GOLDEN STATE WARRIORS

di Andrea Cassini

Cambiare per rimanere se stessi. Potrebbe essere questo il mantra a cui si affideranno i Golden State Warriors nella stagione 2019/2020, un anno di cambiamento non solo simbolico – con l’inaugurazione della nuova, spettacolare arena, il Chase Center, che però i fan si aspettavano di festeggiare con l’ennesima consegna degli anelli – ma anche nella sostanza. La partenza di Kevin Durant in direzione Brooklyn è certamente l’evento di maggiore magnitudo, ma è stato tutt’altro che un fulmine a ciel sereno; piuttosto, è stato il culmine del processo di irrancidimento di una relazione che, dopo il tremendo infortunio al tendine d’Achille, appariva ormai irrecuperabile. Il GM Bob Myers e Steve Kerr hanno da rimboccarsi le maniche, ma in fondo un anello senza KD l’hanno già vinto e Steph Curry è pronto a riprendersi il ruolo da protagonista. Le prospettive non sono male: lui ha scherzato che si aspetta di giocare 48 minuti a partita, coach Kerr lo giudica all’apice della forma fisica e mentale, viene da un’eroica prestazione nelle sfortunate Finals 2019, con 47 punti in gara 3, e quando Kevin Durant era assente ha dimostrato a chi appartenga veramente la squadra: nella scorsa stagione, un differenziale in positivo di oltre 12 punti per 48 minuti col solo Curry in campo. All’equazione aggiungiamoci pure Draymond Green, atteso a un’annata che farà da spartiacque: per molti è un giocatore da sistema, e come reagirà a un sistema che cambia? Per molti è un agonista puro, e come reagirà ora che i Warriors dovranno, almeno per i primi mesi, ridimensionare le aspettative?

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L’autentica variabile impazzita, però, è l’infortunio di Klay Thompson che lo terrà lontano dal parquet almeno fino a febbraio, e la rottura del legamento crociato è sempre un’incognita per il futuro atletico del giocatore. La firma di D’Angelo Russell va letta in questi termini; assicurarsi un realizzatore di razza da affiancare a Steph e al contempo strappare un ambito free agent ai rivali, fresco All Star da 21 punti a partita con 7 assist. Le due guardie sono simili, forse troppo per una convivenza felice, ma intanto Golden State può attendere Klay con serenità.

Di Thompson, va da sé, rimpiangeranno le doti difensive, specialmente considerando che anche l’altro baluardo della difesa, Andre Iguodala, ha cambiato aria e insieme a lui Shaun Livingston che ha optato per il ritiro. Riciclare questi contratti “importanti” ha permesso ai Warriors di rinfoltire la panchina, ma tra i vari Glenn Robinson III, Omari Spellman, Alec Burks e Marquese Chriss Kerr saprà trovare rinforzi di qualità? Sotto canestro la situazione è più rosea, perché con un paio di magie di mercato Myers ha confermato Kevon Looney e aggiunto Willie Cauley-Stein, pressoché perfetto per il semplice compito che gli verrà richiesto. Golden State non si arrende e prova a mantenersi in scia per l’anello: l’impressione, però, è che la concorrenza stia preparando la fuga.

 

LOS ANGELES CLIPPERS

di Marco Munno

Considerati lo zimbello dello sport professionistico statunitense, nonostante il miglior lustro della loro storia i Clippers non sono riusciti a togliersi di dosso l’etichetta di franchigia sfigata. Persi in rapida successione tutti i componenti principali del gruppo, compreso il miglior giocatore ad aver mai vestito la maglia della franchigia (almeno dal suo cambio di nome del 1978) e quello più iconico, l’idea generale era quella di essere destinati ad essere marchiati per sempre in quel modo. Il front office però aveva ben altri programmi: ad un anno appena dall’addio di DeAndre Jordan, l’ultimo superstite del nucleo di Lob City, i Clippers sono mutati in una squadra appetibilissima per qualsiasi giocatore della Lega sia dal punto di vista delle ambizioni che da quello dello spazio salariale. Merito della sorta di miracolo manageriale realizzato dal presidente delle basketball operations Lawrence Frank, dal gm Michael Winter e dal consigliere di lusso Jerry West: con Lou Williams, Pat Beverley e Montrezl Harrell arrivati per Chris Paul nel 2017 ad incarnare la nuova forma mentis del gruppo, prima è stato permesso di esplodere al talento di Tobias Harris. Successivamente, per non impelagarsi nel suo rinnovo di contratto, Tobias è stato ceduto così come tanti altri giocatori di contorno, dando modo a Danilo Gallinari di esprimere il miglior basket della sua carriera e aggiungendo pezzi validi per presente e futuro, senza perdere in competitività con l’accesso ai playoffs. Il piano era quello di fare la voce grossa nella free agency del 2019. Il suono è stato imponente: il 6 luglio sono stati portati alla corte di Doc Rivers sia Kawhi Leonard che Paul George.

