illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Daniele Vecchi

 

 

Chiunque può aver avuto un compagno di banco come Bacca, alle superiori.  Uno juventino, che di basket non sapeva niente. Proveniente dalla bassa provincia, ti parlava sempre e solo in dialetto, e per lui esisteva solo il calcio, la Juventus, i Fighters e le trasferte in bianconero.

Un lunedì mattina arrivò in classe, e invece di snocciolare vita morte e miracoli della partita della Juve il giorno prima come di solito faceva, disse, senza nemmeno salutare: “Eddie Johnson”.

Un appassionato di basket di quel tempo può rimanere interdetto, capendo e non capendo, magari ricordando si una grande performance di Eddie Johnson con i Kansas City Kings vista in televisione circa 20 ore prima, ma senza capire il motivo per cui Bacca, proprio lui, potesse conoscere il Numero 8 dei Kings, autore di una grandissima performance nella partita.

La curiosità di Bacca andò immediatamente oltre, e chiese, rigorosamente in dialetto: “Ma chi è quello che commenta? Sembra un americano”.

E infatti aveva ragione.

Era Dan Peterson, da qualcuno definito forse in maniera un po’ esagerata “the sexiest foreign voice in Italy”, da altri giustamente considerato come il pioniere del basket americano in Italia, oltre ad essere stato ovviamente uno dei coach più vincenti della storia del basket nostrano.

Ormai tutti, da almeno quattro generazioni, conoscono Daniel Lowell Peterson nato ad Evanston Illinois, la città più bella del mondo, sobborgo di Chicago, la città più brutta del mondo (cit. Dan Peterson), con i suoi modi di dire, con il suo già citato accento americano e con le sue idee sul gioco del basket.

Le sue cronache della NBA la domenica mattina su Canale 5 (e poi su Italia 1) divennero un culto assoluto per tutti gli appassionati di basket, affamati di immagini e notizie del magico ed ancora quasi del tutto sconosciuto Mondo NBA, visto che quel poco che arrivava in Italia arrivava dalle pagine dei Giganti del Basket e di Superbasket, con speciali sulla NBA sempre approfonditi, con anche le statistiche e i risultati settimanali di tutti gli ex giocatori del nostro campionato.

Ma oltre a tutto ciò che riguarda il personaggio istrionico, particolare ed originale che è Dan Peterson al di fuori del basket o perlomeno nel settore “entertainment” cestistico, vi è il Dan Peterson coach.

Un coach vero.

Vincente.

Motivato e motivatore.

Straordinariamente pragmatico e immenso conoscitore dell’animo umano.

Curioso ed affamato di materia cestistica ed allo stesso tempo conoscitore quasi totale dei cardini attorno ai quali ruotano gli equilibri del basket giocato.

Un allenatore che è stato capace di portare alla vittoria due delle squadre più blasonate della nostra storia, e soprattutto di gestire dei top players di prima grandezza, con tutto l’indotto di talento, personalità e sfaccettature umane che l’avere in squadra grandi campioni rappresentava.

Peterson arrivò in Italia a settembre del 1973 da perfetto sconosciuto, proveniente da esperienze come assistente allenatore a Michigan State University e come head coach alla Delaware University e alla nazionale del Cile.

Tratto dalla sua autobiografia “Quando ero alto due metri”:

