DALLAS MAVERICKS

di Giorgio Barbareschi

Doncic e Porzingis. Porzingis e Doncic. Inutile girarci attorno, le possibilità dei Dallas Mavericks di ricostruire un nuovo ciclo vincente dopo quello culminato nel titolo del 2011 passano solo ed esclusivamente dalla definitiva esplosione dei due giocatori europei, su cui i texani hanno investito molto in termini sia economici che tecnici.

Doncic ha vinto con pieno merito il titolo di ROY, fatto innamorare mezza NBA e dimostrato di avere una maturità straordinaria per un giocatore della sua età, soprattutto nella gestione dei finali di gara. Sarà quindi di nuovo lui la fonte principale del gioco di Dallas, ma quest’anno non sarà più una sorpresa per nessuno e dovrà dimostrare di aver limato i suoi principali difetti: le percentuali nel tiro da fuori (32.7% nel 2018-19), ai liberi (71.3%, davvero troppo poco per uno con quelle mani) e la tendenza a perdere un po’ troppi palloni (3.7 a partita).

USA Today

Ma è su Porzingis che i Mavs sono andati davvero all-in, prima cedendo mezza squadra (oltre ad incamerare un paio di discreti contratti-capestro) per portarlo in Texas e poi ricoprendolo d’oro (rinnovo contrattuale da 158 milioni in 5 anni), nonostante il lettone non abbia più visto il campo da quasi un anno e mezzo. Nessuno ha dubbi sul talento del lungo da Liepaja, d’altra parte dove mai si è visto un 2.21 in grado di tirare, stoppare e mettere palla per terra in quel modo. Ci sono invece molti più punti interrogativi sulla tenuta del suo ginocchio sinistro dopo l’intervento al crociato e sulla sua reale cattiveria agonistica. 

Ai due giovani talenti europei i Mavs speravano di abbinare almeno un altro top player nella free agency di luglio, ma tutti i grandi nomi hanno preferito accasarsi in altre piazze più invitanti e blasonate lasciando Mark Cuban ancora una volta con il cerino in mano. Dallas ha quindi dovuto accontentarsi di chiudere accordi con giocatori di seconda e terza fascia, che però si spera possano rivelarsi funzionali al nuovo progetto tecnico.

Come detto, il creatore di gioco principale sarà Doncic, che però opererà più da point forward che da playmaker in senso stretto. Lo spot numero uno del quintetto dei Mavs sarà occupato da Delon Wright, arrivato via sign-and-trade dai Memphis Grizzlies (contratto da 29 milioni di dollari per tre anni) in cambio di un paio di seconde scelte future. Un affare, quantomeno sulla carta, perché proprio durante la sua (breve) permanenza in Tennessee, Wright ha dimostrato di aver fatto grandi miglioramenti sia come scorer che come game manager (12.2 punti, 5.4 rimbalzi, 5.3 assist e 1.6 palle recuperate per partita in 26 gare disputate). I dirigenti texani si augurano che il prodotto da University of Utah completi il suo processo di maturazione, cominciando con il sistemare un tiro da fuori che al momento è ancora piuttosto ballerino (33.2% da tre in carriera).

Al suo fianco troverà Tim Hardaway Jr, che non vien via certo gratis (18 milioni in questa stagione e 19 nella prossima, grazie alla generosità del front office dei Knicks) e difende pochino, ma in attacco sa far canestro e può potenzialmente scollinare oltre i 20 punti any given night. In frontline, accanto al sopracitato Porzingis, l’altro titolare sarà probabilmente Dwight Powell, lungo canadese non particolarmente raffinato dal punto di vista tecnico ma molto verticale e che, per dirla in gergo tecnico, si sbatte di brutto in difesa. 

La panchina è abbastanza profonda, per quanto non di alto livello. Accanto a J.J. Barea, di ritorno da una rottura del tendine d’Achille che lo ha costretto (poverino) a rimanere a casa per diversi mesi accudito dalla moglie ex miss-Universo, troviamo il cecchino Seth Curry (che non sarà il fratello Steph ma da tre la mette con uguale perizia), il promettente Jalen Brunson, l’enigmatico Justin Jackson (che un giorno sembra buono per giocare a basket e quello dopo buono per la raccolta differenziata dell’umido) e soprattutto il miglior attore nell’ultima puntata della saga di John Wick: Mr. Bobi Marjanovic

Ah poi ci sarebbe a roster anche un tedesco, biondo, nativo di Wurzburg. Sfiga, è solo Maxi Kleber, perché dopo ventuno anni di straordinaria carriera Dirk Nowitzki ha appeso le scarpe al chiodo lasciando un vuoto incolmabile nel cuore di tutti gli appassionati di basket. Senza di lui Dallas ha perso un punto di riferimento emotivo prima ancora che tecnico, ed è oggi una squadra buona ma non eccezionale, che in altre stagioni avrebbe forse potuto ambire a qualcosa di più ma che nella Western Conference versione “vasca di squali” del prossimo anno potrebbe far molta fatica già per raggiungere la postseason.

