illustrazione grafica di Paolo Mainini
articolo di Daniele Vecchi

 

 

 

Metà anni duemila.

Vedere il riscaldamento dei Sixers era uno spettacolo. 

Non perché la squadra fosse particolarmente forte o vincente, ma era un immancabile appuntamento fisso per chi scrive, solo per guardare due personaggi che erano sempre presenti a bordo campo, come assistenti o come ambasciatori. Basketball Ambassador per i Sixers era infatti World B. Free, icona del basket NBA negli anni settanta e ottanta, che era sempre presente alle partite di Philly con vestiti e scarpe a dir poco sgargianti e appariscenti. 

Erano i Sixers post Larry Brown e post Allen Iverson, guidati da Maurice Cheeks, leggendario playmaker primi anni ottanta nella Città dell’Amore Fraterno, una icona per la città, ma che come allenatore ha avuto risultati poco più che mediocri. Uno degli assistenti di Cheeks ai Sixers era un’altra leggenda della NBA, ed era il secondo personaggio che chi vi scrive amava osservare da bordo campo durante il warm up di quegli anni.

Era Moses Malone, il vero artefice della vittoria del Titolo NBA dei Philadelphia 76ers nel 1983, uno dei più grandi e longevi centri della storia NBA.

Vederlo in tuta Sixers lavorare con Samuel Dalembert su alcuni movimenti in post basso, ancora fisicamente imponente e capace di fare la voce grossa sul centro canadese, era sempre una emozione, una sensazione di privilegio, essere a pochi metri da una leggenda di quello spessore.

Samuel Dalembert e Moses Malone – foto Associated Press

Una volta, finito il warm up, mentre era il momento di rientrare negli spogliatoi, si sentirono echeggiare al Wachovia Center voci gioiose ed entusiaste apostrofare Moses Malone, incitandolo a fare qualcosa.

“C’mon Mo!! C’mon Mo!!”.

Gli gridavano delle persone dello staff dei Sixers alla fine del warm up, mentre lui scuoteva la testa, negandogli quello che gli chiedevano. Loro insistevano e ridevano, continuavano ad incitarlo, erano in attesa, ma sembrava sapessero che Mo stava per cedere e per accontentarli.

Mo prese in mano una palla. Era nell’angolo, dalla panchina Sixers, appena dentro il campo. Guardò i ragazzi in trepidante attesa. Partì con un gancio alla Flavione Carera, un gancio da tre punti dall’angolo.

Parabola altissima.

Solo rete.

BANK!!” gridò qualcuno mentre stava per insaccarsi nel cesto (in alcuni frangenti dello slang americano l’espressione “bank” ha molti significati, uno di questi è intesa come “money in the bank”, ovvero la sicurezza che Mo avrebbe messo la tripla di gancio).

Tutti i ragazzi dello staff esultarono come se i Sixers avessero vinto il Titolo NBA, tutti i presenti sorridevano o applaudivano, estranei italiani compresi, mentre Mo imperterrito se ne andava negli spogliatoi senza fare una piega conscio di aver dato ancora una volta una lezione a tutti.

Negli Stati Uniti vi è una particolare abilità nel trovare soprannomi ricchi di riferimenti a doppi sensi, e il soprannome “Chairman of the Boards” per Moses Malone era veramente azzeccato. 

Il Chairman of the Boards in inglese sarebbe il padrone, il capo, colui che comanda e dirige. 

Il doppio senso con la parola “Boards”, definizione cestisticamente anche di Rimbalzo inteso come statistica e fondamentale, era più che perfetta per Moses Malone, il più grande rimbalzista delle generazioni a cavallo degli anni settanta e ottanta, l’unico a vincere la classifica dei Rimbalzisti NBA per cinque stagioni consecutive (sei Titoli totali per Moses) dopo Wilt Chamberlain (quando però le percentuali al tiro erano molto più basse e quindi con molti più rimbalzi disponibili) e prima di Dennis Rodman (che vinse il Titolo per sei stagioni consecutive).

Nato nel 1955 a Petersburg, nella rurale e profondamente nera Virginia, Moses Eugene Malone era figlio unico con madre lavoratrice e padre alcolizzato, storia vista e rivista parecchie volte, e ancora una volta il basket arrivò in soccorso del gigantesco Moses, che già alla Petersburg High School era un gigante tra i bambini.

foto www.richmond.com

Nei suoi ultimi due anni da junior e senior, la Petersburg fu imbattuta e vinse per due volte il Titolo della Virginia, dominando in lungo e in largo il Torneo statale.