Nel Marzo del 1973, stavo programmando una seconda tourneè negli USA per il Cile. Non avevo, in quel momento, la minima intenzione di lasciare il Cile. Però, sono andato negli USA per il Torneo NCAA, per “ingaggiare” partite per la tourneè. Infatti, sono arrivato a Evanston, dove i miei genitori vivono ancora, come base di operazione, visto che c’era il First Round a Dayton, i Regionals a Nashville e la Final Four a St. Louis, non tanto distante dal McKendree College. Quindi, sono arrivato anche per vedere la mia università, Northwestern, giocare l’ultima partita della stagione regolare, ad Evanston, contro Minnesota. Ero amico del coach di Northwestern, Brad Snyder e sono andato a vederlo in ufficio. Mi ha chiesto il mio attacco contro il pressing a tutto campo. Dopo avere affrontato Temple, mi consideravo “esperto” in materia. Brad l’ha usato e ha battuto Minnesota, un raggio di sole in una stagione disastrosa, 549 globale, con 242 nella Big 10. Il giorno dopo, sono passato nell’ufficio dell’ex-coach di Northwestern, Waldo Fisher, ormai vice-Direttore Sportivo. Mi ha chiesto che intenzioni avevo per la mia carriera. Dissi: “Sono contento in Cile”. Lui: “Ti interessa fare il coach qui?” Scherziamo! Io: “Però c’è Brad Snyder”. Fischer: “Dan, in confidenza, lui si è già dimesso da tempo. Parla con “Tippy” Dye”. W.H.H. “Tippy” Dye era il Direttore Sportivo. Ho parlato con lui e ho fatto chiamare persone che mi conoscevano per raccomandarmi. Non pensavo di avere nessuna chance, perché c’erano 150 candidati.

Durante il viaggio del Torneo NCAA, sono andato in giro per vedere le partite. Un giorno, sono ad Evanston e Dye mi chiama: “Dan, è fra te e Tex Winter. Lui ha fino a mezzanotte per accettare”. Come si sa, Tex Winter ha accettato, alle ore 23:15, e non sto scherzando. Non mi piaceva l’idea perché era ovvio che Tex voleva un altro posto e ha preso Northwestern perché sono cadute le altre offerte. Strano, NU era mia alma mater, la scuola che amavo, e che amo tuttora, ma non ci sono rimasto male. In parte perché ero davvero innamorato del Cile e della mia Seleccion Chilena. Vado a St. Louis per la Final Four. Incontro Chuck Daly, al momento coach dell’Università di Pennsylvania… Una delle scuole che avevo già ingaggiato per il giro del Novembre del 1973. Chuck mi chiede, a bruciapelo: “Dan, ti interessa allenare in Europa?” Nota che non ha detto né Italia né Bologna. Ha detto, all’inizio, “Europa”. Ho risposto: “Sì. No. Non so. Può darsi”. Chuck mi racconta “Il mio vice-allenatore, Rollie Massimino ha firmato un pre-contratto per Bologna (non ha specificato né Virtus né Fortitudo, solo Bologna). Lui è anche candidato come head coach a Villanova University. Se è preso da Villanova, non va a Bologna. Se non viene ingaggiato da Villanova, accetta la proposta di Bologna. Si saprà non subito, ma dopo un po’ di tempo”. Durante la conversazione, il mio povero cervello sta andando a cento all’ora. Sto pensando che il mio contratto con il Corpo di Pace scade il 31 Agosto; che c’è sempre la possibilità di una rivoluzione; che la vita è sempre più dura; che i giocatori fanno sempre più fatica a venire; che le condizioni di lavoro non sono ottimali e… Che non sono stato mai in Europa. Comincio ad essere interessato Dico: “Cosa devo fare?” Chuck dice “Vedi Jack Rohan (coach di Columbia University a New York City). Sa tutto lui dell’Italia”. Ringrazio Chuck, con una stretta di mano. Faccio 10 passi e giro l’angolo del corridoio nell’albergo e faccio “sfondamento” contro… Jack Rohan. Rohan mi dice: “Manda un tuo curriculum all’Avvocato Richard Kaner di New York. Ecco l’indirizzo”. Quando torno ad Evanston, prima di partire per il Cile, spedisco un mio curriculum a Richard Kaner. Parliamo una volta per telefono e mi conferma ciò che Chuck Daly ha detto: che la Virtus Bologna vuole un coach americano e che ha un’opzione su Rollie Massimino, che è anche candidato per il posto a Villanova, che il processo tira per le lunghe che forse si saprà qualcosa fra un mese. Non ci penso più.