 

HOUSTON ROCKETS

di Davide Romeo

In principio fu il solo Harden. Poi fu Harden & Howard. Poi Harden & Paul. Poi ancora Harden, Paul & Melo. Gli anni ‘10 dei Rockets, trascorsi a cercare di trovare il giusto pezzo del puzzle da affiancare al Barba per puntare alle Finals, termineranno sotto il segno di un duo che, comunque vada, farà discutere.
L’ultima volta che Westbrook e Harden hanno giocato nella stessa squadra erano molto affiatati e sono arrivati ad un passo dal titolo, ma da allora sono cambiate molte cose. Harden non è più un sesto uomo che tira da tre in uscita dai blocchi, ma una superstar che ha imparato a sfruttare tutti i bug del gioco della pallacanestro e il cui gioco senza palla è drasticamente diminuito. Westbrook non è più una giovane stella che potrebbe mangiarsi la lega da un momento all’altro, ma un trentenne che sta vivendo gli ultimi anni del suo prime e che si trova per la prima volta fuori dalla sua comfort zone. È tutt’altro che scontato che i due riescano a funzionare bene insieme.

I maggiori dubbi sorgono in attacco. Entrambi sono abituati da tempo ad essere quelli con la maggior percentuale di usage della squadra, e dovranno riabituarsi ad un off-ball molto più attivo: in questo senso è probabilmente Harden il più pericoloso lontano dal pallone, viste le sue eccelse doti al tiro, ed è probabile che sia lui ad adattarsi. Ma i Rockets restano la squadra di Harden, e Westbrook dovrà far pace col fatto di non essere – per la prima volta – il termometro da cui dipendono le sorti del gruppo.

Sarà molto più importante trovare un equilibrio difensivo: Harden è sempre stato pigro negli scivolamenti e sui blocchi avversari, ma anche Westbrook ha qualche lacuna nella propria metà campo. La possibilità di smezzare le responsabilità offensive dovrà essere utilizzata da entrambi per alzare l’intensità nell’altra metà campo. Inutile dire quanto sia fondamentale la presenza in quintetto di specialisti come Clint Capela e PJ Tucker, che dovranno fare tantissimo lavoro sporco per mantenere la simmetria tattica della squadra. A farne le veci ci saranno due loro versioni discount, ossia Tyson Chandler e Thabo Sefolosha.
A completare il quintetto sarà Eric Gordon, ormai un veterano imprescindibile, che dovrebbe integrarsi tanto bene con Westbrook quanto ha già fatto con Harden. Dopo essersi reinventato come tiratore e aver recuperato l’efficacia in entrata che era caratteristica della sua gioventù, dovrà adattarsi a difendere anche l’ala avversaria visto che D’Antoni probabilmente giocherà molto in small ball. In ogni caso ci sono diverse opzioni per l’ex allenatore di Milano e Treviso, che ha a disposizione una second unit profondissima e con giocatori di esperienza in cerca di riscatto (McLemore, Anderson, Rivers) e giovani promesse (Hartenstein, House, Clemons). Mancherà l’esperienza di Gerald Green out per tutta la stagione. 

Photo by Bob Levey/Getty Images

Considerato che l’abitudine del coach è quella di tenere una rotazione piuttosto corta, è difficile prevedere chi tra questi vedrà il campo con continuità, anche perché dipende dalla compatibilità di ognuno con i big three della squadra – che andrà inevitabilmente sperimentata col tempo. Inoltre non si tratta di giocatori estremamente costanti nel rendimento, quindi sarà probabile assistere a second unit molto diverse tra loro almeno nei primi mesi della stagione.

L’obiettivo dei Rockets, ovviamente, non può che essere il titolo, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un oceano di lavoro e di compatibilità da verificare. Tuttavia, per quanto sulla carta ci siano gruppi più funzionali, per la prima volta ad Ovest quasi tutte le big sono dei cantieri aperti. Probabilmente quest’anno sarà la loro più grande occasione. 