Riuniti nella California dove tanto desideravano tornare, il trascinatore allo storico anello dei Raptors e il terzo classificato sia nel premio ad MVP che a quello di miglior difensore della stagione comporranno (a meno di improbabili trades) per almeno un biennio una coppia stellare in entrambe le metà campo. Al loro fianco anche il supporting cast (pecca storica della miglior versione dei Clippers) sarà ben nutrito: innanzitutto il terzetto Williams-Harrell-Beverley è rimasto in blocco, completando il quintetto che verosimilmente giocherà i finali punto a punto, vista la felice soluzione tattica di veder partire dalla panchina i primi due (non a caso primo e terzo classificato nel premio per il miglior sesto uomo della scorsa stagione). Lo starting five vedrà rispettivamente i 22enni Landry Shamet e Ivica Zubac al loro posto: il primo a portare tiro da fuori (anche decisivo, come quello che ai playoffs di quest’anno ha suggellato la storica rimonta contro i Warriors), il secondo (unico giocatore mai scambiato coi Lakers da quando le due squadre sono concittadine) a fare legna sotto canestro. A completare una squadra dalla grande profondità la versatilità di Moe Harkless, la fisicità di JaMychal Green, l’esperienza di Patrick Patterson e l’abnegazione di Rodney McGruder, anch’essi caratterizzati da un’attitudine difensiva prima che offensiva comune al resto della truppa. Gli equilibri per il confermato coach Doc Rivers saranno da trovare: basti pensare al necessario ridimensionamento di Lou Williams, quarto giocatore della scorsa stagione per usage rate, in fase offensiva o al recupero ancora non completato dell’infortunato Paul George, ma gli elementi per poter andare oltre le semifinali di Conference, massimo risultato mai ottenuto dalla franchigia, ci sono tutti.

Per i Clippers il progresso è stato anche estetico, con le nuove divise dell’edizione “City” che si lasciano decisamente guardare – (foto si.com)

 

LOS ANGELES LAKERS

di Matteo Soragna

Un’estate al grido di “Tutto e subito”. In realtà era già successo alla trade line della passata stagione quando però l’affaire Davis era sfumato, creando non poche tensioni all’interno dei Lakers, squadra e società. Tensioni che sono sfociate nelle dimissioni con polemica di Magic Johnson e tre giorni dopo nell’addio consensuale di Luke Walton.

I Lakers si trovano nella stessa situazione di Toronto per il 18/19, firmando Anthony Davis con la spada di Damocle della sua free agency alla fine dei playoff. La differenza però è che i Raptors nella trade di Kawhi Leonard avevano mantenuto un nucleo base, i Lakers hanno rinunciato ai giovani su cui avevano puntato e messo su un roster meno equilibrato. Il duo di superstar garantisce da solo i playoff, considerando che fino all’infortunio di LeBron di Natale, Los Angeles era quarta con il 60% di vittorie. Da lì in poi il tracollo.

Tutto passa dalla salute del Re (al suo primo infortunio in carriera) e da quella di Davis, che ha una storia di problemi molto lunga a dispetto dell’età. In pre season si è fatto male ad un pollice, scongiurando però tempi di attesa lunghi. Per quello che conta, ha dichiarato di voler vincere il titolo di Defensive Player of the Year.

Photo by Andrew D. Bernstein/NBAE via Getty Images

La terza opzione in attacco è Kyle Kuzma (anche se potrebbe partire dalla panchina), che viene da un’estate di rieducazione dalla frattura da stress al piede e non si sa quando potrebbe rientrare. Arriva da una stagione da 18.7 pt e 5.5 rimbalzi con lampi da star, in difesa invece è ancora tre giri indietro per intensità e attenzione.

Caldwell-Pope si giocherà il posto nello starting five con Danny Green, due giocatori che si bilanciano per qualità. Il primo realizzatore e spesso fuori controllo, il secondo team player e soprattutto abituato a vincere.