Siamo ormai al 1° Aprile. Torno in Cile, facciamo il Festival Mundial in Maggio. Neanche un cenno, ma non ci penso minimamente. Ho la mia squadra, ho il mio lavoro, sono contento, nonostante le difficoltà. Poi, il 1° giugno, arriva un telegramma da Kaner: “Puoi andare a Bologna tra due giorni?”. Rispondo: “No. Quattro giorni”. Kaner risponde “OK”. Così, sono partito un venerdì per fare nove giorni fuori dal Cile, con il rientro una domenica. Il pre-pagato arriva e, come programmato, prendo il volo della Varig che fa Santiago-Rio-Dakar-Parigi, per cambiare per arrivare a Linate. Essendo, come tanti uomini, un bambino dentro, quando siamo atterrati a Dakar, sono sceso per un minuto, ho messo i piedi sulla terra e ho detto: “Africa!”. All’arrivo a Linate, mi vengono a prendere Dino Costa, Achille Canna e l’Americano, John Fultz… Cliente di Kaner. Achille Canna, guidando a velocità supersonica, ci fa arrivare a Bologna in un tempo degno della Formula Uno. Non abituato a viaggiare come un jet… Almeno sulla terra… Sono un po’ scosso dal tragitto Linate-Bologna. Mi sistemano nel Garden Hotel. Sono a Bologna! Tutto succede in fretta. Conosco l’Avv. Gianluigi Porelli, un tipo che mi piace subito: deciso, businesslike, come dicono negli USA, uno che non perde tempo, che è organizzato, che ha idee chiare. Mi spiega la storia della Virtus. Mi schiaffa in mano un libro sulla Virtus e 5-6 numeri di Giganti del Basket, mi parla del contratto, 3 anni, rinnovabile ogni anno, se siamo d’accordo.

Tre cose mi convincono che questo è un altro mondo rispetto alla realtà attuale nel Cile: Bologna è una città di una bellezza straordinaria; vedo il Palazzo dello Sport, che è un vero gioiello; e vedo la squadra fare un allenamento. Vedere gente così alta e così talentuosa mi impressiona. Mi piace, in particolare, Vittorio Ferracini, un combattente, difensore, rimbalzista. Decido di firmare. È un salto nel buio per entrambi Porelli e Peterson.

foto www.virtuspedia.it


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Per sua stessa ammissione, quando arrivò in Italia Dan non sapeva assolutamente nulla del basket italiano, l’unico giocatore del Campionato che conosceva era Bob Morse, e le uniche squadre di cui aveva sentito parlare erano la Ignis Varese, la Innocenti Milano, e la Forst Cantù.

Con queste limitatissime conoscenze del nostro paese Peterson si dimostrò immediatamente una persona di grandissimo spessore.

Infatti per quanto ferree fossero le sue convinzioni cestistiche, tra schemi, allenamenti, attitudine e disciplina mentale e fisica prettamente gravitanti attorno al campo di gioco e al rendimento della sua squadra, Daniel Lowell Peterson si dimostrò aperto, malleabile e totalmente affamato di conoscenza a 360 gradi a riguardo della cultura italiana, della lingua, delle abitudini, delle caratteristiche di vita, ed anche e soprattutto della cultura cerstistica italiana, interagendo e scambiando esperienza, opinioni e vita di basket con altri grandi allenatori nostrani del tempo, da Massimo Mangano, a Elio Pentassuglia a Mario De Sisti, mai stanchi di parlare di basket, di inventare giochi e di esprimere e diffondere la proprio filosofia cestistica.

Dan Peterson arrivò in Italia con una attitudine umile, allo stesso tempo curiosa e come detto affamata, con la tendenza ad imparare e con la consapevolezza di essere, perlomeno agli albori della sua esperienza italiana, ancora “indietro”, nella conoscenza del basket italiano.

Ma la sua voglia di imparare e allo stesso tempo la voracia con cui si nutriva di argomenti riguardanti l’Italia e di nuove visioni cestistiche interagendo con colleghi nostrani, era frenetica e febbrile.

Una volta arrivato a Bologna, Peterson fu bravissimo a mettersi in gioco, con umiltà, senza strafare, ascoltando e ambientandosi.