Filiforme ragazzone di 2.05, Mo dominava tutto e tutti senza sforzo apparente, con una silenziosa ferocia agonistica che non lo abbandonò mai, nemmeno nei suoi ultimi anni di carriera nella NBA.

La regola, quando lui arrivava per giocare al playground di Petersburg era chiara: Moses non doveva MAI oltrepassare la linea di tiro libero, per giocare, sennò non c’era partita. Tale era il suo dominio onnipotente sul gioco.

Durante il suo ultimo anno di high school la palestra di Petersburg divenne meta di pellegrinaggio di decine di scout NCAA, tutti determinati a portare Moses alla propria università. Malone in quei mesi visitò circa venti campus in tutti gli Stati Uniti, commentando così quella sua esperienza, al quotidiano Lakeland Ledger:

“è veramente buffo vedere tutti questi presidi e direttori di università che mi trattano come fossi loro figlio. Mi fanno molto ridere”

Un ragionamento che già dimostrava il livello di maturità di Moses appena diciottenne.

Già ai piani alti si cominciò a rumoreggiare su un salto direttamente nei professionisti per Malone, si diceva che una squadra professionistica si fosse intrufolata tra gli scout universitari e gli avesse offerto un contratto, anche se tra le università visitate da Mo la Maryland University fu quella che più lo aveva colpito, creandogli una sorta di dilemma.

Nessuno negli ultimi trent’anni aveva mai fatto il salto dalla High School direttamente tra i professionisti, e la scelta che Moses si apprestava a fare era piena di rischi. La equazione “se salti l’università la tua carriera si allunga” (nel senso che non “si perdono” tre o quattro anni di professionismo “sprecati” al college) non era l’unica cosa a cui pensava Moses. La cosa che più gli interessava era diventare indipendente, essere il protagonista del proprio stesso destino, diventare l’imprenditore di sé stesso, oltre ovviamente ad assicurare un futuro a sua madre, la persona a cui doveva tutto, che faceva due lavori, l’infermiera e la lavorante in un supermarket, per mantenere il figlio.

Arrivò quindi il contratto con gli Utah Stars della ABA, l’unica squadra tra ABA e NBA a proporgli un contratto professionistico, in mezzo alle centinaia di proposte provenienti da tutti i college statunitensi.

foto @SportsDaysPast (twitter)

Malone fu scelto da Utah al Terzo giro dell’ABA Draft del 1974 (al primo giro vennero scelti discreti giocatori come Elvin Hayes, Lew Alcindor, Bob McAdoo, Bob Lanier, Tom McMillen e Marvin Webster), e divenne così il primo giocatore dell’era moderna a diventare professionista senza uscire dal college.

Chi pensava che Mo fosse una meteora e che si sarebbe sciolto di fronte alla fisicità di una grande lega professionistica dopo due anni di dominio tra gli adolescenti, si sbagliava di grosso.

“A lean and lanky 6-10 manchild” dice di lui la NBA nella sua sezione “Legends”, ovvero:

“un uomo-bambino, magro e allampanato, alto 2.08”

Così era Moses Malone quando arrivò a Salt Lake City per il suo anno da rookie, dove immediatamente fece vedere tutto il suo bagaglio tecnico, con decine di movimenti in post basso, un fiuto unico e irripetibile per il rimbalzo offensivo (detiene ancora il record per rimbalzi offensivi catturati in una partita, 21. In quella stessa classifica Mo è anche al secondo posto, con un’altra partita da 19 rimbalzi offensivi catturati), e uno strapotere offensivo che fin da subito lo portò ad essere uno dei giocatori più soggetti a subire falli nella storia del basket (secondo nella storia NBA per tiri liberi, 9018, dietro solo a Karl Malone).

Ancora troppo leggero per giocare centro, da ala grande agli Utah Stars giocò una grandissima stagione da rookie: 18.8 punti e 14.6 rimbalzi di media a partita, e, nonostante la stagione perdente da 38-46, Utah partecipò ai Playoffs, eliminati 4-2 dai Denver Nuggets di Larry Brown.

