di Riccardo Pittis

 

 

Giugno 1993. Sono le 11.55 ed ho appena appoggiato la penna sul tavolo, con il cui inchiostro ho scritto in basso a destra il mio nome e cognome sottoforma di firma in calce al contratto, che sigla il mio trasferimento da Milano a Treviso. Entro così nel mondo bianco-verde Benetton.

Di Treviso conosco poco o nulla, di Benetton ho solo qualche maglione, ed arrivato, poche ore dopo la firma, alla Ghirada, mi rendo subito conto di come da queste parti si faccia sul serio. Tanta gente ad aspettare in un centro sportivo più unico che raro, all’avanguardia per quel periodo ed un modello da copiare ancora oggi, a trent’anni dalla sua inaugurazione.

Un paio di mesi dopo, tornati dalla preparazione, veniamo convocati a Villa Minelli per incontrare il mitico Signor Gilberto, di cui avevo solo sentito parlare con grande rispetto ed ammirazione dai miei compagni che già lo conoscevano. Ero sinceramente emozionato ed in soggezione al pensiero di incontrare una persona che fino a quel momento avevo visto solo nelle foto di Oliviero Toscani, quasi a disagio vista la cornice maestosa della sede dell’azienda di famiglia. Ma tutte queste sensazioni vengono fugate nel momento in cui appare questo signore dai capelli, a quel tempo ancora brizzolati, che con una evidente quanto commovente timidezza per un uomo del suo calibro, ci accoglie con un sorriso sincero e ci ringrazia per essere venuti a trovarlo.

È cominciato così 25 anni fa il mio rapporto con il Signor Gilberto, durato gli undici anni in cui ho giocato nella sua squadra e per tutti i 14 anni del dopo carriera.

Quando entravamo in campo attraverso il tunnel degli spogliatoi, sapevamo di trovarlo alla nostra sinistra con l’immancabile Signora Lalla sempre al suo fianco, entrambi in piedi ad applaudirci ed incoraggiarci prima di ogni partita. Si, perché se non aveva degli inderogabili impegni lavorativi (e secondo me li pianificava anche in base alle partite), il Signor Gilberto c’era sempre. E lui probabilmente non poteva immaginare quanto per noi fosse importante la sua presenza, in quanto dava implicitamente importanza a tutti noi.

Sua moglie Lalla era un ultrà con la tessera nei centrali, mentre lui le partite le viveva dentro, con solo un apparente aplomb che mascherava il vulcano di emozioni che invece ribolliva all’interno.

Viveva vittorie e sconfitte come se fosse uno di noi, ed in fondo lo era.

 

Che anni meravigliosi sono stati Signor Gilberto. Le parlo come se fosse di fronte a me.

 

Come le volte che mi accoglieva nel suo ufficio, sempre disponibile a trovare uno spazio di tempo tra tutti i suoi innumerevoli impegni. Sfogliando l’album dei ricordi, ripenso a tutte le vittorie ed anche le sconfitte vissute assieme. La coppa Italia del ’93 al mio primo anno, che non fu sicuramente il migliore della mia carriera, tanto che probabilmente qualche dubbio sui 12 miliardi di lire spesi per avermi deve averlo avuto anche lei.

L’arrivo di Mike D’Antoni l’anno successivo, con il povero Orlando Woolridge e Naumoski e un’altra coppa Italia, la Saporta ad Istanbul (mi ricordo ancora la sua gioia incontenibile in quella occasione in cui ovviamente era venuto a vederla). Solo nel 1996 non abbiamo vinto nulla, perché poi ogni anno abbiamo portato a casa almeno un trofeo.

Vinny Del Negro, Gilberto Benetton e Mike D’Antoni.

Si ricorda che festa abbiamo fatto per il nostro primo scudetto assieme nel 1997? Alla quinta partita, prima sopra di venti, poi risucchiati dalle triple di Myers ed alla fine la mia tripla e la rubata di Bonora a portare a casa uno scudetto magico. E poi tutti in Ghirada a festeggiare come sempre.

Poi sono stati ancora coppe e scudetti fino al mio ritiro nel 2004. Poi la storia vincente della Benetton è andata avanti anche senza di me ovviamente, con altre due coppe Italia ed uno scudetto. Fino alla sofferta scelta di lasciare tutto del 2012. Ed io so quanto dolorosa dev’essere stata per lei quella decisione, perché conoscevo l’amore che provava per il basket, dimostrato in 30 anni di matrimonio.