Nel ruolo di point guard ci sono alcuni dubbi, con Rondo che in attacco tende a condizionare troppo, Quinn Cook chiamato a giocare minuti importanti portando l’esperienza vissuta agli Warriors e poi con Bradley a slittare in quel ruolo con il fardello delle sue condizioni fisiche.

Nei lunghi c’è materiale per raccogliere mille azioni di Shaqtin’ a fool con JaVale McGee probabile starter e Dwight Howard cavallo di ritorno in gialloviola dopo l’infortunio prematuro di DeMarcus Cousins. Nella realtà vedremo tanti minuti Davis da numero cinque.

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L’anno scorso sono stati la seconda squadra per pace, tendenza che probabilmente non si ripeterà quest’anno. Sono stati al 29° posto per percentuale da 3 punti e al 24° per efficienza offensiva.

A gestire la squadra in panchina è arrivato Frank Vogel, dai Magic, con la solita preoccupazione di capire se sarà accettato da LeBron… in preseason ha dichiarato che chi giocherà contro i suoi Lakers dovrà aver paura per il livello fisico della loro difesa e per la loro intensità.

Gli viene affiancato Jason Kidd, forse nella speranza che i giocatori riconoscano un loro simile.

 

PHOENIX SUNS

di Andrea Cassini

Sono anni avari di gioie per il basket in Arizona. La dea bendata aveva provato a dare una mano con la prima scelta assoluta del 2018, impiegata per assoldare DeAndre Ayton, ma nell’arco della scorsa stagione l’interesse intorno ai Suns si è progressivamente affievolito mentre ci si rendeva conto che non bastava Ayton, non bastava Booker, non bastava la nidiata di asset e prospetti, non bastava il nuovo coach europeo Igor Kokoskov: i Suns, semplicemente non avevano sufficiente carne sul fuoco – ma è stato un peccato averli visti uscire dal radar così presto, perché l’incoraggiante stagione dello stesso Ayton è passata un po’ sotto silenzio al confronto con i due colleghi rookie Luka Doncic e Trae Young. Forse è ancora presto per gridare che qualcosa è cambiato, ma quantomeno le mosse estive dei Suns hanno lasciato intendere l’intenzione di perseguire un’idea tecnica: un aspetto che probabilmente era stato trascurato per lasciare i giocatori liberi di evolversi – una strategia che però non ha giovato a uno dei talenti più preziosi, Josh Jackson, rimasto grossomodo ai livelli dell’unico anno di college a Kansas, sul cui progetto i Suns hanno – tardivamente? finalmente? – staccato la spina spedendolo a Memphis. Un esempio? Lo scorso anno coach Kokoskov aveva fatto di necessità virtù, risolvendo l’assenza di una point guard di ruolo nel roster con la conversione a playmaker di Devin Booker, una soluzione ispirata a James Harden. I problemi fisici di Booker non hanno aiutato, ma l’operazione si può comunque decretare un insuccesso: Booker è un attaccante completo (oltre 21 punti di media in carriera), ma forse ha già raggiunto il proprio picco ed è più a suo agio se non deve gestire il palleggio.

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Il nuovo corso si apre affiancandogli Ricky Rubio, che al netto dei suoi difetti sembra un ottimo contraltare per il prodotto di Kentucky ed è reduce dalla migliore espressione di basket in carriera con il titolo di MVP dei Mondiali FIBA. Scorrendo il roster troviamo qualche altra novità interessante. Provando a rivalutare Dario Saric, ad esempio, i Suns hanno fatto una scommessa coscienziosa: il giocatore si è spento negli ultimi trascorsi tra Philadelphia e il Minnesota, ma il materiale tecnico è di prima qualità. Con Kaminsky e Aron Baynes, altro international che si è messo in mostra ai Mondiali, il frontcourt è affollato ma ci sono multidimensionalità e tiro da fuori per compensare la tendenza al gioco interno di Ayton. Mikal Bridges è un altro prospetto con pochi fronzoli che potrebbe fiorire in un contesto di gioco più ordinato, dove dedicarsi alle mansioni di 3&D che tanto successo gli portarono a Villanova, e per tentare di far quadrare il tutto c’è anche un coach nuovo, Monty Williams, una personalità forte e positiva dopo la rapida bocciatura, ma forse non tutta per sua colpa, di uno spaesato Kokoskov. L’idea è che ci voglia ancora pazienza prima di guardare con una certa serietà ai playoff, ma in questa stagione capiremo fino in fondo di che pasta siano fatti Booker e Ayton: i Suns andranno tanto lontano quanto li spingeranno loro, non c’è alternativa.