Gli Stars però erano in grave crisi finanziaria, e dopo 16 partite nella stagione 1975-76 ritirarono la squadra e fallirono, cedendo il suo pezzo più pregiato ai St. Louis Spirits, sempre nella ABA, che si apprestava a fondersi con la NBA.

foto Espn

In quella squadra Mo continuò a crescere, con ottimi compagni di squadra come Maurice Lucas, M.L. Carr, Caldwell Jones, e le nostre vecchie conoscenze Mike D’Antoni e Rudy Hackett (il papà di Daniel).

Moses era ormai pronto per il salto nella NBA, che avrebbe assorbito alcune franchigie ABA, ma non i St. Louis Spirits. Venne scelto dai Portland Trail Blazers nell’ABA Dispensal Draft, che si accaparrarono anche la poderosa ala forte Maurice Lucas (che nella stagione successiva vincerà da protagonista il Titolo NBA assieme a Bill Walton). Il ballottaggio tra Malone e Lucas in Oregon portò i Blazers a sbarazzarsi di Malone, cedendolo ai Buffalo Braves a inizio stagione.

Due partite, tre minuti totali, un rimbalzo e un fallo fatto.

Questo fu il bottino di Moses Malone in maglia Braves all’inizio della stagione 1976-77, prima di essere ceduto agli Houston Rockets, dove ritrovò Tom Nissalke, suo coach due anni prima agli Utah Stars.

L’unica foto esistente di Malone in maglia Braves – foto di George Gojkovich/Getty Images

Un paio di stagioni di assestamento in Texas, e Moses fu pronto ad essere più che mai il dominatore dei tabelloni NBA, oltre a confermarsi uno straordinario attaccante.

Il suo primo Titolo di miglior Rimbalzista fu nella stagione 1978-79, con 17.6 rimbalzi catturati a partita, conditi da una media punti di 24.8.

Assieme a Calvin Murphy e Rudy Tomjanovich trascinò i Rockets alle Finali NBA 1981, finali perse contro i Boston Celtics dopo una meravigliosa cavalcata nei Playoffs, partendo dall’ultimo posto disponibile nella Western Conference e arrivando fino alla finale, eliminando i campioni in carica dei Los Angeles Lakers, i San Antonio Spurs e i Kansas City Kings, soccombendo però in sei partite contro i biancoverdi del Massachusetts in finale.

Malone fu il miglior marcatore e il miglior rimbalzista di tutti i Playoffs, consacrandosi come il centro più dominante della Lega. 

Dopo una stagione di pausa (la stagione precedente finì secondo nella classifica dei migliori rimbalzisti NBA dietro a Swen Nater, monumentale pivot visto anche in Italia a Udine) il suo dominio sotto le plance continuò in quella stagione e nelle cinque stagioni successive, terminando solo nella stagione 1985-86.

La stagione 1981-82 fu la più prolifica a livello realizzativo per l’uomo da Petersburg, 31.7 punti e 14.7 rimbalzi di media a partita per Mo, assestandosi sui 10.3 tiri liberi a partita. Come sappiamo andare in doppia cifra nei tiri liberi è sempre sintomo di grandissima pericolosità offensiva e di incapacità difensiva ad arginare lo strapotere realizzativo, e questa è sempre stata una peculiarità di Moses nel corso della sua carriera.

foto nba.com

Il ciclo però a Houston sembrava essere finito, Rudy Tomjanovich si era ritirato l’anno precedente, mentre Calvin Murphy aveva ormai esaurito la propria vena, vedendo scemare sensibilmente le proprie statistiche e il proprio impatto sulle partite, mentre Moses era all’apice della sua carriera, dominante come mai era stato.

Vi era una squadra che aveva un urgentissimo bisogno di un centro dominante per completare la propria squadra, una corazzata vera, che era ad un passo dall’essere una delle squadre più dominanti di sempre.

Erano i Philadelphia 76ers, una contender per il titolo ormai da un lustro, sempre incapace di compiere quell’ultimo difficilissimo step per vincere il Titolo.

Tre finali giocate nei sei anni precedenti (ovviamente tutte e tre perse, due contro i Los Angeles Lakers e una contro i Portland Trail Blazers) per i Sixers di Billy Cunningham, con Julius Erving, Maurice Cheeks, Andrew Toney e Bobby Jones, una squadra praticamente perfetta, che difettava solo nel ruolo di centro, con Darryl Dawkins troppo mentalmente inconsistente nel crunch time, e con Caldwell Jones troppo poco pericoloso offensivamente, pecche troppo grandi sotto canestro per una squadra che doveva giocarsi il Titolo della Eastern Conference contro i Boston Celtics di Robert Parish e Kevin McHale, e il Titolo NBA contro i Los Angeles Lakers di Kareem Abdul Jabbar.