Primo campionato con la Virtus, targata Synudyne, squadra in ricostruzione seppur di grande prestigio, e subito arrivò un trofeo conquistato, la Coppa Italia, vinta a Vicenza in finale contro la Snaidero Udine il 4 maggio 1974, riportando una vittoria in casa Virtus che mancava da 18 anni.

foto bolognabasket.it

Ed è subito Peterson mania. 

Non tanto per il personaggio umano e carismatico che si affermerà negli anni a venire, quanto per la ventata di professionalità e noviutà che alcune sue attidudini di gioco avevano portato, come la difesa pressing 1-3-1 e la meticolosità nella difesa a uomo, con particolare avversione per la zona.

Quella Synudyne era una squadra imbottita di talento, con Charlie Caglieris, Gianni Bertolotti, un giovanissimo Marco Bonamico e la batteria di lunghi con capitan Gigione Serafini, Pietro Generali e il grande Terry Driscoll, con loro Dan riuscì in una stagione farla girare al massimo, conquistandosi fin da subito la fiducia dei giocatori.

E nonostante la idea che è sempre trapelata di lui, di uomo tutto d’un pezzo e di sergente di ferro, Dan si è sempre invece rivelato un allenatore che ascoltava i giocatori, che aveva un dialogo con loro, che accettava anche i loro consigli e che si fidava ciecamente del proprio staff, sempre e comunque con ottimi risultati.

Dopo la vittoria nella Coppa Italia del 1974 seguì un altro campionato di ottimo livello, e poi giunse la vittoria dello Scudetto nel 1976, concludendo la Poule Scudetto (girone all’italiana con le 8 migliori classificate della Regular Season) con 13 vittorie e 1 sola sconfitta, una apoteosi virtussina in quel campionato, con la Synudyne che dimostrò ciò che tutte le squadre di Peterson hanno sempre dimostrato, ovvero entrare nella forma migliore nel cosiddetto “crunch time” della stagione, ovvero da marzo in poi, dopo aver concluso la regular season al terzo posto con 15 vittorie e 7 sconfitte. 

Così infatti fu, con la inarrestabile scalata al titolo nella Poule Scudetto.

Altre due stagioni alla Virtus per Peterson, poi arrivò la chiamata della Olimpia Milano targata Cinzano, che non era tra le squadre più forti di quel periodo, venendo tra l’altro da una retrocessione proprio nell’anno dello scudetto virtussino nel 76, solo due anni prima.

foto www.amillionsteps.velasca.com


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Fu un’altra sfida accettata da Peterson, che ormai era diventato un coach di punta della Serie A e soprattutto a livello europeo, dove con la Synudyne aveva fatto faville, raggiungendo la Finale di Coppa delle Coppe proprio quell’anno, sconfitta dalla Gabetti Cantù.

Nella sua prima stagione a Milano l’uomo da Evanston andò incontro al suo primo incontro con il destino.

Alla guida di una Billy Milano che stava prendendo forma dopo la retrocessione di due anni prima, Peterson trova il nucleo di giocatori che porterà con sé per una buona parte della sua dinastia, continuando ad applicare i suoi principi di gioco. Doveva ancora arrivare Dino Meneghin da Varese, ma i gemelli Boselli, Toio Ferracini, Mike D’Antoni, Vittorio Gallinari, CJ Kupec e Mike Sylvester erano un roster di primissimo livello.

In finale però la Billy Milano di Daniele Lowell cozzò contro la sua vecchia squadra, la Virtus Synudyne, con in panchina Terry Driscoll, passato da una stagione all’altra da giocatore ad allenatore al posto di Peterson. 

Quella Virtus era una macchina offensiva che superò l’Olimpia 94-81 in Gara Uno e 113-92 in Gara Due, conquistando lo Scudetto, dando una cocente delusione al suo ex allenatore.

Nelle due stagioni successive la Billy venne eliminata entrambe le volte in semifinale dalla grande Cantù di Tom Boswell e Bruce Flowers (che nell’81 vinse Scudetto e Coppa delle Coppe), mentre con l’arrivo del nemico pubblico Numero Uno Dino Meneghin da Varese, l’Olimpia di Peterson si laureò Campione d’Italia nel 1982, conquistando il ventesimo titolo della sua storia battendo in finale la Scavolini Pesaro di Petar Skansi.