 

SACRAMENTO KINGS

di Marco Munno

Quando dopo 11 stagioni di assenza dai playoffs uno dei migliori giocatori della storia della franchigia venne scambiato per un rookie bocciato dopo pochi mesi dal debutto, un giocatore dalla lunga cartella clinica, un elemento di contorno e un paio di scelte, non ci furono di certo bei presagi sul futuro dei Kings. Tuttavia nel giro di 2 annate il team di Sacramento ha gettato delle buone fondamenta per una squadra che possa finalmente risalire la china. Dopo inizi non esattamente positivi (vedasi ad esempio la scelta al primo giro del draft 2016 di Papagiannis, per non parlare dello scambio che li ha privati della scelta al primo giro di quest’anno per liberare spazio salariale buttato per Rondo), i movimenti sul mercato del general manager Vlade Divac sono stati più accorti, così da costituire un nucleo promettente.

Innanzitutto con la scelta numero 5 del 2017 è stato portato in casa De’Aaron Fox. Una volta consegnategli le chiavi della squadra liberandolo dall’alternanza di responsabilità con veterani ingombranti come George Hill o Zach Randolph, nella sua stagione da sophomore è viaggiato ad ottimi 17.3 punti + 7.3 assist, guidando con la sua velocità (ad ora forse la più alta dell’intera NBA) il team dal travolgente ritmo di gioco (terza assoluta in stagione regolare, con 103.88 di pace), uno dei piú divertenti del lotto da vedere. Inoltre è riuscito a sviluppare un’ottima chimica con quel rookie menzionato sopra, diventato nel frattempo uno dei migliori tiratori della Lega dal 42% abbondante da 3 punti, all’anagrafe Buddy Hield.

Insomma, per lo sfegatato fan di Vegeta di Dragon Ball, modalità Super Sayan attivata

Con la seconda scelta assoluta dello scorso draft i Kings took Bagley over Luka, come recitava il famoso motivetto: passare un talento come Doncic però è parso meno azzardato quando Marvin Bagley nella pausa dopo l’All Star Game ha totalizzato 18.5 punti e 9.2 rimbalzi col 39% da 3 punti ad allacciata di scarpe. Fra i rookies ha chiuso la scorsa stagione quinto per punti e quarto per rimbalzi a partita ma solo decimo per minuti giocati a nottata, con poco spazio raggranellato all’inizio dell’anno. Se confermerà i progressi mostrati si rivelerá un pezzo cruciale per le sorti dei californiani, che dopo la buona acquisizione in ala di Harrison Barnes dello scorso sono riusciti nel piano di trattenerlo in questa free agency.

Certo, le sbandate gestionali tipiche dei Kings non sono state totalmente superate: nonostante il buon lavoro, coach Dave Joerger è stato silurato per far posto a Luke Walton, abituato ad un sistema simile a quello di Sacramento nel passato da assistente ai Warriors ma reduce da un flop ai Lakers nella prima esperienza da capo allenatore. In piú, non solo il contratto del titolare Barnes, ma anche quelli dei veterani Joseph e Ariza, discrete aggiunte estive, sono stati piú generosi del loro valore, complicandone le eventuali trades future. Delle trades che sembrano inevitabili dal momento in cui, fra le posizioni di 4 e 5 possono giostrare ben 9 giocatori del roster (in ordine di utilitá Marvin Bagley III, Harrison Barnes, Nemanja Bjelica, Dewayne Dedmon, Trevor Ariza, Harry Giles, Richaun Holmes, Tyler Lydon e Caleb Swanigan) mentre la batteria di esterni in uscita dalla panchina è limitata all’ottimo Bogdanovic, a Cory Joseph e a Yogi Ferrell.

Nonostante tutto resta comunque l’impressione che i Kings abbiano imbroccato la via giusta e che le 39 vittorie della scorsa stagione possano non essere un caso isolato, ma un concreto passo verso il ritorno ad una squadra che riesca a scaldare i cuori dell’appassionata fanbase.

Saranno questi ragazzi gli eredi dei migliori assi visti a Sacramento?

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