Anch’io ho un rammarico, forse l’unico di quegli 11 memorabili anni, ed è quello di non aver vinto assieme a lei l’Eurolega. L’aveva sfiorata l’anno prima che arrivassi, l’abbiamo sognata insieme con tre final four. La finale a Barcellona ci siamo andati vicini, ma nella legge crudele dello sport purtroppo vince solo una squadra. Lei, come me, amava le sfide e soprattutto amava vincerle. Per questo mi è dispiaciuto molto non esser riuscito a regalarle anche questa gioia.

Quello che lei ha fatto per Treviso rimarrà nella storia. Ha portato alla ribalta nazionale ed internazionale lo sport di una città di 80mila abitanti. In una parola Signor Gilberto, lei per Treviso è lo sport, che altrimenti non sarebbe mai esistito, quantomeno a questi livelli.

Abbiamo avuto una vita sportiva straordinariamente fortunata e vincente assieme. Lei festeggiava doppiamente, visto che anche il volley le ha regalato tante emozioni, ma in cuor mio so che il suo cuore batteva un po’ di più per noi, forse perché da giovane aveva giocato a basket e si proiettava in noi sul campo.

Era bello vederla gioire come un bambino ed abbracciarci, nonostante fossimo tutti sudati, dopo aver vinto una coppa o un campionato. Alzare assieme il trofeo che per la sua timida riservatezza quasi la faceva arrossire, come se tutto quello non dipendesse da lei e non fosse merito suo.

Ed in gran parte invece lo era Signor Gilberto.

Di tutte le vittorie conquistate, ricordo due episodi in particolare. Final 8 di Coppa Italia del 2000 a Reggio Calabria. Quell’anno più che una squadra avevamo un righello. Nei quarti battiamo Roma, in semifinale eliminiamo Pesaro ed in finale troviamo ad aspettarci la grande favorita, la Virtus di Danilovic, Rigaudeau e molti altri, che aveva investito più del triplo del nostro budget. Giochiamo una partita incredibile ed a sorpresa vinciamo in scioltezza. A fine partita, ebbri di gioia, nel pullman che ci riporta in hotel, mi passano il telefono dicendo che è lei. Lo prendo, lo metto all’orecchio e sento: “RICCARDOOOOOOO, CAPITANOOOOO HAHAHAHAHAHA GRANDIIIIIII” e la sento ridere di gioia pura per una vittoria che probabilmente non si aspettava nemmeno lei (oltre che noi). Ed il ricordo mi emoziona ancora adesso mentre scrivo…

Lo scudetto del 2003

Il secondo ricordo è quello dello scudetto del 2003, vinto a Bologna, con la squadra che torna a notte fonda in Ghirada e trova ad aspettarla per festeggiare un migliaio di tifosi, e lei e la Lalla, in piedi fino a tardi, a fare cori e festeggiare tutti assieme. E adesso la lacrima non riesco a trattenerla.

La sua umiltà, la riservatezza, mai una parola fuori posto. Con la sua pura semplicità e gentilezza, metteva tutti a proprio agio.

Oggi avrò l’onore di portarla in spalla per il suo ultimo viaggio ed immaginerò di portarla in trionfo per l’ultima vittoria di una vita piena di momenti vincenti straordinari.

Per tutto quello che è stato e che mi ha dato, posso solo dirle una parola Signor Gilberto…

GRAZIE

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3 comments

  1. Riccardo hai tracciato un quadro perfetto di Gilberto e di quegli anni … seguivo la Benetton da quando era esiliata a Padova ,poi ci hanno regalato quello splendido gioiello che è il palaverde , anch’io abbonata nei centrali vicino alla Signora Lalla ed al signor Gilberto,esultavano più degli ultras , che coppia meravigliosa, di una semplicità disarmante. Oggi piango per un uomo che ha fatto conoscere Treviso al mondo intero , un uomo che non meritava di andarsene soffrendo e non solo a causa della malattia che lo aveva colpito .R.I.P

  2. Pur abitando a Treviso non ho ancora avuto il piacere di conoscerti, ma ti devo ringraziare per le (tante) belle parole che spesso leggo nei tuoi commenti.
    Grazie per questa testimonianza.

    Ciao

    Andrea

  3. Complimenti Riccardo per aver saputo cogliere l’essenza del Signor Gilberto e avermi fatto tornare piacevolmente indietro con i tanti bellissimi ricordi che ci avete regalato.

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