La stagione 1982-83 fu una stagione di Finali perse per Dan Peterson, con l’Olimpia sconfitta nella finale scudetto dal Bancoroma di Valerio Bianchini, Larry Wright e Clarence Kea, e nella finale di Coppa dei Campioni a Grenoble contro la Ford Cantù, in una finale al cardiopalma che finì 69-68 in favore dei canturini di Giancarlo Primo, Wally Bryant e Jim Brewer, con una rimonta finale della Billy che recuperò 9 punti negli ultimi minuti e che ebbe anche la palla del sorpasso, mancando però il canestro della vittoria per due volte con Franco Boselli e Vittorio Gallinari.

Altra stagione, altra finale scudetto e altra finale europea, e purtroppo per Dan Peterson, altre due finali perse per l’Olimpia Milano targata Simac, sempre con l’ossatura della squadra di fine anni settanta, con l’aggiunta nel corso degli anni di Roberto Premier e Dino Meneghin, e con due americani di grande nome come Earl Cureton e Antoine Carr.

foto www.museodelbasket-milano.it

Nonostante tutto però la Simac è battuta in finale scudetto dalla Granarolo Bologna, ancora la Virtus sulla strada di Peterson in una finale in cui saltò sempre il fattore campo, con le V Nere a trionfare al Palazzo del Ghiaccio in Gara Uno e Gara Tre, dopo che la Simac vinse al Madison di Piazzale Azzarita in Gara Due.

Come se non bastasse, in quella stagione Milano venne sconfitta anche nella finale di Coppa Delle Coppe a Ostenda, anche qui sul filo di lana, 82-81 dal Real Madrid, a suggellare una stagione ovviamente ottima, ma ricchissima di occasioni perse.

Nonostante le cocenti delusioni, Dan rimase consapevole della forza del proprio gruppo e delle proprie convinzioni cestistiche, e non si lasciò distrarre né dalla stampa, talvolta spietata nei confronti della sua squadra, né da qualche mugugno di tifosi, colpiti in un paio di stagioni dalle brucianti sconfitte subite contro acerrimi rivali come Cantù e Virtus Bologna

E fu qui che arrivò il vero capolavoro di Dan Peterson.

Nervi saldi, fiducia nei propri mezzi e soprattutto nei mezzi dei suoi giocatori, una simbiosi con il proprio fidato assistente Franco Casalini, e nella propria filosofia di gioco, senza stare troppo a pensare ai detrattori e agli scettici.

L’Olimpia vinse nei tre anni successivi tutto quello che c’era da vincere, 1984-85 Scudetto e Coppa Korac, 1985-86 Scudetto e Coppa Italia, e 1986-87 Scudetto, Coppa Italia e Coppa dei Campioni, in una apoteosi di gestione e organizzazione di squadra, di cui il protagonista e fautore fu proprio l’uomo da Evanston.

Vittoria nello scudetto, dominato in finale sulla Scavolini Pesaro, con l’arrivo a metà stagione di Joe Barry Carroll al posto di Wally Walker, e vittoria a Bruxelles nella finale di Coppa Korac sulla CiaoCrem Varese. 91-78 di spessore per il double in stagione della compagine di Peterson.

La fame di vittorie non si placò nella stagione successiva, con Russ Shoene e Cedric Henderson, l’ossatura delle squadra era già operativa da anni ai massimi livelli, con D’Antoni, Meneghin, Premier, Bariviera e Franco Boselli, con i giovani Fausto Bargna e Riccardo Pittis in crescita, e ancora una volta vittoria dello Scudetto, sulla corazzata d’attacco Mobilgirgi Caserta di Oscar Schmidt, battuti sul loro stesso piano, sul punteggio e sull’attacco.

Arrivò anche la vittoria nella Coppa Italia, vinta 102-92 in finale a Bologna sulla Scavolini Pesaro, a suggellare un’altra stagione da incorniciare per Daniel Lowell.