 

MEMPHIS GRIZZLIES

di Davide Romeo

La fine dell’era del Grit ‘n Grind è stata come il decesso di un malato terminale lungodegente: una lunga sofferenza a cui è difficile rassegnarsi ma che in fondo è la cosa migliore per tutti i coinvolti. Ora finalmente Memphis può avere un nuovo inizio.

La partenza dei membri della squadra più forte della storia della franchigia – e probabilmente i singoli migliori giocatori di sempre della stessa – avrebbe potuto gettare il gruppo in un abisso simile a quello in cui si trovano Charlotte o Washington. Per fortuna il nuovo front office è riuscito a compiere delle manovre di mercato di tutto rispetto, che potrebbero aver salvato il futuro della franchigia.

La chiave di volta è stato l’arrivo di Ja Morant. Un playmaker di straordinario atletismo, grandissime abilità realizzative e di passaggio nonché un potenziale All Star, ha convinto a tal punto da lasciar partire Conley, che avrebbe potuto ben restare come guida d’esperienza in una squadra giovane. Si costruirà attorno a lui, probabilmente in lizza per il Rookie Of The Year con Zion, e a Jaren Jackson Jr., che è il prototipo del lungo moderno in grado di segnare, distribuire e difendere con efficienza. I due formeranno la coppia che più incarnerà l’identità dinamica dei nuovi Grizzlies, e nel giro di qualche anno potrebbero essere tra i migliori della lega. Ci sono altri giovani prospetti che potrebbero sviluppare molto bene, su tutti il rookie Brandon Clarke che avrà il suo spazio dietro al veterano Valanciunas e ben si complementa con JJJ, ma anche Grayson Allen e De’Andre Melton che possono diventare ottimi role player. Kyle Anderson, Jae Crowder e Dillon Brooks si alterneranno sugli esterni: nessuno di costoro è eccezionale ma sono tutti discreti specialisti che hanno già dimostrato di poter dare un valido contributo.

Mark Weber/Daily Memphian

Nonostante queste note positive, non c’è da montarsi la testa: c’è tanto upside ma la squadra non è assolutamente pronta per competere e la giovane età del roster si sentirà molto sul breve periodo. Lo stesso allenatore, Taylor Jenkins, è un’ex assistente dei Bucks alla prima esperienza da head coach in NBA, così come gran parte del front office, quindi non è chiaro che identità di gioco sarà in grado di dare alla squadra.  Sarà una stagione dedicata alla crescita dei giovani talenti e probabilmente saranno una squadra divertente da vedere, ma difficile ipotizzare i Grizzlies lontano dalla lottery. 

 

NEW ORLEANS PELICANS

di Andrea Cassini

Nel giro di 12 mesi New Orleans ha compiuto un testacoda. Un anno fa si inneggiava a #FreeAnthonyDavis e si criticava la dirigenza per non avere offerto di più per trattenere DeMarcus Cousins, che bene si era abbinato a Davis prima dell’infortunio. Poi un’annata turbolenta, fatta di pessimi risultati e dalla querelle legata a Davis che alla fine ha danneggiato la reputazione di entrambe le parti in causa ed è costata un licenziamento al GM Dell Demps. Ora Davis è finalmente sbarcato ai Lakers e c’è da chiedersi se accettando la famosa godfather offer di febbraio i Pelicans non avrebbero potuto ottenere addirittura di più in cambio, Quel che più conta è che grazie a una spintarella della fortuna i Pelicans si sono assicurati la prima scelta assoluta al draft, che più o meno da inizio 2019 è sinonimo di Zion Williamson. Il fit è perfetto, sia dal punto di vista tecnico (Zion arriva come faro di una squadra che riparte da zero, ha poche pretese immediate ma ha tanto entusiasmo e risorse per risalire la china senza impantanarsi nel tanking) sia da quello umano: la solarità, l’energia e il gioco senza fronzoli di Zion sembrano sposarsi bene con un “mercato secondario” come quello di New Orleans. E così, per quanto sia solo pre-season, in Louisiana si stanno gustando prestazioni da 29, 26 e 22 punti, con cifre come il 12-13 dal campo contro i Bulls e persino la ciliegina di un canestro da tre; ma soprattutto, scene come questa, dove Zion sfida senza paura – e batte – la sorveglianza di Rudy Gobert che sarebbe il difensore dell’anno della lega.