Moses Malone arrivò a Philadelphia come la soluzione a tutti i problemi dei Sixers, e così fu.

foto Sports Illustrated

Philly era una vera e propria squadra in missione nella stagione 1982/83, giocò una straordinaria regular season da 65 vinte e 17 perse, e esercitò un dominio incontrastato nei Playoffs, immortalato nella celeberrima profezia di Moses Malone “Fo Fo Fo”, in uno slang da profondo sud che significava più o meno “vinciamo il Titolo NBA vincendo tutte le serie 4-0”.

La versione meno vernacolare e più ufficiale di questa dichiarazione fu “sweep the Title in 12 games”, mantenendo sempre lo stesso significato.

In questa profezia Moses sbagliò solamente di una gara, l’unica sconfitta di quei Playoffs per i Sixers arrivò infatti alla Mecca di Milwaukee, 100-94 in favore dei Bucks di Sidney Moncrief in Gara 4 delle Eastern Conference Finals.

Al primo turno i Sixers spazzarono via 4-0 i New York Knicks, eliminarono poi i Bucks 4-1, e in Finale dominarono i Los Angeles Lakers 4-0, e questa ultima serie fu il vero capolavoro di Moses.

In quella finale Malone abusò letteralmente di Kareem Abdul Jabbar, il dato più eclatante in quella serie furono i 72 rimbalzi catturati da Malone, contro i soli 30 catturati da Jabbar. Miglior marcatore e allo stesso tempo miglior rimbalzista di tre delle quattro gare di finale, Malone fu nominato logico MVP delle Finals, consacrando il proprio sogno e quello di una intera città, che finalmente vedeva la propria squadra trionfare dopo anni e anni di sofferenze e sconfitte.

Quei Sixers erano fatti per dominare, ma la vittoria del Titolo in quella stagione fu l’ultimo grande sussulto di Julius Erving, che nonostante l’ancora ottima forma fisica cominciava a dare segni di cedimento alla sua dodicesima stagione.

Moses giocò alla grandissima altre tre stagioni in maglia Sixers, mantenendo sempre altissimo il suo rendimento, ma quel gruppo non riuscì più a ripetere l’exploit del 1983, non riuscendo mai ad andare oltre le Eastern Conference Finals (raggiunte solo nel 1984/85, eliminati 4-1 dai Boston Celtics), ed era chiaro che il gruppo con Julius Erving come leader ormai aveva fatto il suo tempo.

Nel mentre, nelle off season, Moses lavorava a Houston con un giovane centro di belle speranze, Hakeem Abdul Olajuwon, alla Houston University prima e agli Houston Rockets poi, facendogli da mentore ed allenatore, insegnandogli (con ottimi risultati) tutti i suoi movimenti e tutti i segreti che potevano servire a Hakeem per primeggiare tra i centri NBA. 

Foto Espn

Nonostante il lunghissimo chilometraggio a soli 30 anni, avendo già giocato 12 stagioni tra ABA e NBA, Malone era ben lungi dall’essere un giocatore finito.

Nella off season 1986 Malone venne ceduto ai Washington Bullets asseme a Terry Catledge in cambio di Jeff Ruland e Cliff Robinson. Poteva sembrare l’inizio di una parabola discendente, ma Moses rese quella parabola discendente molto lunga e ampia. Ebbe un’ottima stagione ai Bullets di Kevin Loughery, fu ancora una volta il miglior marcatore della squadra con 24.1 punti e 11.3 rimbalzi di media a partita, e portò Washington ai Playoffs, eliminati però al primo turno dai nascenti Detroit Pistons di Isiah Thomas.

Qui con Muggsy Bogues – foto Slam

Nella stagione successiva Moses, con l’arrivo di Bernard King, diminuì il suo fatturato offensivo, assestandosi sui 20.3 punti a partita, sempre conditi da 11.3 rimbalzi di media, nella versione dei Bullets “mediatica”, targata Muggsy BoguesManute Bol, il giocatore più basso e quello più alto della NBA nella stessa squadra.