Quella dinastia di Olimpia non accennava a scemare, e come ciliegina sulla torta arrivò a Milano Bob McAdoo, uno dei più forti giocatori della ABA/NBA che a 35 anni si reinventò in Italia, mettendo a disposizione di Coach Peterson tutto il suo talento e la sua intatta voglia di vincere e sudare in allenamento.

Fu una stagione grandiosa, l’Olimpia targata Tracer vinse lo Scudetto ancora una volta in finale su Caserta, vinse ancora la Coppa Italia a Bologna 95-93 sulla Scavolini Pesaro, e soprattutto vinse la Coppa dei Campioni a Losanna, battendo 71-69 il Maccabi Tel Aviv, in una vera e propria apoteosi, per l’Olimpia ma soprattutto per Dan Peterson, il vero e proprio artefice di questa dinastia vincente, a livello gestionale, tecnico, atletico e motivazionale.

foto www.museodelbasket-milano.it


LEGGI “PETE MARAVICH: LA PISTOLA CHE CAMBIO’ IL BASKET”: QUI

Dan Peterson si ritirò dal basket proprio quell’anno, nel 1987 a soli 51 anni, lasciando la propria eredità vincente a Franco Casalini, che portò ancora l’Olimpia ad altri successi negli anni successivi, seguendo l’onda lunga del grande gruppo che avevano costruito nei nove anni precedenti. 

Il coach si ritirò senza ripensarci mai, senza altisonanti ritorni, e rimase fuori dal mondo del basket giocato ed allenato per sua scelta, senza mai cadere in facili potenziali rimpatriate, di certo farcite di ingaggi finanziari importanti.

Si ritirò da vincitore e al proprio apice, con grande carisma e con grande signorilità.

Solamente dopo 24 anni, nel 2011, Dan Peterson, per una serie di circostanze molto particolari, accettò di ritornare sulla panchina dell’Olimpia, in un momento di emergenza, sostituendo Piero Bucchi alla guida delle Scarpette Rosse e portando la Armani Jeans alla semifinale scudetto, sconfitti da Cantù in quattro partite, lasciando poi la guida dell’Olimpia a Sergio Scariolo nella stagione successiva, senza che peraltro l’attuale allenatore della Virtus Bologna avesse maggior fortuna e risultati di lui.

C’era anche un Melli in pubertà

E’ innegabile che la icona di Dan Peterson è stata la pietra angolare della nascita e della crescita della cultura cestistica statunitense nel nostro paese.

E non solo cestistica.

I riferimenti ai “suoi” Chicago Cubs di baseball e i Chicago Bears di football durante le cronache, sempre a metà anni ottanta la mitica e mitologica rubrica “American Ball” il lunedì sera sempre su Canale 5, dove si parlava di basket, football, baseball e hockey, poi già a carriera da allenatore terminata le cronache di wrestling e di slamball, dove ha ulteriormente deliziato gli spettatori con le sue chicche linguistiche, e infine la carriera più importante e utile, quella di motivatore e di docente motivazionale sia nello sport sia nel mondo del lavoro.

(Dopo Canale 5, Italia 1, Tele+, Sky, Dan Peterson sbarca a Sportitalia. Ed anche qui dà spettacolo)

La gestione di un gruppo, la valutazione dei singoli e del collettivo, le potenzialità di ogni componente di un team (sportivo o aziendale poco importa), la attenta analisi del reale valore di un gruppo di persone al lavoro e metodologie di gestione, tutte cose che lui ha vissuto, costruito ed affinato nella propria carriera da allenatore, sono tutte cose che hanno fatto di Dan Peterson uno dei più ricercati docenti motivazionali in Italia.

(Ascoltate questo time out con la Nazionale Over 45)

Le dichiarazioni di Adriano Galliani, tornando indietro al 1986, quando Silvio Berlusconi acquistò il Milan, sono eloquenti: 

Berlusconi è un innovatore e pensavamo che l’allenatore dovesse essere prima di tutto un motivatore. Ritenevamo il coach Dan Peterson un innovatore e un uomo di grande talento. Tanto gli sport sono uguali a livello di motivazioni e pensavamo che potesse imparare certi dettami. Il coach ci ha detto di no e abbiamo preso Sacchi. Ci è andata bene comunque.