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L’hype dei Pelicans però va oltre Zion. Certo, come insegnano le recenti vicende dei Lakers, con talenti imprevedibili come Lonzo Ball e Brandon Ingram passare dalle stelle alle stalle è un attimo, ma Lonzo sembra aver iniziato con il piede giusto in un contesto più tranquillo: soprattutto, grazie a un mercato condotto con perizia New Orleans ha allestito un roster ad alto tasso di spettacolarità, futuribile, ma che non mancherà di provare da subito la zampata per i playoff. D’altronde c’è JJ Redick, che non fallisce una qualificazione alla post-season da 13 anni, cioè la sua intera carriera, e si è già premurato di farlo sapere a Zion, e anche l’arrivo di Nicolò Melli va visto sotto questa lente: un giocatore su cui lo staff tecnico punta molto per dare equilibrio alla squadra, perché evidentemente si aspettano di giocare partite che contano.

Photo by Layne Murdoch Jr./NBAE via Getty Images

Derrick Favors è un altro acquisto solidissimo – anche se i Pelicans avrebbero fatto carte false per avere Al Horford – mentre Jrue Holiday viene da un filotto di stagioni di altissimo livello di cui si parla molto poco, e sarà interessante vederlo condividere il backcourt con Lonzo Ball. Al capitolo futuribilità, risponde Jaxson Hayes, uno dei migliori centri disponibili al draft, da maturare con l’idea di svilupparlo nel partner in crime di Zion Williamson.

 

SAN ANTONIO SPURS 

di Matteo Soragna

22.

Sono le stagioni consecutive in cui San Antonio va ai playoff, la striscia più lunga di qualsiasi major in America. È oggettivamente un dato impressionante, accompagnato da una percentuale di vittorie del 70%.

Negli ultimi anni, da quando a turno i big three hanno iniziato a lasciare la pallacanestro giocata, ogni stagione è partita con il dubbio se la franchigia texana sarebbe riuscita a guadagnare un posto per la post season e ogni anno ce l’hanno fatta.

Questa stagione non fa eccezione.

La base è sempre la stessa ed è piuttosto “esperta”. Aldridge, DeRozan, Gay, Mills e Belinelli hanno oltre 32 anni di media, ma per la pallacanestro degli Spurs non è un problema insormontabile.

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La squadra però, almeno nelle intenzioni e con un anno di ritardo, sarà nelle mani di Dejounte Murray, recuperato sembra a pieno regime dall’infortunio. Difensivamente può essere un fattore e il suo talento inserito nel sistema Spurs può aiutare l’attacco a giochi rotti.

Photos by Logan Riely/NBAE via Getty Images

A metà campo come al solito il punto di riferimento è LaMarcus Aldridge, l’anno scorso ha viaggiato a 21.3 punti e 9.2 rimbalzi, prendendosi oltre 16 tiri a partita. DeRozan è il riferimento in campo aperto e per giocare gli isolamenti. Tornato alle sue abitudini, in controtendenza con tutta la lega, alla corte di Pop si è preso mezza tripla di media a partita (con il 15%…) e ha ricominciato a prendersi i suoi pull up dalla media.

Gay ha vissuto una stagione fatta di continuità e produzione sia in attacco che a rimbalzo e, per il ruolo che ricopre, anche quest’anno saranno importanti le sue condizioni fisiche.

Da Brooklyn è arrivato DeMarre Carroll, che nel basket di Popovich si può sentire a proprio agio e approfittare di una qualità di tiri piedi per terra che gli possa alzare medie e percentuali.

Nel reparto esterni Bryn Forbes e Derrick White hanno totale fiducia dal proprio coach. Il primo, partito sempre in quintetto, ha garantito il 42.6% da tre punti (con cinque tiri a partita); il secondo, pretoriano portato anche ai Mondiali in Cina, è un conoscitore del gioco e quando si accende è una macchina da canestri. 

Il reparto lunghi si completa con Trey Lyles, che prende il posto di Bertans e deve essere pronto a spaziarsi e a segnare sugli scarichi; e Jakob Poeltl in campo per portare blocchi, difendere e giocare sugli scarichi.

Come al solito gli Spurs giocheranno una pallacanestro ordinata (4° per rapporto assist/palle perse nel 2018/19), fatta di attacchi efficaci (6° per off rating) e buone scelte di tiro (1° per % da tre punti, anche se con pochissimi tentativi). Difensivamente dovranno fare meglio della scorsa stagione, dove stranamente hanno occupato il 20° posto per defensive rating e il roster è rimasto di base lo stesso.

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