I Bullets raggiunsero ancora i Playoffs ma vennero ancora eliminati dai Pistons, una squadra che si apprestava a porre il suo sigillo sulla NBA negli anni a venire.

Poco prima dell’inizio della stagione 1988/89 Malone firmò un contratto triennale con gli Atlanta Hawks, una squadra vincente che ambiva a detronizzare i Boston Celtics ai vertici della Eastern Conference, con l’esplosivo Dominique Wilkins come punta di diamante.

Foto Espn

Moses totalizzò ancora grandi numeri nella sua prima stagione in Georgia, pur non riuscendo a trascinare gli Hawks avanti nei playoffs. Dopo una regular season da 52-30 infatti, la squadra di Mike Fratello fu eliminata al primo turno dai Milwaukee Bucks, nonostante una grande serie giocata da Moses, con 21 punti e 12 rimbalzi di media in cinque partite.

Dalla stagione successiva cominciò il declino vero di Mo, che dopo 12 anni consecutivi non venne selezionato per l’All Star Game, e che mancò di mantenere una stagione da almeno 20 punti e almeno 10 rimbalzi di media, comunque dopo essere stato il primo e unico giocatore nella storia del basket NBA ad aver totalizzato almeno una stagione da 20 punti e 10 rimbalzi con quattro diverse squadre. 

Foto nba.com

La carriera di Malone scemò gradualmente con il passaggio ai Milwaukee Bucks per due stagioni, con il ritorno ai 76ers (come mentore del rookie Shawn Bradley) e con l’ultima stagione, la sua ventunesima tra ABA e NBA, ai San Antonio Spurs nel 1994/95, dove giocò solo 17 partite. 

Parlando di meri numeri:

29540 punti realizzati, 17834 rimbalzi catturati, 1889 stoppate, Parade All American High School, Campione NBA, MVP Finals NBA, 12 volte consecutive All Star, 6 Titoli di Miglior Rimbalzista, 3 volte MVP di Regular Season, 4 volte NBA First Team, 4 volte NBA Second Team, All Defensive First Team, All Defensive Second Team, il suo Numero 2  e il suo Numero 24 sono appesi al soffitto delle Arene di Philadelphia e di Houston, uno dei 50 Migliori Giocatori di tutti i tempi nel cinquantennale della NBA nel 1996, All Time Team nella ABA, All Rookie Team nella ABA, introdotto nella Hall of Fame nel 2001.

Questo era Moses Malone.

Il 13 settembre 2015 Moses morì nel sonno in un hotel di Norfolk, Virginia, poche ore prima di un evento di beneficienza di cui sarebbe stato testimonial. 

Ipertensione e problemi di cuore furono la causa della sua morte all’età di 60 anni.

Moses Malone era un giocatore unico.

Schivo e mai sopra le righe, dedito al gioco e con una grande forza mentale, un classico e silenzioso uomo del sud, capace di costruire pragmaticamente la propria esistenza con il duro lavoro sui propri punti di forza, gestendo al meglio il proprio talento, risultando molto più longevo e motivato della maggioranza dei suoi pari ruolo.

Mo non si è mai seduto sugli allori, ha sempre lavorato duro in allenamento, ha tenuto duro nei momenti difficili ed ha ottenuto tutto quello che voleva ottenere dalla propria carriera, a cominciare dalla controversa decisione di saltare il college e andare subito a giocare tra i professionisti, scelta che è sempre stata criticata da più parti, ma che ha reso Moses un giocatore longevo, maturo e motivato, ad altissimo livello per più di vent’anni di professionismo. Dimostrando che i fondamentali, la maturità cestistica e la forza mentale non si costruiscono solo ed esclusivamente negli anni al college, rimanendo un esempio lampante di quanto sia soggettiva e difficilmente inquadrabile la reale forza e il reale potenziale di un giocatore nei suoi anni di crescita fisica e mentale.

Moses ha dimostrato enorme maturità umana, e di conseguenza cestistica, fin dal 1974, quando decise di andare a Salt Lake City e giocare negli Utah Stars in ABA direttamente dalla High School, semplicemente per rendere la vita più facile a sé stesso e alla sua famiglia.

foto amomama.com
Previous

The Marbury Dynasty

Next

New York made me: la storia di Kenny Anderson

3 comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Check Also