Nella cultura popolare, la famosa pubblicità di Lipton Ice Tea in cui Dan fa tintinnare il bicchiere alla fine dello spot, e incidentalmente tutte le versioni goliardiche e dissacranti che ne sono scaturite (una su tutti, quella in dialetto ferrarese) è rimasta perennemente, e lo è ancora dopo generazioni, un’icona incontrovertibile della pubblicità, solo ed esclusivamente grazie a lui e al suo carisma.

Altro passo importante, che molti giocatori o allenatori o personaggi stranieri o americani non fanno più, è stata la sua completa padronanza della lingua italiana.

Già parlare fluentemente e continuativamente un’altra lingua è una cosa abbastanza difficile di per sé, ma fare cronache in un’altra lingua, che è anche sensibilmente diversa dalla tua, è una cosa veramente ardua. E senza cadere in facili qualunquismi, se la persona in questione è statunitense, notoriamente un popolo di base refrattario all’apprendimento di un’altra lingua, la cosa è doppiamente rilevante.

Quindi il merito di Dan Peterson e dello staff che ha avuto la idea di mettere in piedi le cronache della domenica mattina su Canale 5, per fare vedere a tutti gli appassionati di basket italiani lo spettacolo del Basket NBA, è stato un merito immenso, a distanza di quasi 40 anni.

Antropologicamente parlando la voce di Dan Peterson che narra di Magic Johnson, Kareem Abdul Jabbar, Larry Bird e Julius Erving, è irrevocabilmente riconosciuta, sull’intero territorio italiano come la colonna sonora dell’inizio della passione. 

Si può dire che Dan Peterson è stato il Nando Martellini (per il calcio), o l’Adriano De Zan (per il ciclismo), o il Mario Poltronieri (per l’automobilismo), del Basket NBA. La voce che caratterizza generazioni, e che rimane scolpita nel tempo a prescindere dai decenni che passano.

Le espressioni come

“mamma butta la pasta”.

“fenomenale!”

“playmaker in contropiede deve fermarsi dalla linea di tiro libero e fare arresto e tiro”.

“prendi una forchetta e pungi quella palla”.

“Non fare una cosa stupida è come fare una cosa intelligente”.

“Mamma richiama i cani che la caccia è finita!”.

“Mai sanguinare davanti agli squali!”.

“Amici sportivi”.

“Flavio (Tranquillo…), devo farti i complimenti per come pronunci Minnesota”.

“Apre la porta di pulmino, lo fa salire e lo porta a scuola!”

“Regola Peterson: si possono recuperare tanti punti di svantaggio quanti sono i minuti che mancano alla fine della partita. Un punto al minuto, non di più”.

“Well io dico questa cosa qui oukay? 30 punti a partita non mi interessa, per me Stephon Marbury peggior giuocatore storia Enbièi!”

oppure improbabili espressioni in milanese tipo “ac frecc che ghè”, se le ricordano tutti anche a distanza di anni.

Accadde anche che nella sua “seconda” carriera di commentatore, negli anni duemila, a fianco di Niccolò Trigari a Sportitalia, Dan si rese anche protagonista di una celeberrima “gufata” durante la finale di Euroleague 2012 tra CSKA Mosca e Olympiacos, quando diede per spacciato l’Olympiacos ad inizio terzo quarto dicendo che la vittoria ormai era per i russi, rimangiandosi comunque (con una buona dose di autoironia) le proprie parole dopo che i biancorossi del Pireo avevano completato la rimonta con il celeberrimo canestro di Printezis allo scadere.

Daniel Lowell Peterson dovrebbe essere pubblicamente ringraziato da TUTTI gli appassionati di basket in generale, soprattutto da quelli che, varie generazioni dopo, hanno avuto e hanno la nostra smisurata passione per il basket anche d’oltreoceano.

Tutto è cominciato da lui.

Grazie Dan!

 


LEGGI “IN THE HELL OF DENNIS” LA VITA DI RODMAN: QUI