All Star ci sono tutte. 

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Il successo della squadra dipenderà molto anche da Kyle Lowry, vero generale in campo e leader emotivo della squadra: è riuscito a compiere la trasformazione da scorer a playmaker più puro e dovrà continuare così perché la grande forza dei Raptors – la circolazione palla – dipende molto dal suo contributo. È anche uno dei pochi in grado di crearsi un tiro dal palleggio (in misura minore può farlo anche Norman Powell, ma con meno efficienza) quindi quando non sarà in giornata i Raptors faranno fatica.

Il frontcourt tutto spagnolo di Gasol e Ibaka è uno dei migliori della lega, a dispetto dell’età non più verde, perché sono ottimi difensori e molto versatili offensivamente. Marc è il secondo miglior lungo passatore della lega, ma anche Ibaka ha buone doti di “playmaking” che aveva già fatto vedere ai tempi di OKC e che ha riesumato nel corso della scorsa stagione.

Van Vleet e McCaw continueranno a guidare una second unit che si arricchisce con gli arrivi di Stanley Johnson e Rondae Hollis-Jefferson, due che sembravano avere il potenziale di diventare futuri membri del miglior quintetto difensivo della lega ma vengono da anni difficili. Chissà che Nick Nurse non riesca a farli esprimere al meglio, visto il grande lavoro difensivo della squadra durante la scorsa stagione e soprattutto durante gli scorsi playoff.
Ci sarà da tenere d’occhio OG Anunoby, che due anni fa da rookie era salito alla ribalta dopo aver tenuto benissimo il campo da titolare in una squadra da 60 vittorie e non aveva piegato la testa nemmeno davanti a Lebron. Anche per lui la scorsa stagione è stata difficile, sia per infortuni che per problemi personali, ma adesso può riprendere il suo sviluppo e confermarsi un valido 3&D, riempendo il vuoto lasciato da Danny Green. Nel migliore dei casi potrebbe avere un percorso simile a quello di Siakam durante la scorsa stagione, ma sembra improbabile: pur essendo un mostro di atletismo, il suo repertorio tecnico è molto più limitato.

Le 50 vittorie dovrebbero essere l’obiettivo minimo, e ai playoff saranno una mina vagante. Come già detto, magari non faranno le Finals o le finali di Conference, ma se rimangono sani non è una possibilità da escludere del tutto. 

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